Questioni di famiglia – Anna Grue
Etichettato con: Anna Grue, Gialli Nordici
Questioni di famiglia è il quarto capitolo della serie di Anna Grue dedicata a Dan Sommerdahl, aka “Il Calvo”, ex pubblicitario prestato con profitto all’investigazione privata. La fortuna di questa saga si è da subito legata alla traduzione in numerose lingue e alla candidatura al prestigioso premio “sncf du Polar” in Francia. Come è accaduto per i tre precedenti capitoli (“Nessuno conosce il mio nome”, “Il bacio del traditore”, “L’arte di morire”) è stata la Marsilio Editori a pubblicare in Italia anche questo quarto romanzo, avvalendosi stavolta della traduzione di Eva Valvo. La collana “Farfalle” dell’editore veneto non è nuova a pescare a piene mani nella letteratura di genere scandinava, tanto da affermare un vero e proprio sottogenere denominato “Giallosvezia” (http://www.giallosvezia.it), una sorta di IKEA del giallo e del crime, del quale fanno parte autori del calibro di Camilla Läckberg e Stieg Larsson, solo per citare i più famosi.
In questa categoria rientra certamente anche l’autrice di Questioni di famiglia, Anna Grue, giornalista e scrittrice molto popolare in Danimarca.
Siamo nell’aprile del 2009 quando “Il Calvo” viene ingaggiato come investigatore privato da una facoltosa coppia: Thomas e Lace, politico lui e arredatrice d’interni lei. I coniugi hanno perso i loro figli Rolf e Gry a causa di due fatali eventi drammatici. Quel che accomuna le due tragedie è soltanto una bizzarria temporale: entrambi i ragazzi sono morti ventisette giorni dopo il compimento del loro sedicesimo compleanno. I genitori temono che dietro questo arcano possa celarsi un invisibile piano omicida. L’unica cosa a cui riescono a pensare è che l’8 giugno prossimo anche Malthe, il loro terzo e ormai unico figlio, compirà sedici anni.
«L’unica condizione è che tu finisca entro il 4 luglio. Hai due mesi e mezzo.»
«Cosa succede il 4 luglio?»
«Temiamo che venga ucciso anche Malthe.»
Tic-tac, il conto alla rovescia ha inizio e l’ansia cresce. Senza dubbio siamo in presenza di un egregio espediente narrativo. Col susseguirsi delle pagine anche il lettore più scettico dovrà ammettere di trovarsi al cospetto di un testo molto ben costruito, che si configura come un tipico giallo in salsa nordica, ricco di introspezione psicologica e privo di “realismo magico”. In questo contesto l’autrice esplora a fondo la natura umana attraverso complessi rapporti familiari e interpersonali, e attraverso dinamici rapporti sociali che si dipanano nel milieu di una provincia danese solo apparentemente idilliaca, dietro la cui facciata di benessere si annidano le macerie del fallimento, fatto di vite meschine e nevrotiche, di personaggi frustrati, di esistenze precarie e fragili, di adolescenze distrutte all’ombra di alcol, droghe e psicofarmaci.
Il plot giallistico appare molto britannico, forse perfino “old style”, come accadrebbe in una “crime novel” inglese epurata da qualsiasi crudezza e molto incentrata sugli indizi e sul coinvolgimento quasi giocoso del lettore, in cui però le relazioni umane prevalgono sul crimine in sé. Lo stile asciutto e i dialoghi semplici (proprio per questo credibili ed efficaci), contribuiscono a rafforzare questa sensazione.
A conferire maggior dinamismo a una narrazione per la verità già abbastanza rapida e fluida intervengono, qua e là, dei binari narrativi secondari che intersecano quello principale. A volte si trovano brevi intermezzi in cui il lettore vivrà la storia in prima persona, dal punto di vista di Malthe. Altre volte sarà uno stalker della fidanzata del protagonista a rapire per qualche momento l’attenzione di chi legge. Si tratta di interventi molto ben dosati e calibrati, che non disturbano l’andamento della trama e anzi la pungolano e l’arricchiscono.
Niente di nuovo sotto il sole, forse, ma un buon thriller psicologico dalle classiche e decise tinte gialle, che quasi di sicuro appagherà gli amanti del genere, senza lasciarsi disprezzare dal lettore meno avvezzo o più generalista.
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