Farfalla nera – Emilio Martini

Farfalla nera – Emilio Martini

Serie: Gigi Berté
Editore: Corbaccio
Redazione
Protocollato il 2 Ottobre 2012 da Redazione con
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Enigmatico scrittore che abbiamo intervistato qualche settimana fa, Emilio Martini torna sugli scaffali delle librerie italiane con “Farfalla nera“, la seconda inchiesta del commissario Berté dopo “La regina del catrame“.

Il Vicequestore aggiunto, calabrese di sangue, milanese di residenza è ora esiliato in Liguria. A Lungariva. Uno di quei posti che d’estate ti soffocano e d’inverno ti lasciano solo col rumore del mare. Pensava di dover gestire al massimo qualche rissa per una cabina o i “ragazzotti” molesti. Espiare le sue colpe (quel famoso “buco nero” nel passato che lo ha spedito via da Milano) nella noia.

E invece no. Siamo già al secondo cadavere. La vittima non è una turista qualunque. È una celebrità locale: Adelaide Groppini. Preside del liceo San Giorgio di Genova. Una donna tutta d’un pezzo, vita apparentemente specchiata. Dove la trovano? Col cranio spaccato, buttata via come un rifiuto vicino a un cassonetto della spazzatura.

Il contrasto è brutale, avventori. Ed è qui che Berté deve scavare.

L’indagine lo porta a scoperchiare quel vaso di Pandora tipico della provincia italiana: il perbenismo. Tutti vestiti bene, tutti con l’abito firmato, e sotto? Sotto c’è il marcio. Ipocrisie, corna, tradimenti, vendette covate nel silenzio. Un entourage che luccica fuori e puzza dentro.

Berté si muove in questo teatro con la sua solita grazia da elefante in cristalleria. È “grassofobico”, petulante, ma irresistibilmente simpatico. Un uomo che cerca di tenere a bada i suoi demoni (e la fame) scrivendo. Sì, perché il titolo, “Farfalla nera”, non si riferisce solo all’indagine. È il titolo del racconto che Gigi scrive al computer, nei ritagli di tempo. Una storia di vendetta africana, un racconto nel racconto che serve a sfogare la rabbia che accumula guardando i morti ammazzati. Qualcuno dice che questa parte metanarrativa sia un po’ posticcia, forse slegata dal resto. Può darsi. Ma serve a darci la misura dell’uomo dietro il distintivo.

E poi c’è lei. La Marzia. La proprietaria della pensione. Giunonica, “burrosa”, sposata (purtroppo). Berté la sente un po’ sua, anche se non lo ammetterebbe mai. Tra un piatto di trofie e un pensiero sconcio, il loro rapporto è il sale di questa serie.

Rispetto all’esordio, qui l’indagine tiene meglio. Non si risolve tutto con l’intuizione dell’ultima pagina. C’è deduzione, c’è struttura. È un giallo “scacciapensieri”, certo, una lettura da ombrellone o da divano in una domenica di pioggia. Ma è onesta. Scorre via veloce, tra ironia e quel pizzico di malinconia che ti lascia addosso la provincia quando si spengono le luci della ribalta.

Berté sta crescendo. Vedremo nei prossimi libri cosa accadrà…



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