Il gioco bugiardo – Ruth Ware
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Torna in libreria Ruth Ware con questo suo terzo romanzo, Il gioco bugiardo, thriller psicologico fortemente connotato al femminile: 17 anni prima Isa, Thea, Fatima e Kate erano unite da un legame esclusivo ed indissolubile, ma dopo una tragica estate passata tra il collegio che frequentavano e il mulino di Kate, si sono perse quasi totalmente di vista. Isa è diventata avvocato e ha una figlia, Thea lavora nei casinò ed ha seri problemi di alcool, Fatima medico e musulmana praticante.
Un messaggio notturno di Kate, l’unica rimasta a vivere nel vecchio mulino in riva al Mills che sta lentamente affondando – una sorta di presagio – irrompe nella vita che ciascuna si è costruita.
“Ho bisogno di voi”.
Il romanzo si dipana nella ricostruzione del mistero di ciò che avvenne 17 anni prima, attraverso due piani temporali – uno contemporaneo , uno risalente all’estate in cui tutto successe – che viaggiando in parallelo portano il lettore a farsi strada tra i fatti e la psicologia delle protagoniste.
Ai tempi del collegio le ragazze si erano inventate il gioco delle bugie: uno gioco nel quale la regola era di non mentirsi mai reciprocamente, ma di poter mentire a chiunque altro. Il gioco crudele le unisce e nel contempo le isola quasi completamente dal resto delle studentesse, il che le porta a passare ogni momento possibile al vecchio mulino di Kate, dove vivono anche il fratellastro Luc e il padre Ambrose.
17 anni dopo le quattro amiche si trovano ad arginare le conseguenze di quel gioco.
Il romanzo ha molti aspetti di pregio, ma anche alcune criticità .
Ruth Ware è una scrittrice particolarmente interessata alla psicologia femminile, ed anche in questo romanzo descrive con molta attenzione i meccanismi del rapporto tra le protagoniste, le loro contraddizioni, le motivazioni che, come una tela di ragno claustrofobica, le imprigionano nel passato.
La Ware ha una grande abilità nella gestione del ritmo del testo: l’alternanza dei piani temporali, lo svelamento lento dei fatti e l’impossibilità di distinguere verità e bugie creano un meccanismo perfetto in termini di ritmo e di suspance. Ciò che viene narrato è strettamente funzionale al romanzo, anche quando si tratta di descrizioni apparentemente non necessarie ma che in realtà sono fondamentali per la costruzione di un’atmosfera e del contesto.
Cosa non funziona fino in fondo, quindi?
Innanzi tutto non si riesce a provare reale empatia nei confronti delle protagoniste: la Ware crea quattro personaggi femminili credibili anche se non profondi, con fragilità e timori, ma sulla narrazione aleggia la sensazione di avere a che fare con quattro persone che ci stanno nascondendo qualcosa. Il lettore vede la vicenda attraverso gli occhi di Isa, ma non si riesce a simpatizzare fino in fondo con lei nemmeno quando i fatti volgono al termine in un crescendo pericoloso, e la presenza della figlia di pochi mesi Freya, più che funzionale alla vicenda, sembra un espediente narrativo (i bambini sono spesso “generatori di phatos”).
Paradossalmente, in un romanzo così femminile, i due personaggi più interessanti psicologicamente sono il fratellastro Luc e il padre Ambrose: Luc è una presenza tragica e disperata, ragazzino affascinante e problematico ed adulto in balia di vecchi fantasmi. Ambrose, sul cui mistero verte tutta la vicenda, colpisce per la sua complessità: padre amorevolissimo, artista talentuoso, ex tossicodipendente.
Nonostante la scrittura pregevole, il meccanismo narrativo rodato, il ritmo perfetto si ha però la sensazione di essere di fronte a qualcosa di già letto: i fatti avvengono esattamente quando ci si aspetta che avvengano, la campagna inglese è inglese quanto un episodio dell’Ispettore Barnaby, l’epilogo è tragico e sentimentale quanto ci si aspetterebbe che sia.
Può essere quindi consigliato a chi ama Ruth Ware, il thriller psicologico, le ambientazioni anglosassoni rigorose e un po’ patinate , i romanzi al femminile: sicuramente per chi cerca questo tipo di romanzo “Il gioco bugiardo” funziona molto bene.
Recensione di Marina Belli
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