Il filo che brucia – Jeffery Deaver

Il filo che brucia – Jeffery Deaver

Serie: Lincoln Rhyme
Editore: Rizzoli
Giuseppe Pastore
Protocollato il 8 Luglio 2010 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1161 articoli
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Oggi al Thriller Café la tensione torna alta; la recensione odierna è per “Il filo che brucia” (“The Burning Wire“), nono capitolo della saga di Lincoln Rhyme firmato da Jeffery Deaver (Rizzoli, 2010): una boccata d’ossigeno dopo la delusione della serie di Rune.

Con questo libro siamo a un punto avanzato della serie, dove la sfida per l’autore è mantenere fresca la formula del “genio immobile”. In questo romanzo, Deaver decide di trasformare l’infrastruttura stessa della città nel nemico, colpendo una delle paure più ataviche della società moderna: restare al buio, o peggio, essere uccisi dall’energia che alimenta le nostre vite.

La trama vede New York sotto assedio da parte di un terrorista che usa la rete elettrica come arma. Non servono pistole o bombe: il killer manipola la distribuzione dell’energia per creare devastanti archi voltaici, fulmini pilotati che inceneriscono le vittime e scatenano incendi. La città scivola nel panico, i blackout si susseguono e la rete diventa una trappola mortale. Lincoln Rhyme, affiancato da Amelia Sachs (qui alle prese con problemi di salute che ne minano l’operatività fisica), deve decifrare la logica ingegneristica dietro gli attacchi. Ma mentre la squadra cerca di capire dove colpirà la prossima scarica, emergono indizi inquietanti che collegano il caso all’Orologiaio, la nemesi sfuggita alla cattura nei libri precedenti, suggerendo che la partita a scacchi è molto più ampia di quanto sembri.

Analizzando il volume, si nota subito la consueta, maniacale ricerca documentale di Deaver. L’idea di trasformare la griglia elettrica in uno strumento di morte è originale e gestita con un realismo spaventoso. La sensazione di vulnerabilità che permea la storia è tangibile: ogni interruttore, ogni cavo, ogni elettrodomestico diventa una potenziale minaccia. L’intreccio è complesso e il ritorno della sottotrama legata all’Orologiaio aggiunge quel livello di continuità orizzontale che i fan della serie apprezzano.

Tuttavia, il romanzo paga il prezzo della sua stessa precisione. La componente tecnica, in questo caso, rischia di soffocare la narrazione. Le spiegazioni su voltaggio, amperaggio, trasformatori e sottostazioni sono frequenti, lunghe e talvolta didascaliche, rallentando notevolmente il ritmo. Per il lettore non appassionato di ingegneria, questi passaggi potrebbero risultare ostici o noiosi. Inoltre, la struttura della trama appare talvolta sovraccarica, dovendo gestire l’emergenza elettrica, le condizioni di salute di Amelia e la caccia all’Orologiaio, lasciando alcune dinamiche un po’ sospese in vista dei capitoli futuri.

In conclusione, “Il filo che brucia” è un thriller solido, cerebrale e inquietante per le implicazioni sulla sicurezza urbana. Una lettura consigliata per l’originalità della minaccia, pur richiedendo una certa pazienza per digerire la mole di dati tecnici riversati nelle pagine.

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