Le parole di Sara – Maurizio de Giovanni
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Sara era un animale pericoloso. Di quelli che sembrano innocui e per questo sono molto più feroci e letali delle belve che ruggiscono. Era una donna di molti silenzi, ma adesso aveva scoperto di custodire parole nascoste che dicevano tanto di lei, anche senza essere pronunciate, proprio come quelle che era abituata a leggere negli altri.
In questo “Le Parole di Sara“, seguito di “Sara al tramonto“, l’empatica ex poliziotta torna per un’indagine che combina, a diversi livelli di coerenza, questioni personali e futuro del paese.
Sergio Minucci sparisce senza lasciare tracce. Il giovane non è soltanto un bel ragazzo, un fidanzato coscienzioso e un brillante ricercatore universitario. È uno stagista nell’unità investigativa segreta guidata dall’amica e rivale di Sara, Teresa Pandolfi. Della “Bionda” Teresa, in opposizione alla “mora” Sara, lo scomparso è, oltre che un sottoposto, anche il passionale amante.
Più di vent’anni. Trascorsi, uno dopo l’altro, in un anonimo ufficio, non troppo diverso da come sarebbe dovuto essere secondo la targa in ottone all’ingresso, su cui figurava il nome di una ditta di import-export. Invece, quelle stanze erano l’orecchio di un indispensabile apparato dello Stato di cui nessuno, inclusi i politici, poteva ammettere l’esistenza. Guardare, carpire, riportare.
In maniera quasi asettica, distaccata, spesso senza nemmeno sapere chi si stava sorvegliando e perché, lottando contro ogni maschera, assimilando l’odio per gli inganni al punto da diventare quella che era diventata: una donna senza tacchi e coi capelli grigi, sfuggente, invisibile.
Le due donne si lanciano in una corsa contro il tempo per ritrovare Sergio ma le azioni di Mora e Bionda vengono rallentate continuamente. Non tanto dagli ostacoli e gli avversari, che non mancano, quanto dal decisivo impegno dell’autore di questo romanzo, Maurizio de Giovanni, nel dare spazio a personaggi assolutamente minori e a digressioni per nulla rilevanti nell’indagine. A questo va aggiunto un frequentissimo ricorso al tell, il dire, della famosa regola aurea dello scrivere, lo show, don’t tell.
Mentre rimangono appena suggeriti e sullo sfondo le gravi implicazioni della scomparsa di Sergio sul lavoro delle protagoniste sappiamo moltissimo del desiderio di paternità frustrato dalla modernità delle donne del poliziotto Pardo e tanti altri dettagli a soggettiva maschile e costume.
Mentre ci si addentra in una potenzialmente esplosiva falla nella sicurezza nazionale assistiamo pagine dopo pagine a dialoghi da piccolo cabotaggio umano e situazioni da commendia condominiale.
Solo ogni tanto l’autore tiene a ricordarci che questo è, magari molto incidentalmente, una spy story. E che in questa c’è il background di Sara, la nostra protagonista di saga.
Nello stesso periodo, Teresa l’aveva cercata. E le aveva chiesto di occuparsi di uno dei tanti, terribili reati in cui si imbatteva nella sua attività di controllo e che non poteva rivelare, per non pregiudicare la segretezza dell’unità e mettere sull’avviso i tanti soggetti sotto sorveglianza. Così pedofili, stalker, autori di violenza di ogni tipo circolavano a piede libero, mentre donne, bambini e anziani subivano soprusi, atroci vessazioni, perfino torture. E loro, i membri della più segreta struttura di sorveglianza dello Stato, erano condannati a guardare, carpire, riportare, senza poter agire.
Non è difficile notare come il talentuoso tenore di de Giovanni, così rassicurante e amichevole con colui e colei che ne legge i romanzi, goda di pause, artifici, ripetizioni proprie del racconto orale. La situazione di spending review, l’uso di epiteti, l’accenno alle questioni indicate ma lasciate sullo sfondo come il terrorismo eversivo di destra o l’immigrazione vengono poste e riproposte a soccorso del lettore disattento oppure a tentare di coprire una forma di disagio.
In nessuno momento del romanzo l’autore permette persino alla protagonista di essere in alcun modo risolutiva, evoca complotti e questioni d’attualità senza mai, neanche una volta andare a fondo delle questioni. Molto viene evocato in questo libro ma quasi nulla viene affrontato in un tentativo di contribuire alla favola della semplicità del paese Italia a cui non crede nessuno ormai.
L’indagine viene soffocata, letteralmente insabbiata dal disagio dell’autore in un genere in cui non sembra proprio trovarsi a suo agio, lontanissimo da luoghi e questioni, quelle di polizia e a Napoli, in cui ha saputo creare successo e voce propria. Tra i molteplici rimandi “a vicolo cieco” c’è in questo romanzo anche una versione improba di Person of interest anch’essa come lanciata lì, non gestita, in un disinteresse all’approfondimento e alla gestione di temi e scene che ha quasi dello stupefacente.
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