Dei gialli di Bruno Morchio si parla da anni, sin dal suo esordio con Frilli edizioni: il suo Bacci Pagano – investigatore vecchio stile, in cui tutto, dalla vita personale al modo di operare riecheggia figure letterarie assurte al mito nel genere – impersona oggi un topos nerissimo. Ex detenuto perché vittima di un errore giudiziario, separato crudamente dalla moglie, una figlia adorata quanto desaparecida, un’esistenza paralizzata emotivamente che gli consente un carattere schietto con la gente e brillante nelle indagini.

Dei romanzi di Bruno Morchio hanno realizzato un gioco da tavolo che si snoda tra le vie, anzi, i carrugi della sua Genova, dipinta così bene da aver spesso preso il sopravvento nelle recensioni persino rispetto alla figura chiave del personaggio principale.

Non so che fine abbia fatto il progetto della serie tv, di cui si parlava, ma ho il sospetto che Morchio si sia opposto a certe modifiche banalizzanti che spesso la regia televisiva impone agli autori, trasformando le loro trame originali. Glielo chiederò alla prima occasione.

Ma parliamo dell’ultimo, questo Nel tempo sbagliato dal sottotitolo ancora più accattivante: l’irresistibile arte della fuga, che si riferisce molto più a Bacci che all’intreccio in cui, all’inizio, la scomparsa di una donna viene catalogata semplicisticamente come una eclissi volontaria.

A Pagano si rivolge il marito della scomparsa che, rispetto a lei, ha il doppio degli anni e un decimo delle qualità ma è pieno di soldi, una bella barca sul molo di Arenzano e, all’apparenza, condivide con Myra -la dispersa- un profondo amore per il passato. Lei collabora in Università perché è cultrice degli epigrammi di Marziale, un autore latino tutt’altro che romantico. Lui, Carlo, invece, è solo un “dinosauro” (come lo etichetta Mara, di professione psicologa, nella vita compagna di Bacci e nei romanzi espediente letterario per fornire indizi e soluzioni al caso).

Dove sia finita Myra è lo scopo dell’inchiesta per cui non vi spendo neppure una parola. Come sia Bacci si sa, o basti sapere che si considera “di disturbo anche a se stesso” o che Mara lo bolli come un analfabeta dei sentimenti (qui, solo qui, cadendo in un facile equivoco tra incapacità di amare ed incapacità di esprimere amore).

Ho trovato interessante la descrizione del personaggio assente, quello che parla solo attraverso le descrizioni degli altri: Myra.

Una giovane di origine ucraina, figlia di professori universitari che l’hanno spinta a trasferirsi in Italia ad approfondire il latino, di cui è appassionata. Una donna bellissima, molto somigliante a Sylvie Vartan, la cantante ye-ye notissima negli anni ‘70 (anche io da piccola consumavo il 45 giri di Come un ragazzo) che, agli occhi degli uomini che la incontrano appare si appetibile ma inafferrabile (si mantiene lavorando seminuda in un nightclub) e a quelli delle donne risulta professionale, determinata, addirittura necessaria. Bizzarro che l’accezione più edificante giunga da quelle che di solito sono le peggiori nemiche di una donna, le sue consimili. Forse qui l’Autore, che nasce psicologo e psicoterapeuta, ci ha voluto sparigliare qualche carta e abbattere lo stereotipo maschilista che pretende di mettere le donne in competizione tra loro per impedire che si alleino. Solo agli occhi delle donne, in questo libro, Myra – mezza Afrodite e mezza Atena- può essere assolta dalla grave colpa di racchiudere un cervello brillante in un corpo splendido.

Ma capire dove sia sparita Myra, e soprattutto perché, resta compito di Bacci Pagano. Un uomo che, almeno all’apparenza, ama la fuga quanto, all’apparenza, l’ha amata Myra.

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Nel tempo sbagliato. Bacci Pagano e l'irresistibile arte della fuga
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