Doppio delitto al Miramare - Emilio Martini

Romanzi polizieschi ambientati nel periodo di Natale ne abbiamo in abbondanza: da “Il Natale di Poirot” di Agatha Christie a “Un Natale di Maigret” di Simenon, senza dimenticare il grande Sherlock Holmes impegnato ne “Il caso dell’oca di Natale” di Arthur Conan Doyle, per citare solo i più famosi. Rari invece i thriller ambientati a Pasqua. Forse perché la luminosità primaverile della Pasqua, la sua dolcezza, le sue campane sembrerebbero adattarsi poco ad ospitare delitti e misteri. Ma non è detto. Ce lo dimostra questo “Doppio delitto al Miramare” firmato dalle formidabili sorelle Elena e Michela Martignoni, come al solito unite e celate sotto lo pseudonimo di Emilio Martini. Questo libro non è una novità, ma la riproposizione per i tipi di Corbaccio di un titolo già pubblicato nel 2018: una scelta giusta perché nella produzione delle Matignoni con protagonista il vicequestore Gigi Bertè, che ormai conta ben dodici romanzi, questo e senz’altro uno dei più riusciti.

Berté, milanese di origini calabre, prestante ma sovrappeso, riflessivo ma audace, affezionato al codino in cui raccoglie la sua fluente chioma, vive in Liguria, dove dirige il commissariato di Lungariva, immaginario comune turistico sulla riviera. Non è un uomo semplice il vicequestore, tormentato da una coscienza – la bastarda la chiama lui – che in continuazione lo pone di fronte all’inadeguatezza tra quel che lui è e quel che pensa di dover essere. La bastarda è sempre presente nel racconto, una sorta di voce fuori campo che rimprovera, ammonisce, consiglia, suggerisce. Ma la bastarda è troppo severa. Perché Bertè è un critico spietato di se stesso, basta osservare il senso di colpa che lui, pur scapolo, prova nell’essere amante di una donna sposata, la bella e prosperosa Marzia, titolare della pensione Aurora, nella quale il poliziotto alloggia in modo permanente. Lei lo ama ma, per il momento, non può abbandonare il marito. Questo per Gigi è difficile da accettare. A distrarlo dal suo tormento privato, arriva però un nuovo, complesso impegno professionale. A Lungariva c’è uno  splendido Grand Hotel, il Miramare: in una delle sue eleganti suite, nella notte tra Pasqua e Pasquetta, Roberto Sommariva e Ornella Ferrari vengono uccisi a colpi di pistola mentre sono a letto insieme. Entrambi erano alle dipendenze, l’uomo come amministratore, la donna come segretaria, di Licia Van Der Meer, anziana ma ancora affascinante nonché ricchissima contessa che vive stabilmente al Miramare. Presto Bertè scopre che il Sommariva oltre che della Ferrari era anche amante della contessa. Su quest’ultima si dirigono quindi i primi sospetti: movente passionale. Della sua colpevolezza si convince subito l’avvenente ispettrice Gianasio della Questura di Genova, inviata come rinforzo a Lungariva data la particolare delicatezza del caso. Ma l’esperienza di Bertè lo porta a dubitare delle soluzioni facili e scontate. Inoltre al Miramare ci sono anche altre presenze che sollevano interrogativi: due anziani ammiratori senza speranza della contessa, uno scontroso cameriere che doveva soldi al Sommariva e poi, proprio la mattina precedente agli omicidi, nell’Hotel è apparso l’ex fidanzato della Ferrari, mai rassegnatosi alla fine del loro rapporto. L’indagine sarà lunga e arduas, ma il fiuto di Bertè, il suo senso per i particolari e la rara capacità di decifrare nel profondo la personalità delle persone, lo condurranno alla verità, che giace nascosta tra le pieghe del passato.

Il racconto scorre, agile e intrigante, calamitando subito l’attenzione del lettore, perché Elena e Michela sono raffinate affabulatrici e sanno, fin dalle prime righe, proiettarci all’interno della storia, grazie al ritmo della narrazione, alla vivida rappresentazione degli ambienti, alla cura psicologica con la quale “trattano” umori, fragilità e intuizioni del loro protagonista, che per il lettore diventa subito “uno di famiglia”.

Per gli amanti della buona scrittura, può essere interessante notare come questo robusto intreccio poliziesco sia plasmato con un gusto letterario fine e originale. Descrivendo il rapporto di amore e odio che Berté ha per la sua Milano, le milanesissime autrici dipingono, con sincera partecipazione, un piccolo affresco di nostalgia meneghina che vale la pena riportare: “Non c’erano più le osterie sotto i pergolati di glicine dove si giocava a bocce. Chi giocava più a bocce? Chi giocava più in generale? Sì, certo, si giocava al Sperenalotto… per i soldi, sempre per quelli. Unico valore. Finita anche la sbornia gioiosa della ‘Milano da bere’, delle modelle, dei ‘figaioli lampadati’, degli yuppies arrivisti che imperversavano durante la sua adolescenza. Solo stress, indifferenza, stanchezza di vivere.”    

Questo sente Berté, questo sentono le due autrici, questo sente chiunque abbia amato e ami Milano.

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Doppio delitto al Miramare
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Doppio delitto al Miramare
  • Martini, Emilio (Autore)