I fiumi di porpora – Jean-Christophe Grangé

I fiumi di porpora – Jean-Christophe Grangé

Editore: Garzanti
Giuseppe Pastore
Protocollato il 17 Ottobre 2009 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1018 articoli
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Oggi su Thriller Café parliamo de “I fiumi di porpora“, il romanzo che ha portato alla ribalta Jean-Christophe Grangé (del quale recentemente abbiamo recensito “Miserere“) e dal quale è stato tratto l’omonimo film con Jean Reno e Vincent Cassell.

Due poliziotti agli antipodi, due indagini apparentemente slegate, un cadavere orrendamente mutilato incastrato nel ghiaccio delle Alpi e la tomba di un bambino profanata in un paesino di provincia. Non c’è nulla di lineare, ma ci sono tutti gli ingredienti per un thriller coi fiocchi.

I nostri due protagonisti sono Pierre Niémans, sbirro veterano, duro e con una sgradevole fobia dei cani, e Karim Abdouf, un poliziotto di origini arabe, ex teppista che si muove ai margini. Iniziano a indagare ognuno per conto suo e le loro strade finiscono inesorabilmente per scontrarsi a Guernon, una gelida e isolata cittadina universitaria tra i monti, dove un’élite accademica chiusa e arrogante sembra nascondere segreti inconfessabili.

Siamo davanti a un thriller interessante, pervaso da un’atmosfera opprimente, sinistra e macabra e in cui non ci sono tempi morti. La curiosità di capire come diavolo si colleghino la tomba profanata a Sarzac con l’orrore incastonato nei ghiacciai alpini ti spinge a voltare le pagine a un ritmo forsennato. C’è però molta carne al fuoco, tra sotto-trame, genetica e segreti sepolti, e al momento della verità le cose sfuggono un po’ di mano all’autore. L’indagine psicologica infatti cede il passo a una resa dei conti un po’ troppo in stile “action movie” hollywoodiano, e la il movente dietro i delitti si rivela essere quasi implausibile e tirato a caso.

Tirando le somme sull’intero volume, quindi, direi che chi lo ha definito “la risposta europea a ‘Il silenzio degli innocenti’” ha un po’ esagerato, ma resta una buona lettura.

Se volete farmi un’idea, questo è l’incipit:

Ga-na-mos! Ga-na-mos!
Pierre Niémans, con le dita contratte sull’altoparlante VHF, guardava da sotto in su la folla che scendeva le rampe di cemento del Parc des Princes. Migliaia di teste in fiamme, di cappelli bianchi, di sciarpe dai forti colori formavano un nastro variegato e delirante. Un’esplosione di coriandoli. O una legione di demoni allucinati. E le tre note, lente e lancinanti, ripetute all’infinito: “Ga-na-mos!“.
Il poliziotto, in piedi sul tetto della scuola materna di fronte al Parc, concertava le manovre della terza e della quarta squadra della Compagnia Repubblicana di Sicurezza. Gli uomini, in divisa blu scuro e casco nero, correvano protetti dagli scudi di policarbonato. Il metodo classico. Duecento uomini da una parte e dall’altra di ogni serie di porte, e dei commandos “schermo”, con il compito di evitare che i tifosi delle due squadre venissero a contatto, anche solo visivamente…
Quella sera, in occasione dell’incontro Saragoza-Arsenal, finale della Coppa delle Coppe 96, l’unica partita dell’anno in cui si affrontassero a Parigi due squadre non francesi, erano stati mobilitati più di millequattrocento poliziotti e gendarmi: per i controlli d’identità, le perquisizioni, e per regolare il flusso dei quarantamila tifosi giunti dai due paesi. Il commissario Pierre Niémans era uno dei responsabili delle operazioni. Non che ciò corrispondesse alle sue abituali mansioni, ma il poliziotto dai capelli a spazzola apprezzava simili esercizi. Sorveglianza e scontri allo stato puro. Senza indagini o procedure. Per certi versi una semplicità rilassante. Inoltre amava l’assetto militare di quell’esercito in marcia.

 

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