Il silenzio degli innocenti – Jonathan Demme
Disponibile su: Amazon Prime Video
Genere: Serial killer, Thriller Psicologico
Il silenzio degli innocenti (The Silence Of The Lambs), Jonathan Demme, USA 1991
Sinossi: L’FBI non riesce a catturare uno psicopatico, chiamato Buffalo Bill, che uccide giovani donne e poi le scuoia. L’indagine viene affidata a una giovane recluta tormentata dal ricordo del padre. Per risolvere l’indagine la ragazza dovrà fare riferimento a un altro pazzo assassino, lo psichiatra Hannibal Lecter, detenuto in un penitenziario di massima sicurezza, letterale divoratore delle sue vittime.
Forse il topos narrativo più efficace e distintivo del thriller è il cosiddetto Last Minute Rescue: il protagonista si trova imprigionato e/o catapultato in una situazione/ambiente che non conosce e non sa padroneggiare ma da cui deve uscire al più presto, pena la sua vita. Spesso questa tipologia filmica è legata a un timelock, a un conto alla rovescia: se l’eroe non riuscirà ad agire e/o liberarsi in tempo, soccomberà quasi per certo. È il caso di tantissimi film anche molto diversi tra di loro, ma in cui l’elemento unificante è sempre quello del salvataggio all’ultimo secondo, del quale è esempio emblematico Speed (1994), in cui l’eroe è chiamato a evitare che un bus carico di passeggeri – su cui è stata innescata una bomba e che non può scendere sotto le 50 miglia orarie – esploda sulle strade di Los Angeles, e dove la tensione è costruita su un continuo susseguirsi di auto schivate all’ultimo secondo e di strade che si interrompono improvvisamente. Le singole sequenze di suspense acquistano significato soltanto a partire dall’obiettivo generale che sarà raggiunto con la scena madre conclusiva e con l’ultima azione dell’eroe che riuscirà a trovare le energie necessarie per la spallata risolutiva che sconfiggerà definitivamente l’antagonista.
Una delle declinazioni narrative più ricorrenti di questa tipologia narrativa basata sulla temporalità è una storia di detection in cui un serial killer sta per uccidere la sua ennesima vittima. L’eroe/detective dovrà riuscire a stanare l’antagonista prima che sia troppo tardi, altrimenti l’ostaggio morirà. In genere in questo tipo di storie la messa in scena è cruda e particolarmente realistica, come avviene per esempio in Prisoners (2014) dove l’Unheimliche e il dark side della provincia agiscono proprio in forza dell’attenzione certosina (non priva di nuance e contraddizioni) con cui vengono raccontati un territorio e il suo mondo narrativo.
È quello che succede anche ne Il silenzio degli innocenti, forse il miglior film thriller che sia mai stato realizzato, visto che presenta tutti gli elementi maggiormente codificati di questo particolare genere della detection. Va da sé allora che nel film di Jonathan Demme le dinamiche della suspense si sprigionino con una potenza davvero vertiginosa anche grazie a una precisione registica chirurgica nella messa in scena e nella direzione degli attori. Tra i sottogeneri della detection è il thriller – che, non a caso, si è soliti far corrispondere alla tipologia indicata da Todorov come “romanzo a suspense” – il genere in cui la suspense risulta maggiormente sostenuta, proprio per la sua capacità di farsi carico di opzioni morali ed esistenziali di grande portata, e insieme perché, nonostante in esso permangano elementi della dimensione tipicamente more geometrico del giallo classico, continua a sussistere anche un fondo oscuro e irrazionale.
Quali sono dunque i principali congegni narrativi utilizzati da Demme per sostenere le molteplici sequenze di suspense che rendono Il silenzio degli innocenti il prototipo del thriller perfetto?
Il primo e forse più importante elemento narrativo del film di Demme è rappresentato dalle caratteristiche della sua protagonista, l’agente Clarice Sterling (Jodie Foster) che ci viene da subito presentata come una giovanissima recluta dell’FBI che si trova a operare in un ambiente totalmente maschile (e maschilista) a lei chiaramente ostile: è proprio grazie a questo espediente, oltre alla sua giovane età, che iniziamo subito a empatizzare con lei. Per poter arrestare Buffalo Bill, un pericoloso serial killer che uccide solo giovani ragazze, l’agente viene incaricata di fare domande riguardanti il killer a un prigioniero di nome Hannibal Lecter (un iconico Anthony Hopkins), un coltissimo psichiatra antropofago, che potrebbe contribuire alle indagini grazie alle sue conoscenze sull’assassino e sul suo modus operandi. Lecter decide di assecondare le richieste della giovane recluta specificandole però che egli non concede mai niente in cambio di nulla: rivelerà tutto ciò che sa soltanto se Clarice si confiderà con lui circa i tormentati e tragici ricordi della sua infanzia, costringendola a un inevitabile tuffo nel passato e a una lotta con se stessa e le sue paure.
Contro ogni (nostra) previsione e malgrado la potenza quasi demoniaca del suo personaggio, Lecter non è l’antagonista da combattere ma l’alleato/analista della protagonista, in termini junghiani la (sua) ombra/parte oscura che Clarice è chiamata a razionalizzare, e dovrà coadiuvarla nel suo percorso, insieme d’indagine ed esistenziale, per trovare delle evidenze e delle prove circa l’identità del famigerato serial killer Buffalo Bill e impedirgli di uccidere ancora.
L’incontro con il serafico antropofago criminale è però devastante per Clarice (così come per noi), a tal punto sconvolgente da rivelarci appunto il suo fantasma, un’inquietante visione di agnellini che belano in maniera straziante perché destinati al macello, che ha dato a Thomas Harris lo spunto per il titolo originale del romanzo da cui è tratto il film. C’è dunque una macchia tragica che aleggia sulla nostra protagonista: grazie a un flashback capiamo che Clarice non ha ancora elaborato il lutto per la morte dell’amato padre poliziotto, aspetto che ci permette di comprendere anche un episodio della prima mezz’ora del film, quando durante un addestramento scopriamo che il punto debole di Clarice non è soltanto psicologico ma anche fisico; non riesce infatti a controllare la situazione alle sue spalle, c’è come una macula cieca, un angolo buio della propria visuale che non le consente ancora di vedere e di sapere tutto. Non è insomma ancora pronta per essere un vero agente come lo era stato il padre. Quando sarà in grado di guardarsi anche alle spalle, le sue paure e i suoi nemici saranno definitivamente sconfitti.
Dicevamo che Il silenzio degli innocenti è un film iper-codificato narrativamente e, infatti, Demme segue a tal punto il manuale, da farci restare sulla sua protagonista per tutto il primo atto del film (lezione che viene direttamente dallo Psycho hitchcockiano), tanto che quando improvvisamente il punto di vista del film si sposta sulle azioni di Buffalo Bill dobbiamo riconsiderare la nostra posizione spettatoriale. In effetti, nel thriller non è raro assistere al ribaltamento della regola aurea del giallo classico, secondo la quale l’identità del colpevole è rivelata soltanto alla fine. Il pubblico ha infatti il privilegio e la responsabilità di conoscere in netto anticipo sull’eroe chi è il colpevole perché il punto di vista del film si sposta spesso su di lui; nel thriller l’antagonista ha lo stesso peso narrativo dell’eroe, a differenza di quello che succede nel giallo dove spesso il cattivo è poco più di una macchietta priva di spessore psicologico e che quindi non fa quasi mai davvero paura.
Lo spostamento del punto di vista tra eroe e antagonista è lo strumento di costruzione più identificativo del thriller perché ci consente di disporre di molte più informazioni del protagonista e di sapere in anticipo quali pericoli gravano sull’eroe con cui nel frattempo abbiamo fortemente empatizzato, aumentando esponenzialmente il livello della suspense. Demme alterna i due punti di vista per buona parte del secondo atto, seguendo da una parte il percorso di detection di Clarice coadiuvata dal suo inquietante alleato e, parallelamente, Buffalo Bill che nel frattempo ha catturato e imprigionato la sua ennesima vittima; poi, inaspettatamente e inavvertitamente, finisce per farli coincidere. Quando la Sterling si reca a effettuare un sopralluogo di routine nella casa di un sospettato, viene informata dai colleghi che una squadra si sta recando in un’abitazione dove è pressoché certa la presenza del killer. A quel punto Demme stacca la macchina da presa da Clarice e sposta la nostra attenzione sull’operazione che un nutrito drappello di poliziotti sta compiendo proprio in quel momento a decine di chilometri di distanza da dove si trova la donna. La scelta di lasciare la ragazza per focalizzare la nostra attenzione sulla probabile cattura di Buffalo Bill è del tutto comprensibile ma, contro ogni aspettativa, scopriamo che la casa è vuota: a quel punto sappiamo con certezza che Clarice – che peraltro ritiene che il killer sia da tutt’altra parte – si troverà ad affrontare il suo antagonista da sola.
Nella celebre battaglia finale, per sorprendere il detective Sterling che lo ha ormai stanato all’interno del covo, il suo antagonista Buffalo Bill spegne la luce facendo sprofondare tutto l’ambiente nel buio più pesto e rendendole impossibile comprendere da che parte provenga la minaccia. La suspense di questa scena viene implementata dall’espediente di far coincidere lo sguardo dello spettatore con gli occhi del killer psicopatico che indossa un visore a raggi infrarossi che gli consente di vedere anche al buio. Buffalo Bill quindi, attraverso un micidiale cortocircuito diegetico, condivide lo sguardo con lo spettatore che si trova a provare angoscia e impotenza per Clarice perché è costretto a partecipare allo sguardo del suo carnefice, in una sadica condivisione scopica con l’assassino. Soltanto quando Clarice sta per soccombere, quando sembra che il (suo) tempo sia ormai scaduto, trovandosi in condizioni di totale inferiorità rispetto al suo antagonista, la ragazza riesce ad attingere alle sue energie più riposte e a quell’istinto a cui ha sempre avuto paura di affidarsi, riuscendo ad azionare quella capacità di (pre)visione che per tutto il film aveva cercato, che le consente di eliminare finalmente la sua macula cieca, di guardarsi alle spalle superando il proprio ghost e di sconfiggere definitivamente il suo avversario.
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