Il bambino segreto – Camilla Lackberg

Il bambino segreto – Camilla Lackberg

Editore: Marsilio
Redazione
Protocollato il 4 Ottobre 2025 da Redazione con
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Il riassunto del Barman

L’estate volge alla fine, ha i giorni contati, ma prima che arrivi l’inverno con la neve e il freddo, c’è il passaggio autunnale nel quale Thriller Cafè ci porta per mano con Il bambino segreto di Camilla Läckberg tradotto in italiano da Laura Cangemi, pubblicato da Marsilio nel 2013 sulla base dell’opera originale uscita nel 2007 in Svezia con il titolo Tyskungen letteralmente “Il giovane tedesco“. Siamo così gradualmente traghettati nel freddo ma non glaciale nord Europa. La meraviglia è che Cangemi, superba nelle sue traduzioni e traduttrice ufficiale dei libri di Läckberg (se non sbaglio li ha tradotti tutti) non abbia tenuto conto di questo titolo originale e molto più appropriato di quello scelto per la versione italiana.  Per attenti lettori questa scelta editoriale del titolo può essere fuorviante e condizionare la fortuna del romanzo o pregiudicarne il successo, ma non è questo il caso; un “bambino segreto” ha avuto più successo di un “giovane tedesco” anche se alla fine del romanzo si capisce bene che il secondo titolo che insiste sul “giovane tedesco” ha più senso in questa storia.

Alcuni libri, come questo, è meglio leggerli due volte, proprio per non dimenticare le sembianze del male che si annida nelle situazioni più tranquille. Ho letto “Il bambino segreto” cinque anni fa con l’angoscia del covid, del virus che si aggirava indisturbato per le strade mentre le persone costrette a vivere nelle case si dedicavano nella migliore delle ipotesi alla lettura o all’ascolto della musica. Io leggevo con la giusta tensione del caso “L’uccello del malaugurio” sulla scia della mia predilezione per la fortunata serie creata da Läckberg che ha per protagonisti la scrittrice Erica Falck e il poliziotto Patrik Edström ambientata a Fjallbacka, una località turistica sul mare della costa occidentale della Svezia, una serie con la quale nel 2008 Camilla Läckberg, con il romanzo “La principessa di ghiaccio“, il primo della serie, ha ottenuto il Grand prix de littérature policière, come miglior romanzo giallo straniero, prestigioso riconoscimento letterario francese per il genere giallo fondato nel 1948 dal critico e scrittore Maurice-Bernard Endrèbe.

Mai premio e titolo furono più indovinati perché con Läckberg siamo al cospetto della “principessa” del noir nordico, un posto di rilievo nel panorama del giallo e del poliziesco della penisola scandinava che ha dato i natali a scrittori come il poliedrico norvegese Jo Nesbø, gli svedesi Stieg Larsson, autore della trilogia Millennium, e a giallisti come Henning Mankell ideatore del celebre commissario Kurt Wallander e delle sue avvincenti storie. Le storie di Läckberg sono belle e mettono il lettore in una condizione di tranquillità perché si svolgono in un ameno e grazioso paesino della costa svedese disseminato di casette rosse di fronte a miriadi di isole di pescatori dove visse non solo l’indimenticabile attrice Ingrid Bergman diretta da sir Alfred Hitchcock  ma anche l’omonimo grande regista Ingmar Bergman. In questa apparente tranquillità familiare dove il tempo scorre piacevolmente vivono la scrittrice Erica Falck e il marito detective Patrik Edström con Maja la loro bambina. I bambini in questo romanzo spuntano da ogni parte, c’è Maja, il suo amichetto William, ma anche Ludde, il figlio della ex di Patrik, ci sono i figli di Anna la sorella di Erica, c’è anche un bambino che nasce durante il racconto e un bimbo perso da Gösta un collega della stazione di polizia di Tanum. Questi numerosi bambini che aleggiano nelle pagine del racconto, inversione di tendenza dei tassi di natalità nordici rispetto a quelli mediterranei, sono l’indizio, il preludio al bambino segreto poi ritrovato dagli abili intrecci e incastri narrativi che solo Läckberg sa architettare.

Perché la fortuna di questa scrittrice è proprio nell’incastro narrativo e nella scoperta che il male si annida nelle pieghe domestiche della vita. Erica ritrova nella soffitta un vecchio baule dal quale affiora una medaglia nazista avvolta in una camicina macchiata presumibilmente di sangue. Questo ritrovamento ci offre in parallelo una storia legata a Elsy, la madre di Erica e ai suoi amici, Britta, Frans Ringholm, Erik e Axel Frankel negli anni ’40 del secolo scorso in piena guerra mondiale e una vicenda quotidiana vissuta adesso dai nostri eroi alla ricerca dell’assassino di Erik Frankel e poi di Britta. Erica ritrova nelle pagine dei quaderni del diario della madre gli indizi e le scoperte che la porteranno a indagare sugli amici di quell’epoca della madre, sulle brutture del nazismo e sulla vita in Svezia devastata dalla vicina occupazione della Norvegia alla quale si cerca di porre rimedio con la nascita di movimenti di resistenza. La vita quotidiana invece ci regala oltre al menage familiare dove Erica prende il posto di Patrik rivendicando la figura femminile nella risoluzione del caso, mentre il detective veste i panni della massaia, figure quasi cinematografiche se si pensa al comandante della stazione di polizia Bertil Mellberg delineato magistralmente col suo lungo riporto di capelli da farci individuare nella sua figura quella di George Kennedy vincitore di Oscar come miglior attore non protagonista in “Nick mano fredda” con Paul Newman e che nella sua suscitata antipatia a prima vista dopo i tentativi di innamoramento con la madre della nuova arrivata detective Paula Morales diventa il personaggio più simpatico proprio per dare uno stacco al male e agli omicidi che si susseguono adesso e in passato.

Con questo inedito e classico insostituibile stile di successo, Läckberg ci presenta un thriller con due racconti, uno attuale e uno perso nei meandri della seconda guerra mondiale dai quali emerge preponderante la violenza, la morte, la carneficina e la paura della guerra mai così attuale come oggi e nella quale stiamo inesorabilmente sprofondando su più fronti e sullo scenario occidentale in Ucraina a nord e a Gaza a sud. Siamo trasportati in una sorta di vite parallele di plutarchiana memoria, solo che qui a differenza di Plutarco non si parla di eroi greco/romani a confronto nella contemporaneità storica, ma ci misuriamo con differenze e analogie tra il nazifascismo del 1943 e l’epoca attuale, tra i vizi e le virtù comuni di Erica la figlia che indaga e Elsy la mamma che ha dovuto assumere scelte esistenziali e morali discutibili ma necessarie. Man mano che affiorano i segreti la vicenda avviene nel presente ma ogni capitolo successivo del romanzo ci riporta nelle fughe del passato perché solo comprendendo il passato possiamo risolvere i problemi del presente e scoprire l’assassino o i conniventi. Alla fine dopo lo stupore della sconvolgente scoperta che certamente non possiamo rivelare il pensiero va a Fjallbacka vista con i tempi scenici del ‘posto delle fragole’ del film di Ingmar Bergman che lì soggiornò nella consapevolezza della fragilità dell’essere umano e nell’accettazione della realtà per continuare a vivere.

Recensione di Michele Mennuni

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