La forza del destino – Marco Vichi
Cari Avventori del Thriller Café, se vi sedete al mio bancone e chiedete di Franco Bordelli, commissario nella Firenze degli anni ’60, vedrete molti occhi lucidi. Perché Bordelli non è un personaggio di carta. È uno di noi. Un uomo che cucina, che ama, che soffre e che, soprattutto, ricorda.
Oggi vi servo “La forza del destino“ di Marco Vichi (Guanda). Ma attenzione: questo calice è amaro.
Siamo nella primavera del 1967. L’alluvione che ha devastato Firenze si è ritirata, il fango si sta seccando. Ma dentro Bordelli, l’acqua nera continua a salire.
Chi ha letto il precedente “Morte a Firenze” sa di cosa parlo. Bordelli ha perso. Ha sbattuto la faccia contro i poteri occulti, quelli intoccabili della massoneria. Il prezzo della sua indagine è stato altissimo: lo stupro di Eleonora, la donna che amava, e una minaccia diretta a tutti i suoi cari.
Risultato? Bordelli si è dimesso. Ha posato il distintivo.
Lo ritroviamo così, “sconfitto e amareggiato”, ritirato in una casa sulle colline di San Frediano. Passa le giornate a cucinare, a curare l’orto, a camminare nei boschi con un cagnolone al fianco. Sembra la pace. Sembra.
Perché, cari avventori, un uomo come Bordelli non può spegnere l’interruttore. Il pensiero di quella violenza impunita lo divora. E qui Vichi fa una scelta coraggiosa, che ha fatto discutere e storcere il naso a più di un lettore purista della Legge.
Bordelli smette di cercare la Giustizia con la G maiuscola, quella dei tribunali che lo ha tradito. Inizia a cercare la sua. O forse, è il Destino a cercarlo.
Questo è un romanzo di confine. Non è un poliziesco procedurale, perché non c’è procedura. È la storia di una vendetta. O di una riparazione. C’è chi tra voi troverà inaccettabile che un ex uomo di legge si faccia giudice e boia, chi parlerà di etica, di morale. Ed è giusto così. Vichi ci costringe a guardare nell’abisso e a chiederci: “Io cosa avrei fatto?”.
La scrittura è quella delle grandi occasioni, forse superiore al capitolo precedente. Le descrizioni della campagna toscana sono vivide, si sente l’odore del bosco umido e dei piatti che Bordelli prepara con quella cura maniacale che è il suo rifugio. I flashback della guerra tornano prepotenti, legando la “spietata determinazione” di oggi a quella del soldato che fu.
È un libro introspettivo, a tratti malinconico, dove la solitudine pesa quanto un macigno. Ma è anche un libro dove i conti, alla fine, devono tornare. L’autore si prende qualche licenza poetica, forza un po’ la mano sulle coincidenze (è pur sempre “la forza del destino”, no?), ma glielo si perdona.
Perché Bordelli, con i suoi dubbi, i suoi dolori e quella sua logica “anticonvenzionale e un po’ assurda”, resta uno dei caratteri più veri della narrativa italiana. Quando chiuderete l’ultima pagina, vi sentirete soli. E vi mancherà.
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