Probabilmente molti di voi lo hanno già apprezzato in Follia a due, storia mozzafiato sulla morte di moglie e figlio di un reduce dalla missione italiana in Afghanistan, apparentemente in un incidente stradale. Alcuni magari hanno assaggiato anche L’immagine divisa, uscito invece per Clown bianco tempo prima, dove faceva il suo esordio Damiano Danti, il criminologo profiler che ritroviamo anche nell’ultimo romanzo di Marinoni.
Be’, questo autore è decisamente da tenere d’occhio.
Due righe di trama, giusto i due cubetti di ghiaccio che non possono mancare in alcun cocktail di recensione: siamo nell’entroterra ligure di Finale, esattamente a Calvisio, i cui abitanti vengono definiti sciacca teiste, perché si difesero dalle invasioni barbariche lanciando massi dalle fasce. L’elemento storico torna nella narrazione, più volte, come arma di delitti contemporanei e passati e la commistione tra vicende dei tempi che furono e del presente è un affascinante elemento narrativo.
Muore un cacciatore, in circostanze bizzarre perché, rinvenuto ancora vivo dalla moglie, viene lasciato ad agonizzare mentre lei si allontana conducendo con sé il cane, per impedirgli di chiedere aiuto. Sulla vicenda, solo apparentemente bollata come incidente, si intestardiscono Andrea Bonora, detto sasiza (salsiccia) perché ha perso svariate dita in segheria, ed il suo ex superiore Michele Carraro. Riccardo, il morto, era un loro compaesano, lo conoscevano, andavano a caccia con lui. Dov’è finito il fedele Ali? Perché la vedova non sembra inconsolabile? Perché a breve distanza temporale va a fuoco anche il negozio di Prasca, con lui dentro?
In questa sorta di Twin Peaks al profumo di pesto tutti nascondono molto. Segreti, intrighi, gesti inconfessabili per cui, procedendo nella lettura, noi non riusciamo a prendere le parti di alcuno di loro, sono tutti a loro modo ruvidi, respingenti e colpevoli. Persino Carraro, che nasconde un passato da alcolista ficcanaso e senza scrupoli. Persino Bonora che, afflitto da una sinestesia, “vede” i colori nei toni di voce da cui desume se chi parla stia mentendo, abbia paura o celi qualcosa. Persino Serena, che ha abbandonato i genitori per un litigio banale e non accenna a perdonare il padre.
Tutti si conoscono a Calvisio ma chi sa davvero dell’altro, quando sembrano tutti ignorare anche molto di se stessi?
Marinoni attinge a nozioni di vittimologia, di registrazione audio, di anatomopatologia, di genetica e di criminologia.
Ogni personaggio ha un lato scuro, una macchia, un vulnus. Questo rende il romanzo a tratti gotico, echeggiante certa fortunata letteratura francese (pensate ai Baltimore di Dicker o alla Vita segreta degli scrittori di Musso), cupo e intelligente, solcato da un senso di inesorabilità del male che abita tutti e da cui solo alcuni riescono a distanziarsi.
Un romanzo cinematografico. Ecco il mio cast: per Carrano vedo bene Michele Placido, per Sasiza lo sceriffo di Stranger Things, al secolo David Harbour, per il criminologo Danti Christoph Waltz, e Francesca può avere il viso della Impacciatore.
Che ne pensi Marco?

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La memoria del male: Il passato è un luogo buio, abitato da ombre e fantasmi
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