La maschera di marmo - Jean Christophe Grangé - recensione

Come fanno uno psichiatra gigolò, una baronessa alcolizzata e un Hautpstrumführer della Gestapo a collaborare alla ricerca di uno spietato assassino nell’assolata Berlino di fine agosto del 1939? Grazie alla penna di Jean Christophe Grangé che li amalgama alla perfezione nel suo ultimo successo La maschera di marmo, edito da Garzanti.

Il 26 agosto, l’Hauptstrumführer Franz Beewen, trentacinque anni, era stato ufficialmente investito del caso. Dal canto suo, lui non aveva la minima idea del perché lo avessero scelto. Aveva un passato brillante (dal punto di vista nazista) ma non sapeva nulla di indagini criminali. La Gestapo era una polizia politica: arrestava le vittime, non i colpevoli. (pag. 53)

Le grandi dame del Reich, belle e spensierate, si ritrovano tutti i pomeriggi all’Hotel Adlon di Berlino, per chiacchierare e bere champagne, mentre l’Europa, alla vigilia della seconda guerra mondiale, è sul punto di implodere. Sono anche le vittime prescelte da un misterioso killer mascherato, che le sorprende sulle rive della Sprea o vicino ai laghi, sottoponendole a orribili mutilazioni.

In una Berlino paradossale, angosciante e frivola al tempo stesso, tre esseri singolari affronteranno l’investigazione. Simon Kraus, psicoanalista di talento e gigolò ai margini, sempre pronto a ricattare le sue pazienti. Franz Beewen, colosso della Gestapo, brutale e spietato, che sembra aver dichiarato guerra al mondo. Minna von Hassel, una ricca ereditiera e devota psichiatra che lotta per salvare i dimenticati dal Reich. Questi investigatori a cui tutto si oppone, seguendo le orme del Mostro, scopriranno tante verità sconcertanti sul disegno che il “Caporale boemo” e i suoi esaltati seguaci hanno messo a punto per l’intera Umanità.

Rappresentiamo un potere al di sopra della legge, al di sopra del popolo, al di sopra dell’economia. Rappresentiamo l’ordine e l’autorità. Se siamo certi della nostra causa, vale a dire la protezione della patria, possiamo permetterci qualsiasi cosa”. Il nazismo era giudice e partito, mezzo e fine. (pag. 369)

Jean Christophe Grangé è un autore che ama stupire il lettore cambiando ogni volta personaggio e ambientazione dei suoi thriller: Parigi, la Bretagna, il Congo, l’Alsazia. Raramente, poi, esiste un sequel o il medesimo investigatore appare in due libri (eccezion fatta per Il rituale del MaleL’inganno delle ombre e per Pierre Niémans, protagonista di I fiumi di porpora e L’ultima caccia) (per tutte le recensioni dei libri di Grangé pubblicate da Thriller Café a partire dal 2009 e per la sua biografia, vi rimando alla pagina a lui dedicata).

L’ambientazione di La maschera di marmo è un’assolata e, in una qualche misura, sonnolenta, Berlino di fine agosto del 1939, dove la vita scorre beata per chi è allineato con il Reich, a partire dalle bellissime mogli dei personaggi politicamente più in vista, ammantate di sete fruscianti e intente solo a godersi la loro vita lussuosa.

Perennemente annoiate e inquiete, affollano lo studio del dottor Simon Kraus, un avvenente psichiatra che, pur di mantenere lo stile di vita roboante al quale è abituato, si presta a intrattenere queste belle dame, anche fornendo i suoi servigi sessuali.

Simon Kraus aveva lasciato la Germania dal 1934 al 1936 per studiare in Francia e poi era tornato a Berlino. aveva vissuto l’incendio del Reichstag nel febbraio del 1933, la concessione dei pieni poteri a Hitler un mese dopo, il successivo rogo dei libri, La Notte dei lunghi coltelli nel ’34 e la Notte dei cristalli nel novembre del ’38… L’unico evento che aveva mancato erano state le Olimpiadi. Ebbene, aveva superato questo torrente di merda con la massima indifferenza. Anche adesso che la guerra era ormai palesemente in calendario, continuava a infischiarsene beato. Era sicuro di sopravvivere al diluvio. (pag. 21)

La popolarità del suo studio aumenta vertiginosamente, fino a rendere Kraus il confidente – più che terapeuta – delle signore del club dell’Hotel Adlon, che però non manca di ricattare con registrazioni delle sedute psichiatriche, durante le quali le donne raccontano i propri sogni o si lasciano andare a confidenze che in altre sedi sarebbero valse loro l’internamento in un campo.

L’apparente serenità della vita di Simon Kraus viene meno quando un assassino comincia ad accanirsi proprio contro le sue pazienti-amanti e la sua posizione viene vagliata dalla Gestapo.

Ecco dunque che entra in scena il secondo personaggio cardine della storia, l’Hauptsturmführer Franz Beewer, che Grangé pennella alla perfezione in queste righe:

Oltre a essere alto, era anche di bell’aspetto. Un vero volto ariano appena uscito dalla scatola del Meccano. Lineamenti di ferro, mascelle inflessibili, occhi chiari, bocca sprezzante… Con una faccia del genere, poteva spedirti in un campo di concentramento con un semplice cenno del mento. Un difetto, però, Sigfrido ce l’aveva. Soffriva in maniera evidente di ptosi, una carenza del muscolo della palpebra superiore che gli teneva semichiuso l’occhio destro. Quando ti guardava, pareva ti tenesse sotto mira con la sua Luger. (pag. 39)

Franz Beewen è conscio, però, dei suoi limiti intellettuali, essendo solo un bifolco campagnolo, riciclatosi nei panni di sgherro. Per entrare nella mente di un assassino così sofisticato e fiutarne la scia, capisce all’istante che dovrà avvalersi della mente brillante di Kraus, del quale però disprezza i bassi mezzucci che gli consentono agi e prebende, impensabili nel rigoroso e, in apparenza, parco regime di vita del bravo cittadino del Reich.

Era figlia di milionari comunisti, il che di per sé suonava come una barzelletta. ma la cosa più divertente era che i due leninisti erano fuggiti con il fratellino negli Stati Uniti, la Babilonia del capitalismo. […] Erano generalisti della felicità. In tutto questo, Minna era cresciuta tra tate che la adoravano e la soffocavano come una pila di cuscini di velluto. (pag. 79)

Il terzo “investigatore” indispensabile per risolvere il caso è la tormentata baronessa Minna von Hassel, scivolata nell’alcolismo più bieco da quando ha capito che non avrebbe potuto in alcun modo salvare i malati psichiatrici che le erano stati affidati, perché per il Terzo Reich era indispensabile proteggere la società da quelle pericolose anomalie, che andavano tenute sotto chiave.

La disillusione a cui Minna era stata sottoposta, unita alla solitudine esistenziale che la attanagliava, l’aveva minata fisicamente e psicologicamente al punto da costituire sempre per i suoi compari l’anello più geniale ma il più vulnerabile della catena.

I rispettivi ruoli erano ormai definiti. Minna era la teorica del gruppo. Simon era lo studioso, l’alchimista. Beewen, il pragmatico, la mente poliziesca, colui che cercava di mantenere il sangue freddo e calmare le acque. (pag. 540)

La maschera di marmo è a mio avviso il romanzo più imponente di Grangé, sia per la dovizia di dettagli storici che l’Autore mette in campo sia per la serie innumerevole di colpi di scena e rovesciamenti di fronte che l’indagine subisce. Un impianto così grandioso da strizzare l’occhio a Neùtflix fin dalle prime, patinatissime pagine, a giungere al finale volutamente aperto.

Per parte mia, posso dire che ho fatto fatica a reggere il ritmo da pagina 430 in poi, quando, all’ennesimo flop investigativo, i tre compari se la cavano (benché tartassati dalle SS) e dell’assassino ancora non si vede traccia. Ma sappiate che la tenacia da lettore incallito premia e, quando avrete finalmente tagliato l’agognato traguardo, vi rimarranno nella mente vivide sia le situazioni che i personaggi che Grangé con grande acume ha confezionato.

La descrizione che preferisco è quella dell’Obergruppenführer Perninken, il superiore di Beewen perché trasuda sarcasmo da ogni sillaba:

“Perninken incrociò le braccia sul ripiano in pelle della sua scrivania. era un nazionalsocialista puro, al cento per cento. Un precipitato senza scorie. Non era nato dai fianchi di una donna ma dalle trincee della Somme. Il suo liquido amniotico era stato il sangue della sconfitta, il sudore dei vinti.”

La ridondanza dei gradi dei militari, poi, è parimenti sarcastica: tanto più la parola che esprime il grado è lunga, tanto più il personaggio è elevato nella scala gerarchica, dunque, va ridicolizzato!

La critica che Grangé opera contro il Nazismo e i suoi capi è feroce, travestita molto spesso da ironia dissacrante, come nell’esempio di Perninken, ma più spesso intrisa di sangue che sgorga, ossa rotte, cadaveri marcescenti. Splatter volutamente cruento, a perenne memoria che è vero che “Tutto il nazismo si può così riassumere: un progetto delirante messo in atto da una massa di delinquenti analfabeti” ma che gli effetti devastanti di quel progetto delirante sono stati orrore e morte per milioni di persone di etnie e credo diversissimi tra loro, colpevoli solo di non essere biondi e con gli occhi azzurri, come la razza ariana pura avrebbe imposto.

La chiave dell’enigma sarà proprio la cosiddetta Operazione Europa.

Per concludere, voglio segnalarvi alcune chicche che ho scovato durante la lettura.

A pagina 176, Minna von Hassel si reca di notte al Gynécée, un locale per sole donne, per incontrare una sua amica che aveva una rivelazione da farle. Nella Germania nazista le lesbiche non erano perseguitate come i gay, perché il paragrafo 175 del codice penale tedesco condannava solo i rapporti sessuali tra uomini. Il “reato di lesbismo”, dunque, non esisteva.

A pag. 251, Grangé fa un brevissimo excursus sui serial killer più celebri di Germania, il più famoso dei quali è di gran lunga Peter Kurten, il vampiro di Dusseldorf, immortalato nel film di Fritz Lang, M-il mostro di Dusseldorf.

A pagina 431 ho avvertito una fastidiosissima sensazione da stridio di gessetto sulla lavagna quando Grangé scrive la parola noir in questo contesto:

Lei (Minna) era nauseata. Beewen non era altro che una bestia assassina. […] Era il lupo delle favole, l’assassino dei noir di bassa lega, il bastardo che a tutti piace odiare. Un rimedio drastico contro qualsiasi velleità di affetto o amicizia. Com’era finito al suo fianco?”. In tanta precisione storiografica, credo che questo possa essere l’unico esempio di anacronismo e incongruenza col personaggio: dove accidenti aveva potuto leggere noir di bassa lega nella Germania nazista la baronessa von Hassel?

Ma a Jean Christophe Grangé si perdona qualsiasi cosa!

Vi lascio con la citazione delle citazioni, quella più agghiacciante, perché la sua lapalissiana verità stride totalmente con l’enorme spreco di vite umane che l’ideologia del Mein Kampf aveva generato, e che Grangé mette sapientemente in bocca al barone Gerard von Hassel, lo zio di Minna, potente banchiere tedesco:

“Noi operiamo per un altro Führer, mia cara, molto più potente dell’uomo con i baffi, un dio che supera tutti questi patetici tentativi di cambiare il corso della storia: il denaro. Il mondo si fonda sul primo capitalista della storia: l’uomo. È il valore migliore, mai in ribasso, mai indebolito: il forsennato egoismo dell’essere umano”. (pag. 457)

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La maschera di marmo
  • Grangé, Jean-Christophe (Autore)