A bocce ferme – Marco Malvaldi
L’estate thriller 2018 non si fa mancare proprio nulla e con “A bocce ferme” di Marco Malvaldi aggiunge al già ricco e complesso mix di titoli che allieteranno le nostre ferie anche qualche risata e sfumatura comica, aspetto ancora poco coltivato in questo genere, in particolare nella seriosa scena italiana, tutta impegnata a rispecchiare nelle sue opere le problematiche del reale e della società contemporanea.
Marco Malvaldi, al contrario, sa far ridere mentre uccide, e sa anche molto bene che il lato comico è il motivo principale del grande successo del suo ciclo più importante, quello dedicato agli immarcescibili vecchietti del BarLume, del quale il presente “A bocce ferme” è il settimo volume in una serie iniziata nel 2007, oltre ai quali occorre segnalare anche una antologia di racconti, Sei casi al BarLume.
Chi vi scrive non ha mai nascosto una certa predilezione per gli autori italiani che sanno far ridere: la ritengo impresa più difficile rispetto a molte altre, forse anche tenendo conto dei tempi che corrono, e penso in particolare che sia difficile mischiare giallo e risata, mantenendo il tutto in equilibrio.
Marco Malvaldi ha però un grande vantaggio in partenza: è un chimico e quindi di equilibri se ne intende. Così come si intende di sintesi e, anche se non so se la definizione sia farina del suo sacco, trovo che “asilo geriatrico” sia la definizione perfetta per il gruppo di anziani ficcanaso che popola le pagine dei suoi romanzi.
Vecchietti fin troppo arzilli che, in A bocce ferme, si trovano di fronte a una indagine particolare, e chissà se conoscono il termine in inglese che serve a descrivere questo tipo di investigazione: cold case. Proprio così, i nostri dovranno occuparsi di un delitto accaduto a fine Anni Settanta… “Dovranno”: non che li obblighi nessuno eh, ma la pensione è noiosa e c’è un limite al numero di partite a carte o a qualsiasi altra cosa che si può fare prima di cominciare ad annoiarsi.
E il modo per evitare il tedio gli anziani del BarLume l’hanno ben individuato e rodato nel corso di romanzi e racconti, vediamo cosa riserva loro la trama di A bocce ferme.
A fine Anni Settanta non erano ancora i “vecchietti del BarLume” e non dovevano ingannare il tempo con le indagini, ma ancor adesso, a una quarantina d’anni di distanza, ricordano benissimo la morte di Camillo. Era una fredda mattina invernale quando il corpo dell’uomo, ucciso a bruciapelo, venne ritrovato e il paese reagì in modo eterogeno alla notizia della sua morte. Camillo era un “padrone” tiranno, spilorcio, molto duro e autoritario, era spiacevole lavorare per lui e per molti dei suoi dipendenti “se l’era cercata”.
Ma passato lo sfogo iniziale, il padre-padrone venne dimenticato da tutti e il caso rimase irrisolto. Passano gli anni, anzi, i decenni, e gli adulti in gamba si sono ora trasformati in vecchietti altrettanto in gamba, che quando comincia a girare la notizia che il figlio di Camillo, sul letto di morte, si è dichiarato colpevole dell’omicidio, non riescono a crederci.
La notizia desta molta impressione e impegna televisioni e giornali locali, ma loro niente, hanno il sentore che il figlio abbia voluto proteggere qualcuno o nascondere qualche segreto. E quindi è nuovamente tempo di indagare, solo che questa volta tocca scavare a fondo nella memoria e nel passato, sbrogliare nodi di ieri per arrivare al capo della matassa dell’oggi.
Vorrei chiudere con una dichiarazione di Malvaldi, che oltre a saper far ridere sa anche riflettere ed è ben conscio della scena nella quale scrive e pubblica e che, parlando della Sellerio e di Andrea Camilleri, ha detto:
“Parrà turpe, ma a lui devo la tranquillità economica. Se Camilleri scrive e vende, consente a uno o due giovani all’anno di provarci. Ho sfruttato la sua traccia. Oggi scrivere gialli è comodo. Passa per un’operazione culturale. Quando lui partì con Montalbano, equivaleva a farsi dare del rattuso. Per me che ne sono tifoso, stargli accanto è come giocare nel Torino”.
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