“La caccia al tesoro” di Camilleri

“La caccia al tesoro” di Camilleri

Editore:
Giuseppe Pastore
Protocollato il 31 Maggio 2010 da Giuseppe Pastore con
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Di Andrea Camilleri abbiamo parlato giusto qualche giorno fa a proposito della nomination per gli “International Daggers Award” e quindi non potevamo proprio tacere sull’uscita del suo nuovo romanzo, “La caccia al tesoro“.

Dopo la tensione emotiva vissuta ne La danza del gabbiano, ritroviamo un Salvo Montalbano insolitamente annoiato. La routine del commissariato è spezzata solo dalle consuete bizzarrie di Catarella e dalle lamentele di Livia, ma l’aria di Vigàta è satura di un’elettricità strana, preludio di una tempesta che non sarà solo meteorologica. Camilleri decide di sfidare il suo commissario non con la solita trama mafiosa, ma con un gioco intellettuale dai risvolti inquietanti e morbosi.

La trama di “La caccia al tesoro” prende il via con un episodio di follia religiosa: due anziani fratelli, Gregorio ed Elena Palmisano, si barricano nel loro appartamento sparando all’impazzata sui passanti in nome di una purezza distorta. Una volta risolto il caso, Montalbano inizia a ricevere degli strani messaggi anonimi. Si tratta di indovinelli in rima che lo invitano a una vera e propria caccia al tesoro. Quello che inizialmente sembra il passatempo di un eccentrico si trasforma in un incubo quando il commissario ritrova due bambole gonfiabili identiche, deturpate e abbandonate in luoghi simbolici. La scomparsa di una giovane ragazza, Ninetta, trasforma il gioco in una corsa contro il tempo per fermare una mente lucida e profondamente disturbata.

Esaminando la parabola narrativa di questo sedicesimo capitolo, balza all’occhio la virata decisa verso il thriller psicologico di stampo quasi nordeuropeo, pur mantenendo salde le radici siciliane. Il pregio maggiore del libro è l’atmosfera grottesca e perturbante che Camilleri riesce a creare attorno all’antagonista invisibile. Montalbano è costretto a uscire dalla sua zona di comfort fatta di intuizioni e procedure classiche per entrare in un territorio dove la logica è piegata dal delirio. La descrizione dei fratelli Palmisano nelle prime pagine è un pezzo di bravura che mescola tragico e ridicolo con una maestria rara.

Guardando però alla tenuta complessiva dell’opera, si nota come alcuni passaggi legati all’uso della tecnologia (SMS e computer) appaiano oggi un po’ ingenui, riflettendo la difficoltà di un autore ottuagenario nel maneggiare strumenti che non gli appartengono del tutto. Inoltre, il finale giunge in modo forse troppo repentino, lasciando nel lettore la sensazione che la costruzione della tensione, magistrale per due terzi del libro, meritasse una risoluzione più articolata. Alcuni personaggi secondari, come i condomini dei Palmisano, risultano macchiette un po’ troppo cariche, rischiando di smorzare il tono cupo che permea la vicenda principale.

Siamo di fronte a un capitolo che osa sperimentare con il genere, portando il commissario a confrontarsi con una follia che non ha radici nell’onore o nel denaro, ma nel buio profondo della psiche. Un buon episodio, soprattutto per chi vuole vedere un Montalbano alle prese con una sfida puramente enigmistica.

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