Scenario insolito per questo giallo elettrizzante e sofisticato: Taranto, coi suoi miasmi tossici che ammalano il rione Tamburi, prova provata che, in quella città, per non morire di fame si accettano i veleni. Eppure è a Taranto che il commissario Spiridione Fusco (solo a Taranto detto Spiro) chiede di tornare, la sua dolce ed amara città. Personaggio ampio, solido, dritto. È mammo di Vanessa, ormai adolescente avanzata, che lo chiama ancora papo ma gli presenta il conto appena può, ragazza sportiva e musicale ma comunque orfana di fatto di madre.
Spiro è l’ex di almeno due donne molto sfaccettate: Angela, la mamma di Vanessa, debole di mente e fragile di cuore, che ha mollato entrambi, ufficialmente per non arrecare loro troppo male, e Giulia, figlia del mentore, amico, capo di Spiro – Enrico Vanoli- tuttora suo consigliere poliziesco e, in quanto mancato suocero, occhio amorevole e accudente.
La trama gialla è classica: una serie di vittime, marchiate a fuoco con un simbolo preciso – il fior di loto- che riecheggia molte fedi, alcune note, altre più di nicchia. Marchiate prima di essere freddate alla maniera di uno scultore, con un giravite nel cuore piantato a fondo con una martellata.
Spiridione Fusco indaga e indaga e indagando trova intrecci provinciali e personali tra le vittime, tra i loro parenti e, tra tutti costoro, anche con se stesso. Vent’anni prima è intervenuto sulla scena dell’ammazzamento di tale sig.ra Sullam e oggi si ritrova ad annunciare la morte del di lei marito ai figli, quei bambini spauriti di allora, oggi adulti più o meno fasati. Con l’aggravante che Federico pare nutrire interesse per sua figlia Vanessa.
Thriller e romance, più volte interconnessi senza togliere pathos né indulgere in melasse: le ragioni della follia ha un effetto altalenante sul lettore, lo intriga e lo rilassa, lo indigna e lo sdilinquisce.
Spiro è un personaggio lunare, con questo suo lato professionale e paterno di ampi respiri ed una faccia occultata scura, che lo dilania e al contempo lo rende più profondo, ammaliante, perfino perverso.
Il finale è un colpo di scena al cuore.
E poi c’è Taranto, li, con i suoi scenari, belli e osceni, con i suoi gas e i lungomare, il mar piccolo e la mai espressamente nominata Ilva, sempiterna. Come Angela, la presenza assenza nella vita del protagonista. Angela, demonio folle o vittima piena di ragioni.
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