La maledizione di Perla Bonaparte – Emilio Martini

Serie: Gigi Berté
Editore: Corbaccio
Fausto Tanzarella
Protocollato il 3 Agosto 2026 da Fausto Tanzarella con
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Il riassunto
La maledizione di Perla Bonaparte – Emilio Martini

“Nobiltà”: una parola dal duplice significato. Possiamo intenderla come qualità o valore morale, cioè integrità, signorilità d’animo, sensibilità. Oppure, più prosaicamente, la utilizziamo per indicare una classe sociale: i nobili, gli aristocratici. In questo romanzo, Emilio Martini (Elena e Michela Martignoni, ormai lo sapete tutti) permette a Gigi Berté, l’investigatore consueto protagonista del suoi romanzi, di imparare che le due suddette accezioni del termine molto facilmente possono non concordare e che tra i nobili la Nobiltà può essere merce rara. Infatti tutto il racconto ci porta in una full immertion nel bel mondo (si fa per dire) della gente di sangue blu del Levante ligure e alta Toscana.

Tutto inizia in una fredda mattina di febbraio, quando tre code si recano a passeggio su di una spiaggetta di Lungariva, città in cui il commissario risiede felicemente con la sua compagna Marzia e i loro due gemellini. Tre code, dicevo: una è quella in cui, eccentricamente per un poliziotto, il Gigi raccoglie la sua nera chioma, le altre due appartengono ai suoi affezionati ma anche alquanto invadenti cani. Tocca a loro fare la macabra scoperta: sull’arenile il mare ha restituito due corpi, un uomo e una donna, nudi e legati insieme da una cima. Come accerterà il medico legale, le vittime non sono annegate, bensì uccise l’uno con un colpo al cranio da corpo contundente, l’altra per strangolamento e poi gettate in mare. Le cautele utilizzate dagli omicidi per affondare i poveri corpi sono risultate insufficienti e il dio Nettuno, non volendo rendersi complice dell’infamia, ha fatto il resto.

L’identità dei due viene subito accertata, non sono due sconosciuti, ma ben noti rappresentati del jet set locale. Lei è Perla Bonaparte, aristocratica di storica ascendenza, forse congiunta alla lontana con l’Ei Fu; donna ancor giovane, bella, ricca e irrequieta quanto mai, protagonista di molteplici e burrascosi amori. Lui è Aiace del Grifo, men che quarantenne, inesorabilmente nobile di casta, aitante, ricco e sciupafemmine; gestisce in Lunigiana un rinomato allevamento di cavalli insieme al fratello. Qui prestate attenzione: se il nome Aiace vi ha lasciato perplessi perché desueto e ingombrante, come reagirete apprendendo che il suddetto fratello si chiama Centurione? Proprio così. Bizzarie nobiliari.
Sulle prime tutto fa pensare che i due fossero amanti e magari che il delitto possa essere opera di qualcuno che non apprezzava la loro leason: entrambi erano volentieri inclini alle avventure erotiche, appartenevano allo stesso mondo dorato e, soprattutto, si erano allontanati contemporaneamente, giusto la sera nella quale sarebbero stati uccisi, da una festa nel lussuoso maniero del conte Obertenghi, amico di entrambi. Inoltre devono essersi allontanati sulla stessa auto, la lussuosa Mercedes di Perla. Mentre l’auto di Aiace è rimasta presso il castello Obertenghi.
Ma non è possibile escludere l’ipotesi di una rapina: Perla portava sempre addosso preziosi monili, Aiace aveva un orologio di grande valore. Tutti oggetti scomparsi. Al pari della costosissima Mercedes, che risulta irreperibile.

C’è però un particolare inquietante che non può che attirare l’attenzione del commissario: su Perla gravava una maledizione o, se vogliamo, un obbligo di sangue che ne aveva condizionato la vita: le donne Bonaparte partoriscono solo donne e devono farlo fuori da vincoli matrimoniali, perché ad ogni figlia deve restare ignoto il padre, per garantire una linea di discendenza esclusivamente al femminile e bonapartesca. Perla non ha mai conosciuto suo padre, né, durante gli anni, ha voluto prendere in considerazioni avances di uomini che si dichiaravano tali. Scopriremo che anche lei ha una bambina, affidata ad una governante, per la quale è previsto lo stesso destino.

A Berté non resta che immergersi nella esplorazione dei fondali del dorato mondo di aristocratici, danarosi o meno, che circondavano i due defunti; uomini e donne che sotto l’apparenza di un cortese distacco, all’ombra di una presunta ma ostentata superiorità, celano avidità, gelosie, rivalità, rancori e ipocrisie: un coacervo di veleni.
Grazie a intelligenza e sensibilità tutta plebea, il mezzo terrone col codino riuscirà a ricostruire e mettere insieme i pezzi di una vicenda torva e miserabile, assicurando i rei alla giustizia, non mancando però di constatare come la responsabilità dei due crimini, sul piano morale, non riguardi solo chi si è sporcato le mani di sangue, ma anche i silenzi, le omissioni, le menzogne che li hanno favoriti.

Elena e Michela ci regalano non solo un buon giallo, ma un romanzo complesso, articolato che ci presenta un affresco di costume, riguardo a un mondo sconosciuto ai più, perché rinserrato nei suoi privilegi, ma che esiste, prospera e condiziona. Il ritmo narrativo, come nello stile delle due sorelle, non è mai incalzante, ma procede avvolgente a spirale, delineando un racconto che tiene il lettore devotamente inchiodato alla storia.