Il sognatore – George Pelecanos
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Il sognatore: è questo il titolo italiano di The turnaround, romanzo con cui George Pelecanos ha vinto nel 2009 l’Hammett Award e che esce in questi giorni per Piemme.
È una notte pigra e un po’ annoiata per tre adolescenti bianchi che percorrono le strade di Washington su una Gran Torino. Dentro, l’aria è inebriante di fumo, alcol, musica alla radio. Fuori, ogni curva è una promessa, una porta spalancata su un mondo di possibilità. Come la vita davanti a loro: tutto può essere, tutto deve ancora succedere. Heathrow Heights è a pochi chilometri dal loro quartiere, ma non ci sono mai stati. Là, non conoscono nessuno. Là, vivono solo i neri. Il posto giusto per andare a fare un po’ di casino, per dimostrare che non hai paura di niente: cosa fondamentale, quando hai sedici anni. E anche se hai una fifa nera, te la tieni e stai zitto, per non fare la figura dello sfigato. Anche quando sai benissimo che, se sei fuori dal tuo territorio e non conosci le vie di fuga, rischi grosso. E infatti, quando il gruppo provoca tre coetanei di colore e poi finisce in una strada senza uscita, scatta la rissa. Parte un proiettile, uno dei bianchi muore, un altro resta sfigurato. Ma a cambiare è la vita di tutti. A più di trent’anni di distanza, i destini dei protagonisti torneranno a intrecciarsi. Perché uno dei sopravvissuti, che vuole chiudere i conti con quella notte, sceglierà la via della riconciliazione. E perché un altro, che ritiene invece di aver pagato troppo, deciderà di farsi giustizia. Con qualunque mezzo possibile.
Pelecanos in questo libro tenta una decisa virata verso il romanzo letterario e sociale, concentrandosi sui temi della redenzione, dei demoni del passato (come il trauma del Vietnam) e delle barriere razziali. E il risultato convince a metà. La sua prosa in questa veste più “alta” risulta troppo asciutta, quasi giornalistica, incapace di trasmettere vere emozioni. Le digressioni – pagine intere dedicate ai modelli di auto d’epoca, ai cataloghi di musica rock o soul alla radio e ai dettagli della gestione di un ristorante – sembrano meno vivide del solito. E i dialoghi sembrano mancare di una vera autenticità, con personaggi afroamericani che abusano di slang e i soliti tre stereotipi attorno a cui la storia ruota: l’eroe della classe operaia fin troppo virile, il cattivo perverso che si sopravvaluta e la classica donna da rivista patinata che compare solo quando c’è bisogno di una scena di sesso.
Tuttavia è apprezzabile la complessità psicologica di questo viaggio generazionale. “Il sognatore” racconta una storia dura, realistica, che dimostra come un errore commesso da giovani possa deviare per sempre il corso di un’esistenza, ma lascia aperta la porta alla possibilità di fare la cosa giusta e redimersi.
E voi da che parte state: amate il Pelecanos che fa il sofisticato? O preferite i suoi vecchi duri da marciapiede?
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