Il respiro della cenere – Jean-Christophe Grangé
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A un anno e mezzo di distanza da “Amnesia” abbiamo di nuovo il piacere di parlare di un romanzo partorito dall’ottima penna di Jean-Christophe Grangé: intitolato “Il respiro della cenere“, il libro edito da Garzanti è disponibile dal 26 settembre.
La storia è ambientata a Parigi, con la capitale francese a fare da sfondo agli efferati delitti di un serial killer. La complessa indagine è affidata all’ispettore Olivier Passan, uomo schivo e in questo momento turbato dalla separazione dalla moglie giapponese, Naoko, madre dei suoi due figli. Ma le difficoltà personali non possono distrarre Passan dall’investigazione, poiché il modus operandi del killer denuncia chiaramente una mente disturbata e pericolosa. I sospetti ricadono su una sola persona: Patrick Guillard, un ermafrodita abbandonato dalla madre alla nascita. Passan è certo che sia lui l’assassino, ma a parte pochi indizi e il suoi intuito, non ha prove definitie per incastrarlo. E proprio quando sta per riuscire nell’impresa, Guillard si dà fuoco, portando a compimento il suo folle profetto ispirato alla leggenda mitologica dell’Araba Fenice: l’uccello che risorge dalle proprie ceneri. Per Passan pare tutto sembra perduto, ma in realtà è solo l’inizio: Naoko è fuggita in Giappone ed è l’unica che possa dargli le risposte che cerca, risposte che affondano le radaci nella millenaria arte dei samurai.
E soprattutto, l’ispettore non sa che ad attenderlo c’è una verità inquietante, che gli mostrerà che tutto quello che ha sempre creduto è in realtà una bugia.
Pubblicato in Francia col titolo di “Kaïken, Il respiro della cenere” fonde i ritmi thriller con cui Jean-Christophe Grangé già in passato s’è distinto (basti pensare a “I fiumi di porpora“), un Giappone lontano dai soliti luoghi comuni, una trama imprevedibile e un eroe dalla densità psicologica sorprendente.
Per chi aspettava il ritorno del maestro francese della tensione, l’attesa però è stata solo in parte ripagata.
Il libro è una buona lettura, non c’è dubbio, ma anche in quest’opera, come in altre, Grangé a volte si perde in lungaggini inutili, accadimenti forzati, passaggi a vuoto. Possiamo dire che è un po’ una costante dello scrittore d’oltralpe quella di esagerare con intrecci complicati, che richiedono una generosa dose di sospensione dell’incredulità e che poi devono essere ricondotti alla logica in modi arzigogolati.
Riuscisse a domare un filo questo tratto, sicuramente saremmo di fronte a uno dei migliori scrittori al mondo; per ora purtroppo lo collochiamo solo a ridosso dei campioni.
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