Autopsia virtuale – Patricia Cornwell

Autopsia virtuale – Patricia Cornwell

Serie: Kay Scarpetta
Editore: Mondadori
Giuseppe Pastore
Protocollato il 14 Giugno 2011 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1162 articoli
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Oggi al Thriller Café ci spostiamo tra Boston e la base aerea di Dover; la recensione odierna è per “Autopsia virtuale” (“Port Mortuary“) di Patricia Cornwell, episodio 18 della serie dedicata a Kay Scarpetta (Mondadori, 2011).

In questo nuovo volume troviamo una Scarpetta evoluta: non è più soltanto l’anatomopatologa di Richmond che abbiamo conosciuto agli esordi; è diventata un’entità complessa, a capo del Cambridge Forensic Center, una struttura che unisce il governo federale, il MIT e Harvard. La serie stessa ha subito negli anni una mutazione evidente, spostando il baricentro dall’indagine deduttiva classica a un techno-thriller sempre più sofisticato e militare.

La trama di questo capitolo ruota attorno al concetto di “Virtopsy“, l’autopsia virtuale. Kay si trova alla base aerea di Dover per un addestramento su queste nuove tecnologie che permettono di esaminare i corpi tramite scanner tridimensionali e bot, senza bisogno del bisturi. Il caso esplode quando un giovane uomo muore vicino all’abitazione di Kay: un decesso apparentemente naturale che però, sotto l’occhio delle macchine, rivela tracce ematiche sospette. La narrazione si dipana tra il presente dell’indagine e un passato recente, ricostruito attraverso lunghi flashback che ci riportano ai mesi trascorsi da Kay a Dover, tra complotti, nanomacchine e sabotaggi professionali.

A dominare la storia è senza dubbio la competenza tecnica dell’autrice. In “Autopsia virtuale” ho trovato una documentazione scientifica piuttosto imponente: la Cornwell descrive le procedure e le strumentazioni con una precisione che rasenta il manualistico. Per chi ama il dettaglio forense spinto all’estremo, queste pagine offrono uno spaccato affascinante su dove sta andando la criminologia reale.

Tuttavia, devo ammettere che questa ossessione per la tecnologia finisce per raffreddare la materia narrativa. L’atmosfera che si respira è asettica, distante da quella visceralità umana che caratterizzava i primi romanzi della serie. Kay appare spesso più una tecnica che una donna, chiusa in un labirinto di schermi e dati che lasciano poco spazio all’empatia. Anche la gestione dei comprimari storici lascia perplessi: Marino, in particolare, sembra aver perso le sue sfumature per ridursi a una figura costantemente rabbiosa e sgradevole, mentre Lucy prosegue la sua evoluzione in una sorta di agente segreto onnipotente che fatica a mantenere credibilità in un contesto realistico.

La scelta strutturale di affidarsi massicciamente ai flashback, inoltre, spezza il ritmo. Invece di una progressione lineare della tensione, ci troviamo spesso a riavvolgere il nastro, un espediente che alla lunga diluisce l’urgenza dell’intreccio.

A tirar le somme, è un romanzo che conferma la maestria della Cornwell nel maneggiare la penna e la materia scientifica, ma che potrebbe deludere chi cerca il pathos e l’umanità dei vecchi tempi. Una lettura interessante per l’aspetto tecnico, ma che scorre via senza lasciare il segno profondo dei capolavori precedenti.

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