Presunto innocente – Scott Turow
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Sbandiera la tua innocenza. Semina un granello di dubbio nei bastardi che stanno là fuori. Qualcosa può sempre cambiare.
Presunto innocente è un thriller del 1987, opera prima dello scrittore statunitense Scott Turow.
Ambientato in una (fittizia) contea del midwest americano, racconta in prima persona le vicende di Rusty Sabich, vice procuratore capo della Kindle County. Ce ne occupiamo oggi al Thriller Café.
Mancano pochi giorni alle elezioni quando Carolyn Polhemus, avvenente avvocatessa, viene uccisa in casa propria: è un delitto efferato, contraddittorio; soprattutto, potrebbe far pendere l’ago della bilancia politica nel testa a testa tra Raymond Horgan, procuratore uscente, e Nico della Guardia, lo sfidante, verso quest’ultimo. Ciò, a meno che Rusty Sabich non trovi l’assassino prima dell’apertura delle urne.
Le poche prove sulla scena, però, appaiono paradossali: forse c’è stata violenza, prima dell’omicidio; forse un rapporto consensuale.
Ma chi è, realmente, Carolyn Polhemus?
Una burocrate corrotta, senza scrupoli, oppure la fragile e sensuale giovane donna capace, mesi prima, d’incrinare tutte le certezze di Sabich?
Per scoprirlo, e risolvere il caso, Rusty crede d’esser pronto a tutto, ma la realtà, e la verità, sono concetti effimeri, nella Kindle County: qui infatti accusatori e accusati si confondono come gli amici e i nemici.
Con Presunto innocente, Scott Turow presenta al lettore un personaggio sorprendente, sessuato e sfaccettato; così l’ambientazione, fittizia eppure “reale”, o realistica nell’imperfezione e la corruzione morale e materiale con la quale l’Autore la colora e caratterizza.
È un concentrato d’apparenza, dunque, la Turowiana Kindle County: un calderone in cui scorre una trama solida e ben strutturata pur nella propria semplicità; si tratta d’un intreccio popolato di personaggi anche minori ma ugualmente (quasi) sempre accattivanti; soprattutto, plasmati s’un’idea di Giustizia che sembra aver perso l’assolutezza sua propria per relativizzarsi e sfumare in una legge ch’è meramente quella del più forte, o del più astuto.
Ma è nell’introspezione che sta, concludendo, la vera ricchezza d’un romanzo che pure ha segnato, per altri motivi, uno spartiacque, creando sostanzialmente un genere, quello del “legal” thriller, proficuamente ripreso anche da altri autori (Grisham, in particolare). Al di là d’ogni altra “sovrastruttura”, infatti (prima e più importante, tra tutte, la lunga, dettagliata e “romanzata” descrizione delle fasi del processo penale, interessante e “rivoluzionaria”, appunto per il 1987), Presunto innocente è nient’altro che una profonda riflessione; meglio, è la confessione intima e sincera d’un essere umano sconvolto dal proprio essere, un frammento metaforico d’una vita che potrebbe esser quella d’ognuno: fatta di desideri, impulsi, vizi e virtù che confondono, che (a volte) sconfiggono, ma che, in definitiva restano la differenza senziente che rende umani.
Recensione di Alessio Massaccesi.
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