L’uomo che odiava i martedì – Hakan Nesser
Etichettato con: Gialli Nordici, Hakan Nesser
Mi sembravano passati pochi mesi, ma andando a controllare ho visto che era luglio 2010 quando vi annunciavo la pubblicazione de “L’uomo con due vite“; a poco meno di un anno, quindi, vi riporto oggi notizia dell’uscita del nuovo romanzo di Hakan Nesser, “L’uomo che odiava i martedì“, quarto capitolo della serie con protagonista l’ispettore Barbarotti (in originale De ensamma, “I solitari“, un titolo che forse rendeva meglio l’amarezza di fondo, ma tant’è).
La storia è un pendolo che oscilla tra due epoche.
Da una parte c’è il 1975. Un gruppo di sei studenti di Uppsala, tre coppie ventenni, “nykläckta” (appena sgusciati dall’uovo), pieni di vita. Comprano un vecchio autobus e decidono di fare il viaggio della vita: oltrepassare la Cortina di Ferro, dritti nell’Europa dell’Est. Un’avventura che dovrebbe unirli per sempre. E invece li segna. In modo indelebile.
Dall’altra c’è il 2010. Trentacinque anni dopo.
Germund Grooth, uno di quei ragazzi ormai diventato uomo, viene trovato morto. È volato giù da una scogliera. Un salto di venti metri nel vuoto. Incidente? Suicidio? O qualcuno gli ha dato una spintarella?
La faccenda sarebbe già brutta così. Ma diventa macabra quando Barbarotti scopre un dettaglio che non può essere una coincidenza: trentacinque anni prima, esattamente nello stesso punto, era morta Maria Winckler. La fidanzata di Germund all’epoca di quel viaggio in autobus.
Stesso dirupo. Stesso volo.
Barbarotti e la fidata (e indispensabile) Eva Backman si trovano a dover scavare non nella terra, ma nella memoria. Devono riaprire ferite che quei “solitari” (i sopravvissuti del gruppo, ormai ex amici, ex amanti, ex tutto) hanno cercato di nascondere per decenni.
Ve lo dico subito, senza girarci attorno: questo non è un libro per chi cerca l’adrenalina a buon mercato. Non ci sono inseguimenti con le sirene spiegate. Qualcuno lo definirebbe una lettura faticosa. È lento. A tratti lentissimo.
Nesser si prende il suo tempo per fare un’autopsia psicologica. Ci racconta di come l’amicizia possa marcire, di come un singolo atto di egoismo possa avvelenare sei vite per sempre. È un romanzo di pathos, non di azione.
Non troverete colpi di scena da far saltare il tappo dello spumante ogni dieci pagine. Ma troverete una scrittura superba, capace di descrivere quella solitudine che ti si attacca addosso quando capisci che la giovinezza è finita e ha lasciato solo conti da pagare.
Barbarotti indaga su due morti, ma in realtà indaga sul tempo. E su come il passato, se non lo affronti, prima o poi ti spinge giù dal burrone.
Se avete la pazienza di ascoltare, questa è una storia che vi lascerà un retrogusto amaro, ma persistente.
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