Utu, l’eredità del sangue – Michael Bennett
Il romanzo, ambientato appunto in Nuova Zelanda, ad Auckland, racconta la storia di un popolo, i maori, i cui diritti vengono calpestati da secoli dai bianchi colonizzatori. La scena con cui si apre il libro, ambientata nell’Ottocento, è fortemente esplicativa e di grande impatto: sei soldati britannici sono ritratti in posa mentre, a completare il dagherrotipo, il cadavere di un uomo pende inerte al centro della foto. L’uomo era un capo maori e il dagherrotipo arriverà fino ad oggi, esattamente come il dolore del popolo maori, perpetuato nel tempo, finché anche l’ultimo pezzo di terra non sarà loro sottratto, finché anche l’ultima angheria non sarà perpetrata ai loro danni. E quando una serie di macabri omicidi apparentemente scollegati fra loro scuote Auckland nel presente, Hana Westerman capisce che il legame, se pur flebile, c’è e porta dritto a quel popolo che lei stessa conosce bene e con cui ha ancora dei conti personali in sospeso.
I thriller ambientati in Paesi esotici sono, per me, spesso fonte di curiosità: oltre a farci conoscere altri modi di scrivere ed altre sensibilità, spesso raccontano storie poco conosciute, tra le pieghe della narrazione poliziesca. E’ esattamente ciò che è accaduto con “Utu, l’eredità del sangue”, primo libro del noto regista e sceneggiatore neozelandese Michael Bennett, recentemente pubblicato da Rizzoli con traduzione di Annamaria Raffo.
Questo libro racchiude in sé l’organicità di una buona storia ben raccontata e il fascino dell’esotico e dell’ignoto. I personaggi e l’ambientazione sono sufficientemente approfonditi, ma ciò che più risalta è il lato storico-culturale ed antropologico delle vicende narrate, oltre alle dinamiche, ai ragionamenti, alle motivazioni dei personaggi, detective ed assassino compresi. Devo rilevare uno stile molto veloce, fatto di frasi brevi, smozzicate, ma incisive. A me piace, ma c’è chi preferisce altri modi di scrivere… perciò è giusto sapere cosa aspettarsi. A me questo libro, in definitiva, è piaciuto, mi ha coinvolto e l’ho trovato abbastanza credibile. Perciò non posso che consigliarlo sebbene va detto che bisogna sempre considerare che si tratta di un romanzo e che ci si deve aspettare un’opera di narrativa, non un trattato sui maori, sulla loro storia o sul loro dolore.
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