Il campo del vasaio – Andrea Camilleri (incipit)

Il campo del vasaio – Andrea Camilleri (incipit)

Editore: Sellerio
Giuseppe Pastore
Protocollato il 23 Gennaio 2009 da Giuseppe Pastore con
Giuseppe Pastore ha scritto 1161 articoli
Archiviato in: Recensioni libri
Etichettato con:

Oggi al Thriller Café sentiamo l’odore della terra bagnata e della polvere di creta che si impasta con il sale del mare siciliano; la recensione odierna è per “Il campo del vasaio” di Andrea Camilleri, tredicesimo romanzo della serie dedicata al commissario Salvo Montalbano (Sellerio, 2008).

Siamo di fronte a uno dei capitoli più cupi e complessi della saga di Vigàta. In questo volume, Camilleri abbandona temporaneamente i toni più lievi e ironici per addentrarsi in un territorio dominato dal sospetto e dal tradimento. Il commissario Montalbano non deve solo risolvere un delitto atroce, ma deve fare i conti con la crisi profonda del suo braccio destro, Mimì Augello, il cui comportamento erratico e aggressivo rischia di mandare in frantumi l’equilibrio dell’intero commissariato.

La storia prende il via in una mattinata di pioggia battente, quando viene ritrovato un sacco di plastica in un terreno argilloso chiamato, appunto, il campo del vasaio. All’interno ci sono i resti di un uomo fatto a pezzi, esattamente trenta pezzi. Il riferimento biblico al tradimento di Giuda e ai trenta denari appare subito evidente a Montalbano. Mentre l’indagine ufficiale faticosamente identifica la vittima, un uomo legato a una delle famiglie mafiose più potenti della zona, Salvo deve condurre un’indagine parallela e segreta sul suo vice. Mimì mente, si allontana nottetempo e sembra invischiato in una torbida storia passionale che potrebbe averlo portato oltre il limite della legalità.

Osservando questo lavoro sotto la lente del genere, emerge la maestria di Camilleri nel costruire un parallelismo tra il fango del campo e il fango morale in cui affogano i personaggi. Il campo del vasaio può essere definito il romanzo del tradimento. Il titolo richiama il campo comprato coi trenta denari di Giuda, e per questo è anche un luogo dell’anima infido e oscuro. Il pregio maggiore del libro è la tensione psicologica che si respira tra Montalbano e Augello; il commissario si muove con una delicatezza paterna e al contempo spietata, cercando di salvare l’amico senza tradire la propria missione. La metafora biblica permea ogni pagina, elevando il racconto da semplice poliziesco a riflessione sulla fragilità dei legami umani. La lingua, il consueto mix di italiano e siciliano, qui si fa più secca e affilata, adattandosi perfettamente a un’atmosfera priva di sole.

Dall’altro lato, la trama legata all’intreccio mafioso appare meno originale rispetto alla crisi interna del commissariato, seguendo binari già percorsi in altri volumi della serie. Alcuni passaggi deduttivi di Montalbano sembrano poggiare su intuizioni folgoranti che lasciano poco spazio alla procedura poliziesca classica, un tratto distintivo del personaggio che qui però rischia di apparire quasi sovrannaturale. Inoltre, il senso di oppressione e malinconia che domina la narrazione potrebbe risultare spiazzante per chi cerca la consueta verve comica di personaggi come Catarella, che in questo capitolo rimane più in ombra del solito.

Questo libro in ogni caso rappresenta una tappa obbligatoria per comprendere l’evoluzione umana di Salvo Montalbano e la sua capacità di gestire il dolore del tradimento. Lo consiglio a chi ama i gialli che scavano nelle zone d’ombra della coscienza e a chi vuole vedere Vigàta sotto una luce diversa, più livida e profondamente vera.

Sconto Amazon