Il giovane Giona, adolescente con la mente da bambino, vive una vita senza ricordi e sotto la sferza della dura disciplina del nonno Alvise. Vive con un freddo continuo nelle ossa e con la paura di sbagliare un gesto, una parola, un’occhiata. Il ferreo rigore a cui il vecchio lo obbliga ha lo scopo di forgiarlo e di renderlo migliore ma anche di incatenarlo alla casa in cui vive e al paese che li circonda. Il paese, la montagna che lo sovrasta, la nebbia che li avvolge: il mondo sembra ridursi a questo solo spazio, uno spazio astratto e ostile in cui le cose sembrano entità senzienti, dotate di anima e volontà. Giona ci racconta, con la sua lingua immaginifica e ricca di metafore, del momento in cui il muro delle sue paure si spezza e, incapace di sopportare l’ennesima soperchieria, trova la forza di sfidare il vecchio Alvise e lascia la casa per inoltrarsi in un paese dal quale, come nei labirinti di scale di Escher, sembra impossibile fuggire.
Attraverso gli incontri con la giovane ma saggia Norina, con i vecchi Attilio e Linda e con altre momentanee apparizioni che sembrano esalate dalla stessa scorza del paese, Giona continua la sua sfida con Alvise e con se stesso, mentre la montagna stessa, come incapace di accettare una tale violazione alle proprie leggi, arriva a spaccarsi in un silente grido di dolore. Sarà a un tragico, estremo confronto fra il giovane e il vecchio a chiudere la vicenda in un epilogo che sa di espiazione e purificazione. Ma non si tratta della conclusione del romanzo, bensì della sua prima, se pur preponderante parte. Altre quaranta pagine di rivelazione, in cui anche il punto di vista cambia, ci porteranno a guardare la storia di Giona con occhi affatto diversi.
Il romanzo di Filippo Tapparelli, che si è aggiudicato il prestigioso Premio Calvino, si gioca essenzialmente sulla costruzione del punto di vista di Giona: filtrata attraverso il suo sguardo la realtà ci appare rarefatta, esigua, opprimente ed il confine fra il mondo esterno e la mente di Giona sempre più incerto. Lunghe descrizioni di stati interiori e di particolari d’ambiente, spesso trattati con metafore intercambiabili contribuiscono a rendere ancor più accentuata la labilità del confine fra il dentro e il fuori.
Non del tutto convincente il passaggio alla rivelazione finale, con un escamotage ed un ribaltamento che appaiono piuttosto ovvi così come appaiono a volte troppo indugiati taluni passaggi descrittivi della prima parte, con situazioni che tendono a ripetersi.
Resta comunque l’impressione di un autore che dispone di un linguaggio evoluto, ricco e di un talento non comune cui un una maggiore attenzione alla struttura e alla trama potrebbe giovare.
Recensione di Alberto Odone.
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