“La Niña de oro”, il locale dove ogni mattina alle sette il procuratore aggiunto Silvia Rey incontra il proprio padre, Fancisco, per fare insieme la prima colazione, è anche il posto che dà il titolo all’ultimo romanzo di Pablo Maurette, tradotto da Gina Maneri per Sellerio editore.
Siamo a Buenos Aires, nell’ultimo anno del XIX secolo; è luglio, ma nell’emisfero australe le stagioni sono invertite e fa un freddo cane quando il procuratore aggiunto Silvia Rey è costretta a rimandare all’improvviso le agognate vacanze sulle spiagge brasiliane.
Un odore nauseabondo ha spinto gli abitanti di un condominio cittadino a chiedere al portiere di aprire un appartamento per capire la causa di tutto quel fetore. La scoperta è stata agghiacciante: chi è entrato nella casa ha trovato un cadavere in avanzato stato di decomposizione. Ẻ quello di un uomo nudo, le mani legate in avanti all’altezza del pube, una pallottola sparata a bruciapelo nel mezzo della fronte. Quando Silvia Rey giunge sul luogo scopre che non solo l’uomo è morto, ma “era caduto in un caos di sangue liquido cadaverico, una poltiglia nerastra che ricopriva il sedile e lo schienale della poltrona.”
Il defunto si chiama Anibal Doliner, ed era professore in un vicino istituto superiore. Prima di morire è stato torturato e l’appartamento è stato messo a soqquadro. La procuratrice e il viceispettore Carrucci, incaricato di affiancarla nelle indagini, sono convinti che l’assassino (o gli assassini) cercassero qualcosa. Forse il denaro che Doliner aveva nascosto in uno zoccolo del muro.
Doliner era un uomo di poche parole, scontroso e senza amicizie. Era un appassionato di teratologia, il ramo delle scienze naturali che si occupa della produzione di mostruosità attraverso la manipolazione genetica e fisiologica. Non a caso, gli unici esseri umani che frequentava erano Esmeralda, una prostituta affetta da acondroplasia e Copito, un ragazzo di vita, giovanissimo e affascinante, ma affetto da albinismo.
L’indagine seguita da Silvia sembra condurre verso la pista aperta da Esmeralda e Copito, una pista che sia la polizia che il procuratore capo sembrano seguire con entusiasmo. Quando la sostituta comincia a esprimere dei dubbi tutti si rifiutano di ascoltarla.
“La Niña de oro” comincia e prosegue come un giallo classico fino a che il suo autore non decide di intervenire all’interno della storia per raccontarci qualcosa avvenuta molti anni prima in un posto molto lontano. Qualcosa che ha a che fare con l’omicidio di Anibal Doliner e che forse potrebbe indirizzare le indagini sulla pista giusta. Ma nessuno ha intenzione di seguirla e Silvia Rey attraversa l’Argentina insieme a suo padre per portare alle famiglie delle vittime la peggiore notizia della loro vita.
In conclusione, “La Niña de oro” è un libro di piacevole lettura, che segue il modello del giallo classico almeno per due terzi della narrazione, fino a che lo stesso Maurette decide di intervenire nel romanzo per fornire al lettore quelli che sono i pezzi mancanti della storia. Pezzi che gli investigatori possono solamente intuire. Il libro di Maurette, però, è anche un romanzo di denuncia: sulla corruzione della polizia argentina e sulla sua subalternità al potere, ma anche sulla disumanità di una società che non si cura degli ultimi, ma li sfrutta fino alla morte per ottenere ciò che ritiene utile alla propria felicità e al proprio benessere.
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