La fabbrica dei corpi – Patricia Cornwell

La fabbrica dei corpi – Patricia Cornwell

Serie: Kay Scarpetta
Editore: Mondadori
Giuseppe Pastore
Protocollato il 28 Luglio 2009 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1006 articoli
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Tornano Kay Scarpetta al Thriller Café: oggi recensiamo “La fabbrica dei corpi“, il quinto romanzo di Patricia Cornwell che la vede protagonista.

Siamo nella Carolina del Nord. Il brutale omicidio di Emily Steiner, una bambina di undici anni, sconvolge una tranquilla comunità rurale. Le mutilazioni e la firma sul cadavere sembrano richiamare in modo agghiacciante il modus operandi di Temple Gault, lo spietato serial killer che tormenta l’FBI (e la nostra protagonista) già dal romanzo precedente.

Mentre l’investigazione procede, abbiamo poi la consueta vista sulla crime family di Kay Scarpetta, qui in piena crisi. Lucy, la nipote prodigio ormai ventunenne, affronta uno scandalo per violazione della sicurezza informatica (e abuso di sostanze) durante il suo tirocinio a Quantico; il burbero detective Pete Marino, sempre più depresso e incline ad autolesionismo professionale, finisce per invischiarsi in una relazione inopportuna con una sospettata; la stessa Kay è alle prese con i dilemmi etici e sentimentali di una relazione clandestina con il collega sposato Benton Wesley.

Patricia Cornwell sfodera con questo libro un’ottima prova: l’intreccio tra la rigorosa e a tratti disturbante medicina legale e la disfunzionalità dei personaggi tiene incollati alla pagina, anche se chi è sensibile alla violenza sugli animali troverà crudele (e forse narrativamente gratuito) un episodio  ai danni di un gatto.

Nota stonata il titolo, abbastanza fuorviante: la celebre “Fabbrica dei Corpi”, il centro di ricerca dell’Università del Tennessee dove si studia la decomposizione umana, è molto marginale e compare solo in una sequenza, che per quanto magistrale, macabra e scientificamente affascinante, arriva solo nella parte finale dell’indagine.

In sintesi, un thriller robusto e una lettura obbligata per chi vuole capire come è nato il filone delle indagini forensi moderne, molto prima che serie tv come CSI saturassero i nostri schermi.

Se avete voglia di leggere il romanzo, ve ne lascio qui le prime righe.

Davanti alla mia finestra ombre di cervi balenavano al limitare della scura boscaglia, mentre il sole faceva capolino dal confine della notte. Era il sedici ottobre. Intorno a me le tubature gemevano, e a una a una anche le altre stanze si illuminarono, mentre secche esplosioni da poligoni di tiro invisibili crivellavano l’alba. Ero andata a letto e mi ero alzata accompagnata da un sottofondo di spari.
E’ un rumore incessante, a Quantico, in Virginia, dove l’Accademia dell’FBI sorge come un’isola circondata dai marines. Ogni mese trascorrevo alcuni giorni nel piano di massima sicurezza, una zona dove nessuno poteva rintracciarmi se non ero io stessa a volerlo, né seguirmi dopo aver bevuto qualche birra di troppo in mensa.

A differenza degli spartani dormitori in cui venivano alloggiati i nuovi agenti e i membri della polizia, la mia suite era fornita di tv, cucina, telefono e bagno privato. E, benché fosse proibito fumare e tenere alcolici, immaginando che le spie e i testimoni sotto protezione normalmente segregati qui non fossero più ligi alle regole di quanto lo era la sottoscritta.

Mentre il caffè si scaldava nel forno a microonde, aprii la valigetta portadocumenti ed estrassi un dossier che mi aspettava dalla sera precedente. Se non gli avevo ancora dato un’occhiata dal momento del mio arrivo era perché non riuscivo più a costringere la mia mente a concentrarsi su materiale simile prima di addormentarmi. In questo senso, ero cambiata.