Taglio letale – Patricia Cornwell
Se sentivate la mancava di un thriller di ambientazione natalizia, ringraziate Patricia Cornwell per aver posizionato la ventinovesima avventura di Kay Scarpetta dal titolo “Taglio letale” (Mondadori) proprio tra la Vigilia e il giorno di Natale!
Dal vecchio stereo portatile piazzato su un carrello chirurgico esce ‘Rudolph the Red-Nosed Reindeer’ a tutto volume. Prima è stato il turno di Elvis, che ha cantato ‘Blue Christmas’ con voce romantica, e dei Beach Boys che hanno armonizzato ‘Little Saint Nick’, il tutto inframmezzato dai notiziari locali e dalle solite banalità natalizie.
La dottoressa Kay Scarpetta è alla sua postazione in acciaio inossidabile, immersa nel lavoro dell’autopsia del corpo di un uomo, Rowdy O’Leary, ripescato dal Potomac.
Non vede l’ora di tornare a casa per preparare le valigie per la partenza del giorno successivo con il marito Benton, con il quale è in procinto di andare in Europa.
Nell’istituto di medicina legale della Virginia sono rimasti davvero in pochi, tutti intenti nelle ultimissime attività prima di dirigersi verso le proprie abitazioni, cosa però resa molto più difficile dalla copiosissima nevicata che sta imbiancando velocemente le strade.
Nel lasciare il luogo di lavoro la tensione è palpabile anche perché sono ormai sei mesi che imperversa tragicamente un serial killer soprannominato lo “Squartatore fantasma” perché uccide solo donne legate al mondo medico, facendosi preannunciare da uno spettrale ologramma con gli occhi rossi nella casa della vittima predestinata.
Anche la dottoressa Scarpetta lo scorgerà, una volta tornata a casa sua ma la prescelta non sarà lei, bensì una sua amica psichiatra che vive a Mercy Island, sede di un famigerato ospedale psichiatrico. Questa volta, però, lo Squartatore fantasma ha lasciato un testimone, il nipote di un potente senatore che soggiornava presso la dottoressa.
Aiutata dal cognato Pete Marino, l’ex detective della Squadra omicidi e ora specialista per le operazioni forensi, dalla nipote Lucy della FBI e dal marito Benton dei servizi segreti, Kay ricomporrà i tasselli di un’indagine che vede convergere più casi e che porterà all’arresto dello Squartatore fantasma.
“Siamo arrivati al Pitié Bridge. Il ponte che collega la Virginia a Mercy Island risale all’inizio dell’Ottocento, ha due corsie e torri di pietra ornamentali. Pitié in francese significa pietà o misericordia, e molto tempo fa non erano solo i malati a recarsi sull’isola, molti per non fare più ritorno; un gran numero di persone veniva infatti esiliata là per punizione. Le ragioni per l’internamento nel diciannovesimo secolo, e fino a buona parte del ventesimo, comprendevano le malattie mentali o l’accusa di soffrirne.”
Ebbene sì, lo confesso: non sono fan della scrittura di Patricia Cornwell.
Credo che sia per via di una questione stilistica che, da lettrice, non amo proprio, ossia la testualizzazione delle azioni concrete.
Mi spiego meglio.
L’uso della prima persona presente aiuta indubbiamente il lettore ad immergersi nella storia – e ‘Taglio letale’ è infatti narrato esclusivamente dal punto di vista di Kay – ma questa scelta stilistica rischia di dare un senso di artificiosità alla storia, dovendo sottostare alla continua specifica delle azioni svolte dal personaggio narrante mentre è immerso nella storia che sta descrivendoci.
Nella nostra vita quotidiana, infatti, non siamo abituati a descrivere a voce alta i gesti e i movimenti che compiamo mentre pensiamo; anzi, in genere siamo “sovrappensiero”, immersi cioè nel ragionamento al punto tale da compiere le azioni ordinarie automaticamente perché, mentre viviamo, non prestiamo attenzione alle azioni minime.
Ecco dunque che il doverle scrivere e, quindi, leggere mi risulta profondamente innaturale. Un piccolo esempio qui di seguito:
“Cosa sta dicendo?” domando mentre mi chino per togliere il sacco di plastica pieno di organi sezionati dal secchio sotto il mio tavolo.
“Pare che il fantasma sia entrato fluttuando dalla sua finestra” spiega Wyatt distogliendo lo sguardo mentre inserisco il sacco nella cavità toracica vuota.
“Insomma, non ha perso tempo a renderlo pubblico.” Taglio un pezzo di filo di cotone dal dispenser del ripiano.
“Ha fatto un video col telefono: il fantasma sembra vero” continua Wyatt mentre io infilo un ago chirurgico.
Al di là del contenuto abbastanza singolare del passo selezionato, quello che confonde la mia lettura non è tanto il contrasto tra il tono macabro di ciò che viene descritto e l’apparente normalità in cui è esposto – chiaro che per una anatomo-patologa di professione come la Scarpetta, il tono può essere piatto e ordinario sulle parti anche truculente che rappresentano la sua routine quotidiana – ma per me lettrice non è facile, invece, mantenere alta l’attenzione a livello thriller se il pathos e spezzettato dalle descrizioni dei movimenti fisici dell’io narrante.
Inoltre, il personaggio stesso perde di profondità psicologica, giacché le tante descrizioni possono intendersi anche come uno schermo, dietro al quale si nasconda volutamente la personalità di Kay che non si arrabbia, non grida di paura, non perde mai le staffe. Vero è che la Cornwell l’ha tratteggiata con un temperamento misurato e riflessivo come, ma è innegabile che, presa com’è da mettere le sovra-scarpe – dei quali ci scrive anche la marca -, cambiare i guanti ogni volta che reperta qualcosa, cambiarsi per la cena di Natale col marito quando nel giardino di casa incombe lo spettro dagli occhi rossi, i sentimenti umani della dottoressa fanno fatica a venire a galla.
Lo so, gli amanti della scrittura della Cornwell probabilmente mi banneranno dalle loro amicizie, ma a mia discolpa posso solo sottolineare che ogni lettore ha una propria modalità di fruire un testo e che, se non corrisponde ai propri desiderata, rischia di disinnamorarsi anche di una storia costruita bene e dall’ambientazione natalizia livida e spettrale.
A proposito di umani e umanoidi, la Cornwell batte molto sui temi dell’intelligenza artificiale per rendere anche perfettamente attuale il romanzo, ma c’è un personaggio, secondo me, che è molto più inquietante dello Squartatore fantasma: “Janet”, versione quantistica di Alexa o Siri, messa insieme combinando registrazioni video fatte quando la vera Janet era ancora in vita. L’avatar continua ad evolvere, implementato dalla nipote della dottoressa Scarpetta, Lucy, della quale Janet era la compagna, morta di Covid assieme al bambino che avevano adottato.
L’interazione con l’avatar Janet diventa particolarmente disastroso per la madre di Lucy, la sorella di Kay, che è alcolista.
Debbo dire che questa è stata l’unica cosa che mi ha fatto accapponare la pelle, perché è veramente dis-umana!
Libri della serie "Kay Scarpetta"
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Taglio letale – Patricia Cornwell
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