La donna in gabbia – Jussi Adler-Olsen
Oggi al Thriller Café ci addentriamo nei seminterrati polverosi della centrale di Copenaghen; la recensione odierna è per “La donna in gabbia” di Jussi Adler-Olsen, il folgorante esordio della serie dedicata alla Sezione Q (Marsilio, 2011).
Questo romanzo segna l’inizio di una delle saghe più fortunate del Nordic Noir contemporaneo. Conosciamo il vicecommissario Carl Mørck, un uomo distrutto da una sparatoria che ha ucciso un suo collega e lasciato l’altro paralizzato. Carl è diventato un peso morto per il dipartimento di polizia: scontroso, pigro, emotivamente instabile. Per toglierlo di mezzo, i superiori gli assegnano la direzione della neonata Sezione Q, un ufficio creato appositamente per occuparsi dei casi irrisolti del passato. Relegato in uno scantinato, Carl dovrebbe solo far finta di lavorare, ma l’incontro con il suo nuovo assistente siriano, Assad, cambia tutto.
La trama di “La donna in gabbia” ruota attorno alla scomparsa di Merete Lynggaard, una giovane e brillante politica sparita cinque anni prima da un traghetto. Tutti pensano sia caduta in mare. Carl e Assad iniziano a rileggere i fascicoli e intuiscono che le indagini dell’epoca sono state superficiali. Mentre i due investigatori scavano nel passato della donna, la narrazione si sposta proprio su Merete. Scopriamo subito che è viva, prigioniera in una cella asettica e buia. Il suo carceriere la sottopone a una tortura atroce e scientifica legata alla variazione della pressione atmosferica. Il tempo per lei sta per scadere.
Ho trovato l’idea della camera di decompressione un colpo di genio assoluto. La sensazione di claustrofobia è resa con una freddezza che colpisce allo stomaco. La struttura del libro funziona bene: i capitoli dedicati alla prigionia di Merete aumentano la tensione mentre l’indagine di Carl procede con ritmi più lenti e riflessivi. Assad è la vera sorpresa del libro. La sua capacità di scuotere Carl dalla sua apatia è il motore che impedisce alla storia di ristagnare nel cinismo del protagonista.
Qualche perplessità resta sulla figura del colpevole. Il movente, una volta svelato, appare quasi troppo lineare rispetto alla complessità tecnologica del rapimento. Inoltre, Carl è inizialmente così sgradevole che serve qualche capitolo per entrare in empatia con lui. Tuttavia, la capacità di Jussi Adler-Olsen di mescolare l’orrore puro della prigionia con la minuziosa ricostruzione poliziesca rende il romanzo un debutto eccellente. È una storia cupa che non concede sconti al lettore.
Consigliato a chi ama i thriller psicologici ad alta tensione e le indagini che non temono l’oscurità dei seminterrati.
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