Sangue del mio sangue – Ruth Lillegraven
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Dove eravamo rimasti? Al termine delle ultime pagine di Fiordo Profondo, precedente romanzo e fortunatissimo esordio di Ruth Lillegraven, avevamo lasciato Clara Lofthus vedova, rimasta sola con i due gemelli Andreas e Nikolai e alle prese con la prospettiva di un drastico avanzamento nella sua vita professionale. Un’apparente normalità, costata con prezzi altissimi e una scia di sangue alla quale pensavamo fosse difficile dare un seguito altrettanto intenso.
E invece …
E’ passato poco tempo, e Clara Lofthus, appena nominata ministra della Giustizia, si sforza di conciliare la sua vita lavorativa con il ruolo di madre single e di seppellire il senso di colpa per la morte prematura del marito. E’ difficile per Clara, che ha sempre lasciato che fosse il marito Haavart ad occuparsi dei bambini anche se per loro prova un legame totalmente viscerale, e gestire il nuovo ruolo si rivela peggio di quello che pensava: Clara vorrebbe impegnarsi essenzialmente sulle sue proposte di legge per la tutela dei bambini, ma la politica si rivela da subito un altro mestiere.
E poi succede l’impensabile: tornando a casa una sera la trova vuota, i due gemelli scomparsi e una nota fa capire che sono stati rapiti.
Il mondo di Clara comincia a vacillare, e inizia una corsa affannata contro il tempo per salvare i bambini.
Se era difficile aspettarsi un romanzo all’altezza di Fiordo Profondo (se non l’avete letto, recuperatelo), Ruth Lillegraven ci sorprende con il consigliatissimo Sangue del mio sangue con un cambio di rotta emozionale: se nel primo romanzo prevalevano i toni freddi e grigi, perfetti per la rappresentazione di una Oslo fin troppo perbene e borghese animata sotterraneamente da correnti oscure, in Sangue del mio sangue c’è una variazione cromatica verso i toni seppiati della memoria e rossi del sangue e dei legami familiari, ben rappresentati anche nel progetto grafico di copertina della sempre attenta casa editrice Carbonio.
Clara è costretta a lasciare Oslo, e le sue stanze del potere, per un viaggio doloroso e adrenalinico nella propria storia personale: sgombrato il campo dal rapimento per estorsione, solo chi ha motivi profondamente personali può aver preso i gemelli, e solo capendo chi può odiarla tanto potrà salvarli.
E non è certo un viaggio semplice: la morte e la violenza sembrano accompagnarla da sempre, le sue memorie sono piene di persone e accadimenti estremi come pure i suoi legami hanno connotazioni viscerali a tratti patologiche.
Le tracce portano, ancora una volta, al fiordo, alle sue acque e alle montagne che lo circondano. Sono elementi forti e simbolici: l’acqua è simbolo di vita, di rinascita e di purificazione, ma talvolta è presente nei riti funebri come segno di morte e di caos quando la si ritrova in ampie distese come nel mare o nei laghi, la montagna e la natura selvaggia sono potenti e incontrollabili.
Da qualche pare lassù, in una zona che si estende per centinaia di metri in tutte le direzioni, impervia e inospitale, forse si trovano i miei bambini. Potrebbero essere caduti in uno dei precipizi che è impossibile vedere davanti a sé voragini che possono raggiungere anche i venti, trenta metri di profondità. In quel caso, non li troverei mai più, né vivi né morti.
Ruth Lillegraven non è interessata all’indagine poliziesca: la ricerca di Clara, affiancata dall’autista Leif, è una caccia solitaria ai rapitori dei gemelli ma è sopratutto una ricerca a ritroso nel passato e nelle sue conseguenza. Se in Fiordo profondo Clara appariva come un personaggio per molti aspetti freddo e cerebrale, emerge in Sangue del mio sangue un lato viscerale e profondamente vulnerabile con il quale riusciamo a empatizzare: sarà sempre una spietata assassina manipolatrice, ma questa volta possiamo comprendere da dove arriva questo suo modo di essere e la vediamo più vittima che carnefice, circondata da inaspettati nemici, e in fondo ci troviamo a fare il tifo per lei.
Il romanzo, articolato come i precedenti in brevi capitoli narrati in prima persona dai personaggi, è intenso e serrato, con una scrittura lineare e incisiva resa benissimo dalla traduzione di Andrea Romanzi: il finale – amarissimo – porta dove tutto è iniziato: fornisce risposte, ma sono molte – troppe – le domande che restano senza risposta o che nascono, in attesa di un auspicato terzo romanzo. Ruth Lillegraven (Hardanger, 1978) è una scrittrice, poetessa e drammaturga norvegese. Questo è il suo secondo romanzo.
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