Amo i romanzi che rifiutano di essere incasellati in un solo genere. Dopotutto, se posso avere più di una delizia nello stesso pacchetto, perché no? E ammiro gli autori che hanno la capacità di attraversare i generi con facilità, arricchendo la loro narrativa con un mix di ingredienti.
Celia Fremlin questa abilità ce l’ha in abbondanza, e “La tua lunga ombra” edito da Sellerio, è un brillante esempio delle sue capacità. È una storia estremamente divertente, in parte romanzo di suspense, in parte studio sociale e psicologico, e al cento per cento carica di intuizioni affilate come rasoi e di un linguaggio accuratamente costruito.
Il tempismo è tutto nella narrativa, e questo romanzo è costruito con la precisione un orologio. Fremlin ci dispensa la storia pezzetto dopo pezzetto, ciascuno di essi affascinante quanto il precedente, ciascuno finemente bilanciato tra dialogo e ritmo, ciascuno che fa desiderare al lettore il successivo.
La trama, a prima vista, è disarmante nella sua semplicità: un distinto professore di mezza età, Ivor Barnicott, muore in un incidente automobilistico all’inizio dell’autunno, e la sua terza moglie Imogen, affranta dal dolore, deve gestirne le conseguenze, affrontando un viavai di parenti e amici compassionevoli, alcuni dei quali trovano il modo di intrufolarsi a casa Barnicott per il Natale, apparentemente per rallegrarla nelle prime festività da vedova.
Il cast non è ampio ma è variegato: i figliastri di Imogen, entrambi sui trent’anni; il disturbante insensibile Robin e sua sorella maniaca del controllo Dot (con due bambini piccoli e marito sottomesso Herbert al seguito); entrambi i fratelli di Ivor, che sembrano dotati di una diversa sfumatura del suo carattere poco amabile; Cynthia, la seconda moglie del defunto dai modi insulsi ma dalla mente astutamente intraprendente, che si installa senza essere invitata nella casa con il pretesto di condividere il dolore di Imogen; e Piggy, una giovane donna con non specificati problemi col ragazzo e presumibilmente amica di Robin, che diventa un altra inquilina auto-nominata della casa.
A dover affrontarli tutti, come parente, amica e padrona di casa, è Imogen: colpita ma determinata, allergica tanto alle condoglianze quanto alla compiacenza, sia con il cuore spezzato per la morte tragica e prematura di Ivor che desiderosa di uscire dall’ombra gettata dalla sua scomparsa. E, come apprendiamo gradualmente, dall’ombra gettata dalla sua incessante e implacabile ricerca di riconoscimento accademico.
Fremlin lascia il lettore a indovinare quale di questi sentimenti prevalga nella mente di Imogen, e casualmente lascia intendere che la donna potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con la morte di Ivor – o almeno una chiamata misteriosa lo suggerisce, sottolineando come Imogen, anche se avvisata dell’incidente fatale di Ivor dall’ospedale, abbia tenuto il fatto segreto a tutti per ventiquattro ore. Mentre la protagonista e la sua variopinta famiglia si preparano per il Natale, Fremlin pianta con calma ma clinicamente i semi del sospetto, nel bel mezzo degli andirivieni quotidiani delle vite dei suoi personaggi.
Esporre senza pietà la piccola ferocia delle relazioni familiari è una delle doti migliori di Fremlin, accompagnata da un’ironica battuta occasionale, e l’ambientazione che l’autrice crea è perfetta in questo senso: una grande casa con una famiglia carica di attriti (per lo più) inespressi, e dove emergono gradualmente sempre più fatti sulla morte di Ivor, e sul presunto ruolo di Imogen in essa,
Come le altre opere di Fremlin, “La lunga ombra” non è un romanzo giallo o thriller convenzionale. L’ambientazione è infatti decisamente domestica, e non c’è violenza, nessuna indagine della polizia, nessun detective. Sembrano non esserci neanche pericoli per Imogen, siano essi minacce fisiche o di arresto. Ma attraverso un’accumulazione lenta, nel bellissimo schizzo della vita di Imogen, Fremlin mostra che forse il pericolo maggiore a cui la donna era esposta era proprio quello dell’anonimato e della sottomissione alla figura opprimente dell’uomo nella sua vita, sia prima che dopo la sua morte.
Con una serie di personaggi femminili affascinanti, questo romanzo ritrae chiaramente la durezza della scelta che alcune donne affrontano tra una vita di domesticità e una di indipendenza.
Anche se quest’ultima significava semplicemente, per Imogen, un generico quanto giustificato desiderio di sfuggire alla lunga ombra di un uomo oppressivo e sgradevole come Ivor, Fremlin mostra quanto alto sia il prezzo che la protagonista rischia di pagare per questo. Un prezzo che, per altri personaggi nel romanzo – non posso dire chi per evitare spoiler – sarà in effetti tragicamente alto.
Celia Fremlin ha scritto nella seconda metà del XX secolo: 19 romanzi tra il 1958 e il 1995, ognuno un delizioso esame psicologico della vita della classe media, e ognuno contenente più di un colpo di scena agghiacciante e velenoso. Anche se risalenti ad alcuni decenni fa, i suoi libri sono incredibilmente freschi e contemporanei, sia per stile che per argomento. Un’autrice da riscoprire.
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