Fatti fuori – Iain Levison
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Grazie a un suggerimento all’editore da parte di Enrico Pandiani, uno che di noir se ne intende, torna in libreria “Fatti fuori“, romanzo di Iain Levison appena riedito da Instar Libri dopo la prima edizione del 2005. Il sottotitolo (“Un noir da licenziamento“) già svela in parte il tema centrale del libro, un noir a tratti grottesco sul valore del lavoro (di qualunque tipo esso sia), ambientato nell’America della crisi. Una storia nera, popolata dei tipici americani della provincia che non si perdono d’animo nelle avversità, amano i tornei di freccette e sono disposti a uccidere perché qualcuno non gli porti via la loro vita.
Siamo in una sonnolenta e depressa cittadina del Wisconsin, in piena Rust Belt americana. La fabbrica di trattori locale ha chiuso i battenti, trasferendo la produzione dove la manodopera costa meno e lasciando l’intera città senza lavoro e senza speranza. Il nostro protagonista, Jake Skowran, è uno dei tanti operai finiti in mezzo alla strada. Dopo nove mesi di disoccupazione, la sua vita è un disastro: i soldi sono finiti da un pezzo, la sua fidanzata lo ha piantato (portandosi via anche l’aspirapolvere e lo stereo) ed è sommerso dai debiti di gioco con l’allibratore locale, Ken Gardocki.
Ed è proprio Gardocki a offrirgli una via d’uscita. Una proposta tanto folle quanto allettante: uccidere la sua esosa moglie in cambio dell’azzeramento del debito e di un po’ di contanti extra. Messo alle strette dalla prospettiva di finire a vivere sotto un ponte, Jake accetta.
In poche pagine Levison tira fuori una storia convincente e con macabra genialità ci fa scoprire, assieme a Jake, che l’omicidio su commissione è una professione come un’altra. Anzi, in un mondo governato da spietate logiche aziendali, fare il sicario restituisce a Jake uno scopo, una fonte di reddito e un grottesco senso di dignità, oltre a essere un’ottima valvola di sfogo contro le frustrazioni del sistema.
“Fatti fuori” è una bella satira sociale, una “commedia nera” che prende a pugni il corporativismo, i licenziamenti di massa e la morte della classe operaia americana. Lo stile di scrittura è asciutto, telegrafico, pervaso da un cinismo disarmante che vi farà ridere a denti stretti.
Chi si aspetta il realismo procedurale di un vero poliziesco è avvisato: l’assurdità delle situazioni è quasi surreale; una volta chiarite le attese, questa breve favola amorale sulla disperazione dei colletti blu fa centro in modo clamoroso. Siamo davanti a un gioiellino cinico, divertente, sociologicamente acuto. La lettura perfetta per quando tornate a casa frustrati da una brutta giornata in ufficio. Mi raccomando, voi non ammazzate nessuno.
Vi lascio con l’incipit, se volete sapere come comincia:
UNO
Ero da Tulley con Tommy e Jeff Zorda a guardare una partita dei Bills su cui avevo puntato un centone. Al terzo quarto di gioco i Bills stavano sotto ventuno a zero, e di attacco manco a parlarne, ma questo accadeva prima che ci lasciassero tutti a spasso, quando perdere un centone non era la fine del mondo. In ogni caso, c’era questa tivù dietro la testa di Jeff che trasmetteva la partita dieci secondi in anticipo rispetto agli altri apparecchi, e io vedevo come andavano a finire le azioni prima di Jeff e Tommy. All’inizio volevo solo cazzeggiare, sta di fatto che dissi: – Ehi, adesso chiamo le prossime cinque azioni, scommettiamo che ci becco?
Tommy voleva starci così, per divertimento, ma Jeff Zorda, che aveva puntato sui Jets e stava vincendo, era in piena scimmia da gioco. – Dieci dollari ad azione. Ma devi dire anche i giocatori.
Avevo cominciato per scherzo, ma quando vinceva Jeff diventava una gran testa di cazzo so-tutto-io-e-voi-non-capite-una-minchia-di-football. E accettai la scommessa.
– End-around di Thomas a destra.
– Te lo scordi amico – disse Zorda. – Sono al terzo tentativo con sei yard. Lancio lungo fisso.
E naturalmente ci fu l’end-around di Thomas a destra e la chiusura del primo down. Zorda fece spallucce.
L’azione successiva fu uno shotgun: palla al quarterback quattro yard dietro alla linea di scrimmage. Ma uno dei linemen si mosse in anticipo e fu chiamato fallo.
– Provano a passare ma non ce la fanno. Il tackle scatta prima dello snap. – Troppe informazioni, adesso Zorda aveva tutti gli indizi per capire che stavo barando. Eppure lui niente. Uno può sapere tutto di football, ma prevedere un fallo è fuori discussione. Probabilmente Jeff non mi ascoltava neppure, come al solito. Tommy invece fiutò qualcosa, sporse la testa all’indietro oltre il sedile e vide il televisore alle sue spalle, ma non disse nulla. Si limitò a sorridere. A Tommy non fregava granché di Zorda. Girava voce che Jeff e la moglie di Tommy…
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