Ti ricordi Mattie Lantry? – William Wall
William Wall è uno scrittore irlandese che ama l’Italia, al punto che ha una casa in Liguria nella quale trascorre parte del proprio tempo e che il suo ultimo romanzo “Ti ricordi Mattie Lantry?” esce prima in Italia, per Guanda (traduzione di Stefano Tettamanti), nella collana Noir, che in Irlanda. E in effetti il suo libro è intriso di ricordi, citazioni, aneddoti che riguardano il nostro paese e lascia trasparire l’affetto che Wall prova per l’Italia.
Siamo in pieno lockdown e lo scrittore Jim Winter decide di movimentare le noiose giornate casalinghe con una piccola competizione. Apre un account anonimo e chiede agli aspiranti scrittori di mandare un breve manoscritto, chiedendo che anche loro mantengano l’anonimato e promettendo per i migliori cinque un piccolo corso di scrittura. Tra i racconti ricevuti spicca subito quello di Deirdre, che rivela a Jim una serie di episodi che anche lui ha vissuto quando era giovane. In particolare, un omicidio rimasto irrisolto, quello di Mattie Lantry, compagno di classe di Jim al liceo. Chi si cela dietro allo pseudonimo di Deirdre e come ha fatto a “scovare” proprio Jim? Sarà un viaggio nel passato quello che lo scrittore sarà costretto a fare e, come tutti i viaggi nel passato, non mancheranno le sorprese, talvolta anche oscure e sgradevoli.
La scrittura di Wall è una gradita sorpresa, perché sa mescolare la scorrevolezza di una narrazione dolce e senza spigoli con la profondità di un numero impressionante di riferimenti e citazioni colte. Ha una tecnica particolare per rendere i dialoghi tra i personaggi e per intercalare il narrato dei partecipanti alla scuola di scrittura alle azioni dei protagonisti. In un’armonia che funziona bene e che finisce per comunicarci che non sempre è facile porre una netta cesura tra la narrazione e la realtà, tra il ruolo di scrittore e quello di persona comune. Perché per Wall, seguace di Shakespeare nella sostanza prima ancora che nella forma (anche se il poeta e scrittore inglese è per distacco il più citato nell’opera), noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni che abbiamo. O, per lo meno, attraverso il nostro immaginario e quello che fissiamo nella pagina, emerge molto della nostra personalità.
Tanti sono i motivi per elogiare questo romanzo. La capacità di costruire un intreccio che funziona e che trasforma in un vero noir, quello che potrebbe anche essere un memoir (mi scuso per la rima un po’ stucchevole). La perfezione con la quale tratteggia il personaggio dello scrittore Jimmy Winter, alter ego dello stesso autore. Il suo modo molto bello di introdurre gli altri personaggi, con poche descrizioni, brevi pennellate che rendono molto l’idea e creano figure vivide e credibili. La sua capacità straordinaria di rendere paesaggi e ambientazioni, della quale gli sono grato perché per lunghi tratti del libro è riuscito a trasportarmi in Irlanda, paese che amo almeno quanto lui ama l’Italia.
Questo è di gran lunga il miglior romanzo che io abbia letto finora sul Covid. Nel suo sommesso e triste ricordo della pandemia, periodo che abbiamo dimenticato troppo in fretta, Wall ritrova tutte le opere letterarie che ci hanno in passato raccontato la peste, le sofferenze, le malattie. Mette così in luce in modo spietato e lucido la nostra vera natura. La fragilità che per debolezza trasformiamo in onnipotenza, la miseria del mondo che abbiamo costruito, che corre senza sapere dove sta andando, la facilità con la quale pochi atti dolorosi fanno riemergere i demoni che abbiamo dentro di noi. Così, come nei momenti di sofferenza noi tutti siamo costretti a fare i conti con chi siamo veramente, lo scrittore Jim Winter/William Wall deve affrontare un passato scomodo che troppo velocemente aveva rimosso.
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