le tre bareI gialli della Camera Chiusa sono basati sul mistero del delitto commesso in una luogo sigillato dall’interno, in cui non vi è traccia dell’assassino e spesso neppure dell’arma omicida. Un “delitto impossibile”, “inesplicabile” e “sovrannaturale”.

… La scoperta di un colpevole importa meno della riduzione al possibile dell’impossibile, all’esplicato dell’inesplicabile, al naturale del sovrannaturale… così che si torna sempre al problema detto del locale chiuso: un assassinio è stato commesso in un luogo in cui la vittima si trovava sola, e nessuno ha potuto introdurvisi, nessuno ha potuto scapparne. Se l’intera scena del romanzo poliziesco già forma di per sé un mondo chiuso, la camera fatidica delimita un compartimento stagno alla seconda potenza, una cittadella doppiamente inaccessibile, l’ultima cella recintata nel cuore del Sancta Sanctorum.

(Caillois, 1980, pp. 79-80)

delitti-camera-chiusaLa domanda principale, quindi, non è quale è il movente o chi è l’assassino (whodunit), ma come è stato commesso il crimine (howdunit). Per comprendere quanto sia vera questa affermazione, è sufficiente leggere The Owlat the Window (1923 – Il gufo alla finestra, inserito da Polillo nell’antologia I delitti della camera chiusaqui su Amazon), scritto dai coniugi George Douglas Howard e Margaret Isabel Postgate. In questo racconto viene prima scoperto come è stato commesso il delitto e solo in seguito il movente e il nome del colpevole.
Per rendersi conto dell’incredibile successo ottenuto da questo sottogenere del mystery, basta sfogliare il saggio Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography di Robert C. S. Adey (London, Ferret Fantasy, 1979), che contiene una bibliografia di oltre 2000 storie (versione aggiornata del 1991), e l’autore cita soltanto le opere apparse in lingua inglese o tradotte in inglese da altre lingue.

I primi antichi esempi di enigma della Camera Chiusa

Molto prima che Edgar Alla Poe pubblicasse nel 1841 I delitti della Rue Morgue, il delitto impossibile, commesso all’interno di una stanza sigillata e impenetrabile, aveva affascinato scrittori e lettori per la “magia” e il “mistero” che lo circondano.

Perché l’intenso, continuo interesse per tale forma di giallo? Perché la stanza chiusa evoca il mistero nella sua quintessenza, ovvero il mistero della magia. Nel leggere un giallo impostato su una stanza chiusa, si entra in un mondo che riecheggia un fantastico spettacolo magico: esseri umani passano attraverso le pareti, si infilano attraverso il buco della serratura e svaniscono, come bolle di sapone forate con uno spillo. E non soltanto si sperimentano effetti magici, ma si viene anche ingannati da metodi magici.

(Bean, 1982, p. 168)

Vale la pena citare, come antenati dei delitti commessi in camere chiuse dall’interno, almeno due esempi antichi.

Daniele e i sacerdoti di Bel (Bibbia): i Babilonesi venerano il dio Bel e gli offrono una quantità esorbitante di cibo: dodici sacchi di fior di farina, quaranta pecore e sei barili di vino. Daniele irride questa credenza, sostenendo che una statua non può mangiare. Ciro il Persiano, re dei babilonesi, gli risponde che Bel è vivo, e la dimostrazione è il fatto che mangia e beve le offerte che vengono lasciate nel tempio. I sacerdoti, sfidati da Daniele, propongono di sigillare il tempio e di riporre le vivande per il Dio Bel. Se al mattino esse saranno state consumate, Daniele sarà messo a morte altrimenti saranno uccisi tutti e settanta i sacerdoti. Daniele, dopo che i sacerdoti si sono allontanati, alla presenza del re, fa spargere dai servi della cenere sul pavimento. Il mattino dopo, quando il tempio viene aperto le offerte sono sparite. Daniele fa, però, osservare che sul pavimentovi sono le impronte di uomini, donne e ragazzi. Viene così scoperto un passaggio segreto, attraverso il quale i sacerdoti accedevano al tempio.

Questo tipo di racconto, in cui il crimine sembra sia stato commesso da esseri soprannaturali e incorporei (in questo caso il Dio Bel), sarà sviluppato soprattutto da John Dickson Carr, Clayton Rawson e Hake Talbot.

Il ladro con la testa mozzata (Novella di Erodoto): Il faraone Rampsinito si fa costruire una camera di sicurezza in pietra per la sua immensa ricchezza. Il costruttore, però, poco onesto, dispone uno dei massi di pietra in modo che possa essere tolto con facilità. Prima di morire, il costruttore rivela il segreto della pietra mobile ai suoi due figli, i quali iniziano a rubare parte dell’enorme tesoro. Rampsinito, accortosi di essere derubato, fa disporre delle trappole. Quando uno dei due fratelli viene catturato da un laccio, l’altro lo convince a tagliargli la testa, per evitare che possano risalire anche a lui. Il fratello si lascia convincere e si allontana portando via la testa.Il re trova così nella stanza sigillata un cadavere senza testa. Il redecide allora di mandare la propria figlia in una casa pubblica (postribolo), perché chieda a tutti i clienti di raccontarle la loro azione più intelligente e scellerata. Il ladro, intuita la trappola, taglia il braccio ad un morto e si reca dalla figlia del re. La ragazza, dopo aver ascoltato il racconto di quanto accaduto nella stanza sigillata, cerca di trattenerlo, ma lui le porge il braccio del cadavere e fugge.Il re colpito dall’intelligenza del ladro, gli promette, se si costituirà, non solo l’impunità ma anche grandi doni. Il giovane si presenta e ottiene in moglie la figlia di Rampsinito.

A questo antico racconto si ispirerà Robert Arthur Jr. per il suo piccolo capolavoro La 51a stanza sigillata (The 51st Sealed Room, 1951), in cui ritroviamo sia la testa mozzata che l’espediente (simile) per uscire da un luogo ermeticamente chiuso.

Edgar Allan Poe e il primo racconto della “camera chiusa”

delitti-rue-morgueIl racconto I delitti della Rue Morgue di E. A. Poe, pubblicato nell’aprile 1841 sul Graham’s Magazine di Philadelphia, è considerato la prima “camera chiusa”. Leggendo un articolo su La Gazette des Tribunaux, che descrive il ritrovamento dei cadaveri di Madame L’Espanaye e della figlia in una casa della Rue Morgue, il protagonista Dupin inizia la sua indagine che lo condurrà a scoprire un delitto impossibile, visto che la camera è completamente isolata dall’esterno, tranne che per un camino, troppo stretto perché vi possa passare un uomo. Con questo racconto, Poe inventò un nuovo genere letterario, il poliziesco, e allo stesso tempo un suo sottogenere, quello dell’enigma della Camera Chiusa, anche se la soluzione finale sfiora il fantastico.
Di conseguenza la nascita del poliziesco coinciderebbe con la nascita dell’enigma della camera chiusa. In realtà non è proprio così. Esistono dei precedenti.

Lo schema è semplice. Si prende un morto e lo si piazza in modo che, praticamente, nessuno può averlo assassinato. Gli ingredienti a contorno di una simile trama, rivenduta all’epoca come moderna enigmistica pura, venivano da lontano. Dal tenebroso e inquieto e perverso-popolare del romanzo d’orrore gotico; e si era spampanata poi anche troppo nei romanzoni sensazionali a dispense della fine del secolo.

(Savonuzzi, 2011, p. 215)

Secondo Robert Adey, l’invenzione dell’enigma della camera chiusa spetterebbe a Sheridan Le Fanu che, nel 1838, scrisse il racconto gotico A Passage in the Secret History of an Irish Countess (pubblicato anonimamente sulla Dublin University Magazine). In questo racconto, un uomo viene trovato morto, apparentemente suicida, dentro ad una stanza impenetrabile e chiusa a chiave.

La porta era chiusa a doppia mandata dall’interno e, a riprova del fatto, era rimasta ancora la chiave nella serratura. La finestra, anche se non era stata bloccata all’interno, era chiusa: un particolare a dir poco sconcertante, visto che non esistevano altre vie di uscita dalla stanza oltre alla porta. Inoltre si affacciava su un cortiletto intorno al quale sorgeva l’abitazione, e a questo cortiletto un tempo si arrivava mediante un’arcata e uno stretto passaggio che si trovavano nella parte più vecchia del quadrangolo, che però successivamente erano stati chiusi per precludere ogni via di ingresso e di uscita. La stanza si trovava al secondo piano, e l’altezza della finestra, per giunta, era considerevole; infine, il davanzale di marmo era troppo stretto per consentire a qualcuno di passarvi sopra, una volta chiusa la finestra. Vicino al letto vennero trovati due rasoi di proprietà del morto, uno dei quali per terra, ed entrambi erano aperti. L’arma con cui erano state inferte le ferite non era nella stanza, né vennero rinvenute orme di piedi o altre tracce dell’assassino.

(Le Fanu, 2011)

Effettivamente A Passage in the Secret History of an Irish Countess propone un vero e proprio enigma della stanza chiusa, tre anni prima de I delitti della Rue Morgue. Il racconto di Le Fanu, però, non è un poliziesco e fa parte a tutti gli effetti del genere horror psicologico.

Israel Zangwill o Eugène Chavette, chi scrisse il primo romanzo della “camera chiusa”?

mistero-bowIl primo romanzo dedicato al mistero della Camera Chiusa è considerato The Big Bow Mystery (1891 – Il grande mistero di Bow qui su Amazon), un giallo-commedia, scritto da Israel Zangwill. Il merito di Zangwill, rispetto a Poe, è di aver ideato un delitto della camera chiusa con una soluzione razionale: una vera e propria sfida all’intelletto, tanto che questo metodo sarà spesso imitato negli anni a seguire (è il caso del romanzo Maschera Bianca, del 1930, di Edgar Wallace o anche il racconto Il diario della morte, del 1929, di Marten Cumberland).
In questo romanzo, inoltre, al capitolo quarto, Zangwill propone una serie di soluzioni al mistero della stanza chiusa a chiave, una specie di conferenza che precede di 44 anni quella ben più famosa di John Dickson Carr in The Three Coffins (1935 – Le tre bare). L’uso di proporre molteplici soluzioni al mistero, utilizzato da Zangwill nel romanzo, anticipa anche molti celebri libri della Golden Age, come ad esempio Il caso dei cioccolatini avvelenati di Berkeley. Zangwill scrisse in solo due settimane il romanzo, che fu pubblicato a puntate sullo Star, il quotidiano della sera di Londra. The Big Bow Mystery ebbe subito un enorme successo, tanto che numerosi lettori scrissero al quotidiano, proponendo una loro personale soluzione all’enigma della camera chiusa. Il romanzo apparve in volume l’anno successivo.

Da The Big Bow Mystery sono state tratte due versioni cinematografiche:

  • The Perfect Crime (1928), diretta da Bert Glennon;
  • The Verdict (1946, La morte viene da Scotland Yard) diretto da Don Siegel con Sydney Greenstreet, Peter Lorre e Joan Lorring.

Anche per quanto riguarda il primato di The Big Bow Mystery vi sono dei dubbi. Balzac, infatti, nel finale di Splendeurs et misères des courtisanes (1847), narra di una vittima in una stanza chiusa a chiave dal di dentro.

Né il cancello del cortile né la porta d’ingresso mostravano tracce d’effrazione. La chiave era nella serratura della porta d’ingresso, all’interno. Nessuna sbarra di ferro era stata forzata. Serrature, persiane, tutte le chiusure, insomma, erano intatte.
Neppure i muri presentavano alcuna traccia che potesse rivelare il passaggio dei malfattori. I camini di terracotta non offrivano vie d’uscita praticabili. e quindi neppure vie d’entrata. Gli ornamenti sulla cresta del tetto erano intatti. I magistrati, entrando nelle camere del primo piano coi gendarmi e Bibi-Lupin, trovarono la vedova Pigeau strangolata nel suo letto e la domestica ugualmente strozzata nel proprio, con fazzolettoni da notte …

(Balzac, 2011)

È da ricordare anche il romanzo Les Mohicans de Paris (1854-55 – I mohicani di Parigi) di Alexandre Dumas, in cui il poliziotto Jackal spiega come Mina è stata rapita da una stanza in cui porte e finestre sono chiuse dall’interno.

– Dalla finestra? domandò Giustino, e perché non dall’uscio?
– Perché bisognava attraversare il corridoio, perché si potea udire lo strepito, e perché era più naturale che i due uomini nella camera calassero la fanciulla a chi stava aspettando nel giardino. E guardate, per serrata che sia la finestra, ecco la prova che Mina passò per di là, e che non vi passò di buona voglia.
Jackal additò un largo squarcio nella tendina; la mano che vi si era aggrappata, l’avea lacerata.
– Ecco come segui la faccenda. Mina fu portala via dalla finestra, poi di sopra il muro. Quindi la persona rimasta in casa riportò la scala nella rimessa; rientrò, chiuse le gelosie e lo imposte, applicò il filo di seta al catenaccio, serrò l’uscio, tirò a sè il filo, e tornò a dormire tranquillamente.

(Dumas, 1861, p. 221)

Nel 1862, Thomas Bailey Aldrich fu il primo americano a scrivere un poliziesco dopo Edgar Allan Poe, Out of his head. In realtà solo alcuni capitoli del romanzo (XI-XIV) sono dedicati all’indagine poliziesca, e specificatamente all’enigma della stanza chiusa. Il ballerino Mary Ware viene trovato morto, con la gola tagliata, in una stanza chiusa con la chiave all’interno della serratura. Tutte le finestre sono chiuse e non c’è altro ingresso nella stanza. Opera purtroppo dimenticata dal grande pubblico, ha il grande pregio di essere “the carliest example of a detective story in which the protagonist is not only the detective but also the murderer, in the sense that the detective himself is responsible for the murder having been committed” (Queen, 1969, p. 18).

chavetteSe è vero che nei romanzi di Balzac, Dumas e Aldrich troviamo l’enigma del delitto impossibile commesso in una stanza chiusa, è anche vero che le indagini non sono al centro della trama e non sono dei polizieschi.
Esiste, però, un romanzo di Eugène Chavette, sconosciuto qui in Italia, La Chambre du crime (1875), che è a tutti gli effetti un poliziesco. Il romanzo di Chavette, ispirato ad una storia vera e ambientato nella Parigi del 1840 circa, racconta la storia di una coppia che scompare improvvisamente da un appartamento, in cui vengono trovate tracce di sangue. Il giudice incaricato delle indagini sospetta che il marito abbia ucciso la moglie e poi sia fuggito, ma la stanza della donna è chiusa dall’interno e non vi è traccia del cadavere. La Chambre du crime è quindi il primo vero romanzo poliziesco dedicato all’enigma della camera chiusa, circa 16 anni prima della pubblicazione del ben più famoso The Big Bow Mystery (1891) di Israel Zangwill.

La sfida intellettuale della “camera chiusa”

La sfida intellettuale che è alla base di ogni buon poliziesco, ossia scoprire chi è l’assassino, viene oscurata da un’altra sfida, molto più affascinante e appagante: scoprire come sia riuscito ad uscire l’assassino, lasciando chiuse tutte le imposte. Importante è che lo scrittore non inganni il lettore usando passaggi segreti o finte pareti. Lo scrittore deve essere leale con il lettore, mentre gioca con la sua intelligenza: “gli amanti del giallo si cimentano con l’autore in uno scontro che è più vecchio di Edipo, la soluzione di un enigma. Il resto è contorno, più o meno importante …” (Bezzola, 1975, p. V).
Persino lo scrittore di fantascienza Jules Verne scrisse un poliziesco, Un dramma in Livonia (iniziato nel 1894 ma pubblicato nel 1904) che proponeva un mistero della camera chiusa. Verne trasse spunto dal celebre caso «Dreyfus», che aveva sconvolto la Francia dal 1894 al 1902.

… come aveva fatto l’assassino a introdursi nella stanza?… Evidentemente attraverso la finestra che dava sullo stradone, dato che la porta era stata chiusa dall’interno e l’oste, aiutato da Broks, aveva dovuto forzarla.

(Verne, 2009, p. 79)

banda-maculataAnche Conan Doyle e il suo Sherlock Holmes si cimentarono nella sfida dell’enigma della camera chiusa: The Speckled (1892, La banda maculata).

Nel duello fra detective e lettore il tema della stanza tutta chiusa al cui interno giace il cadavere costituisce una delle sfide più affascinanti proprio perché mette in gioco sia l’intelligenza dell’investigatore che quella del lettore intento via via a formulare delle ipotesi. Abbiamo qui il trionfo, ma forse anche il limite più evidente del genere poliziesco, il suo essere nella sostanza un exploit intellettuale …

(Castoldi, 2010, p. 30)

Tra la metà dell’800 e la metà del ‘900, la camera chiusa dall’interno fu sviscerata in migliaia di modi, e la casistica del delitto impossibile all’interno di una stanza subì infinite variazioni: vittime al centro di distese di neve o sabbia intatta; ambienti limitati e isolati come manieri, antiche biblioteche, abbazie, treni, aerei, navi. Il fatto che l’omicidio avvenga in uno spazio chiuso o ristretto e il numero limitato di sospettati rende ancora più intrigante il puzzle che deve essere risolto. In questi ambienti chiusi, fondamentali sono le abilità logiche dell’investigatore.

… limitatezza degli ambienti e dei percorsi temporali entro cui si svolge una vicenda poliziesca non può che giovare, in definitiva, alla stessa bontà del suo esito. Ce su questo una vasta tradizione che va dalla Philosophy of Composition di Edgar Allan Poe alle pratiche letterarie di Arthur Conan Doyle. E il giallo, soprattutto quello classico, ha molto profittato degli ambienti chiusi: treni, aerei, navi, case isolate dalla neve …

(Boncompagni, 2013)

dieci-piccoli-indianiLo scrittore amplifica spesso la tensione, generata dagli spazi limitati, creando situazioni di confinamento forzato (isole circondate da mari in tempesta, aerei ad alta quota, traversate in mare). È il caso di uno dei capolavori assoluti della Camera Chiusa, Ten little niggers, (Dieci piccoli indianiqui su Amazon, 1939) di Agatha Christie. Dieci persone vengono invitate, da un misterioso signor Owen, a soggiornare a Nigger Island, una piccola isola al largo della costa del Devon. L’assassino, fin dall’inizio, tramite la sua voce registrata su un grammofono, accusa i dieci ospiti di aver commesso crimini che la giustizia non ha potuto punire. Intrappolate sull’isola, le dieci persone iniziano ad essere uccise a una a una, seguendo le rime di un’antica filastrocca. In questo caso, l’isola stessa è la camera chiusa, in quanto gli ospiti non possono comunicare con la terraferma e non hanno alcuna imbarcazione a disposizione, e chi arriverà sull’isola, il giorno dopo, troverà dieci piccoli indiani assassinati e dovrà risolvere il mistero di come l’assassino è riuscito a fuggire dall’isola.

«C’erano dieci persone da giustiziare, diciamo. Sono state giustiziate. U.N. Owen ha portato a termine il suo compito. Poi, in qualche modo, è scomparso dall’isola».
«Una scomparsa da prestigiatore di prim’ordine. Ma, caro Maine, una spiegazione ci deve pur essere, non le pare?»

(Christie, 1993)

Dai primi del Novecento alla Golden Age

Nei primi decenni del Novecento, quasi tutti i grandi giallisti si cimentarono con il tema della locked-room. Si trattava quasi di un passaggio obbligato per uno scrittore di polizieschi, una sfida intellettuale vera e propria per le sue doti inventive. Il genere raggiunse il suo apice della popolarità durante la Golden Age, ossia tra le due guerre mondiali, diventando un vero e proprio topos letterario. Regola fondamentale era che “the solution to these crimes must be rational – there should be nothing supenatural or beyond current knowledge and understanding” (Ashley, 2011).

Agatha Christie, Ellery Queen e Carr erano tutti scrittori appartenenti all’epoca d’oro del mystery che condividevano l’utilizzo, nel romanzo poliziesco, di un finale tranquillizzante con lieto fine, in cui la ragione si imponeva sull’irrazionale che fino a quel momento pareva aver dominato la scena e il delitto.

«La causa e l’effetto governano questo mondo; è possibile che siano un miraggio, ma sono un miraggio consistente; e dappertutto, tranne forse che nella fisica subatomica, c’è una causa per ogni effetto, e quella causa può essere trovata»

(King, 2007, p. 334)

Il detective, guidato dalle sue grandi doti intellettuali, smascherava l’assassino simbolo del male e del caos, e risolveva “un enigma che fino ad allora aveva ridotto il mondo ad una parvenza oscura e di angosciante assurdità. E quanto più fitto era stato il buio, tanto più luminoso si irradia il trionfo della ratio, davanti al quale tutto ciò che prima era sembrato incomprensibile e problematico scompare senza lasciare traccia” (ULRICH SCHULZ-BUSCHHAUS, 1984, 289-301).

4-giustiDel 1905 è il famoso The Four Just Men (I quattro giustiqui su Amazon) di Edgar Wallace. Anche se al mistero della camera chiusa lo scrittore dedicò poco spazio, egli sfidò il lettore, creando il delitto perfetto. Wallace, infatti, non trovando alcun editore disposto a pubblicargli il romanzo, fondò una sua casa editrice, la Tallis Press, e per promuoverlo mise in palio dei premi in denaro per tutti i lettori che, prima della pubblicazione del finale del romanzo su un quotidiano, avessero indovinato la soluzione del mistero. Purtroppo per Wallace furono molti coloro che inviarono la risposta esatta. Il romanzo ebbe quindi un clamoroso successo di vendite, ma lo scrittore finì quasi sul lastrico. Wallace si rifece, in ogni modo, con i successi editoriali seguenti, sfornando ben centosettanta romanzi. Celebre era, infatti, la sua rapidità e prolificità. Negli anni Venti, divenne famoso il seguente aneddoto: un americano telefonava a Edgar Wallace e gli rispondeva la segretaria, sostenendo che lo scrittore aveva appena iniziato a scrivere un nuovo romanzo e che non poteva essere disturbato; l’americano allora rispondeva: «ok, allora, resto in linea».

Sempre del 1905, è il geniale Il problema della cella N. 13 (qui su Amazon) dello scrittore Jacques Futrelle. Il professor Van Dusen, soprannominato la Macchina Pensante, deve evadere da una cella di massima sicurezza, sorvegliata dall’esterno e soggetta e perquisizioni continue, usando niente altro che il suo cervello. Futrelle scomparve purtroppo prematuramente nel naufragio del Titanic.
mistero-camera-giallaBisogna poi attendere il 1907 e uno scrittore francese, Gaston Leroux, per leggere un’altra pietra miliare dei delitti della camera chiusa: Le mystère de la chambre jaune (Il mistero della camera giallaqui su Amazon). Con questa sua prima opera, Gaston Leroux, crea un vero e proprio rompicapo e un delitto impossibile di alta classe. In una camera gialla, nel castello di Glandier, la signorina Mathilde Stangerson è vittima di un tentato omicidio. Dalla stanza chiusa a chiave e con le inferiate alle finestre l’aggressore pare svanito nel nulla.

La porta della camera chiusa a chiave dall’interno, le imposte dell’unica finestra chiuse, anche queste dall’interno, e, sopra le imposte, le sbarre intatte, sbarre attraverso le quali sarebbe stato impossibile passare un braccio…

(Leroux, 2012)

Seguono negli anni successivi molti capolavori:

  • Richard Austin Freeman, Il pugnale d’alluminio (1909, The Aluminium Dagger).
  • Edgar Wallace, L’enigma dello spillo (1923, The Clue of the New Pin), considerato uno dei migliori delitti della camera chiusa (qui su Amazon)
  • Edgar Jepson e Robert Eustace, La foglia di tè (1925, The tea leaf), uno dei più famosi racconti polizieschi di tutti i tempi. La tecnica usata per uccidere e far sparire l’arma sarà utilizzata, con sottili varianti, da molti scrittori nei decenni successivi.
  • Anthony Berkeley, Delitto a porte chiuse (1926, The Layton Court Mystery). All’interno di una biblioteca viene ritrovato il corpo senza vita di Stanworth. La stanza è ermeticamente chiusa dall’interno e viene trovato un biglietto firmato in cui l’uomo dichiara di volersi suicidare.
  • S.S. Van Dine, La canarina assassinata (1927, The Canary Murder Case) (qui su Amazon).
  • Horatio Winslow e Leslie Quirk, con il loro capolavoro Into Thin Air (1928, Svanito nel nulla) fecero scuola nel mystery dell’epoca e il romanzo divenne un classico del delitto impossibile, inserito nella classifica dei 50 Howdunits – The Ultimate Locked-Room Library compilata da Jonathan Scott nel 2009 e nella lista delle 100 migliori detectives stories compilata dall’americano Michael Grost. (qui su Amazon)
  • Philip MacDonald, The Choice (1931), considerato un classico del delitto della camera chiusa; purtroppo ancora inedito in Italia.
  • Ellery Queen con Il delitto alla rovescia (1934), in cui la vittima viene trovata in una stanza la cui unica porta aperta è stata sempre sorvegliata. Nella stanza ogni cosa è capovolta, compresi i vestiti dello sconosciuto. Nel 1937 seguirà un altro capolavoro: La porta chiusa.
  • John Dickson Carr, The Hollow Man (1935, Le tre bare), da molti considerato il migliore romanzo di questo genere (qui su Amazon).
  • Leo Bruce, nel 1936, scrisse Un caso per tre detective, considerato la prima parodia del mistero della camera chiusa (qui su Amazon).
  • Agatha Christie, oltre al già citato Ten little niggers (1939), scrisse Non c’è più scampo (qui su Amazon) (1936) e Il Natale di Poirot (qui su Amazon) (1939).
  • Clayton Rawson, Death from a Top Hat (1938, Morte dal cappello a cilindro, I Classici del Giallo Mondadori n. 417, 1983; Gli Speciali del Giallo Mondadori n. 9, “Magia gialla”, 1996).
  • Rupert Penny, Sealed Room Murder (1941, L’assassino invisibile), romanzo incluso nella lista 50 Howdunits – The Ultimate Locked-Room Library di Jonathan Scott.

    Chesterton e i misteri delle “camere chiuse”

    I più grandi creatori di misteri della camera chiusa sono stati sicuramente Gilbert Keith Chesterton, John Dickson Carr e Clayton Rawson.
    I più grandi maestri del delitto impossibile sono stati … Chesterton e John Dickson Carr. Chesterton immaginò almeno una ventina di camere chiuse e di eventi apparentemente arcani per mettere alla prova il raziocinio del suo padre Brown. Carr, che era stato molto influenzato da Chesterton, ha escogitato più di un centinaio di variazioni sul tema dell’enigma soprannaturale …

    (Douglas, 1991, p. 9)

    giardino-chiusoNel primo decennio del novecento, è Gilbert Keith Chesterton lo specialista dei delitti impossibili. Egli divenne un modello per tutti gli scrittori dell’età d’oro (1920-1940). Capolavoro del mistero della camera chiusa con una stupenda soluzione finale è, ad esempio, il racconto The Secret Garden (Il giardino chiusoqui su Amazon), in cui il cadavere di un uomo senza testa viene trovato all’interno di un giardino circondato da altissime mura, in cui non esistono vie d’uscita.

    La casa di Valentin era forse singolare e celebre quanto il suo proprietario. Era una vecchia casa, con alti muri e alti pioppi che quasi si specchiavano nella Senna; ma la stranezza, e forse il suo pregio dal punto di vista poliziesco, stava in questo: che non c’era nessun’altra uscita oltre la porta principale, dove c’era Ivan e l’armeria. Il giardino era grande ed elaborato, e c’erano molte uscite dalla casa sul giardino, ma non c’era uscita dal giardino sul mondo esterno; tutt’intorno c’era un muro alto, liscio, impervio, sormontato da speciali punte …

    (Chesterton, Il giardino segreto, 2012)

    Un altro meraviglioso esempio di Camera chiusa, anche se molto particolare, è il racconto The Wrong Shape (La forma sbagliata), in cui l’omicidio è commesso in una stanza di una suggestiva abitazione a forma di T. Chesterton dimostrò, inoltre, grande inventivae creò anche delle varianti della camera chiusa in esterno, con assassini commessi sulla spiaggia o sulla neve, su cui non ci sono impronte, come nel caso della vittima di The Dagger With Wings (Il pugnale alato), che sembra essere arrivata volando.

    «Beh, sono proprio stupito», borbottò Padre Brown. «Sembra davvero simile a un enorme vampiro calato dal cielo come un uccello.»
    «In che altro modo sarebbe potuto arrivare?» … «Osservate la neve», disse con una voce profonda che aveva come un rollio e un fremito. «Non è immacolata? Pura come la Magia Bianca, come l’avete definita voi? … »

    (Chesterton, Il pugnale alato, 2012)

    In questi racconti di Chesterton è evidente l’influenza gotica, con atmosfere che sfiorano il surreale, che derivavano dal suo amore per le storie dell’orrore intrise di romanticismo. Il racconto, dedicato all’enigma della camera chiusa, dove forse è più palese questa passione dello scrittore per le atmosfere gotiche è il capolavoro La maledizione di Darnaway (The Doom of the Darnaways).

    “… in realtà quei primi gradini portavano verso il basso. Ne discesero parecchi, bassi e rovinati, per ritrovarsi poi in una serie di stanze fiocamente illuminate che, se non fosse stato per i quadri allineati alle pareti e per le impolverate librerie, sarebbero potuti essere i tradizionali sotterranei posti sotto il fossato dei castelli. Alcune candele in un vecchio candelabro illuminavano a tratti le polverose testimonianze di una qualche trascorsa eleganza …”

    (Chesterton, 1996, p. 282).

    John Dickson Carr, il maestro indiscusso dei delitti impossibili

    Carr, lettore accanito dei racconti di Chesterton, terrà conto nelle sue opere di questo riuscito accostamento tra il racconto del brivido e quello enigmistico, creando una serie di capolavori, dedicati appunto al delitto impossibile.

    Edgar Allan Poe scrisse racconti di puro orrore fantastico o di pura bizarrerie; Edgar Allan Poe inventò il racconto poliziesco. Ciò è altrettanto indubbio che il fatto ch’egli non combinò i due generi … Invece, Chesterton prodigò con passione e felicità simili tours de force. Ciascuno dei libri della Saga del Padre Brown presenta un mistero, propone spiegazioni di tipo demoniaco o magico e le sostituisce, alla fine, con altre che appartengono a questo mondo.

    (Borges, 2005, p. 88)

    diagnosisNel 1981 Ed Hoch, che stava per pubblicare un’antologia di racconti con Camere Chiuse dal titolo Diagnosis: Impossible. The problem of Dr. Sam Hawthorne (qui su Amazon in inglese), pensò di completarla con un’introduzione. Convocò quindi alcuni tra migliori autori e critici di romanzi polizieschi d’America (Robert Adey, Jack Adrian, Jacques Barzun, Jon L. Breen, Robert E. Briney, Jan Broberg, Frederick Dannay, Douglas G. Greene, Howard Haycraft, Edward D. Hoch, Marvin Lachman, Richard Levinson & William Link, Francis M. Nevins, Jr., Otto Penzler, Bill Pronzini, Julian Symons, and Donald A. Yates), affinchè stilassero una classifica ideale dei migliori romanzi con delitti impossibili.
    Il primo di tutti era The Hollow Man (1935, Le tre bare) di Carr; secondo Rim of the Pit di Hake Talbot; terzo il mitico Le mystère de la chambre jaune del francese Gaston Leroux. Ma ciò che è importante è che quattro dei quindici romanzi selezionati erano di Carr. Ancora oggi, lo scrittore americano è molto conosciuto tra gli appassionati del mystery classico. Carr si spinse, infatti, oltre ogni limite nel raccontare tutte le possibili variazioni sul tema della Camera Chiusa, e per questo motivo, ancora oggi, è considerato il più grande tra tutti i giallisti di questo particolare genere poliziesco.
    Il punto di forza di Carr era la fusione di più generi: il soprannaturale, il gotico e il poliziesco ad enigma.

    La forza di Carr sta appunto nell’aver capito l’imperiosità di questa connessione tra elemento fantastico ed elemento intellettuale, che lo ha portato ad architettare le più ingegnose soluzioni per situazioni bizzarre ed altamente improbabili. Alcune di queste situazioni appartengono alla mitologia più segreta dei lettori della camera chiusa, il cui inconscio collettivo è sinistramente popolato da assassini che attraversano muri impenetrabili

    (Boncompagni, 1986, pp. 183-184)

    Lo scopo era di creare l’atmosfera adatta, evocando soluzioni impossibili, e fare credere che l’omicidio potesse essere stato commesso da un fantasma o un essere soprannaturale, spingendo il lettore a “sospendere l’incredulità: lo spazio chiuso, in cui è accaduto qualcosa di impossibile evidenzia il lato più sconvolgente della storia, quello magico e ingannevole”(Serafini, 2015, p. 52). La «suspension of disbelief» era un tratto fondamentale della produzione poliziesca della Golden Age mystery. Il termine fu coniato nel 1817 dal poeta e filosofo estetico Samuel Taylor Coleridge. Si tratta di un elemento fondamentale utilizzato dal lettore per vivere più intensamente la storia che sta leggendo.

    Si tratta di un punto centrale dell’esperienza letteraria: senza questa risposta della mente umana, gran parte dei nostri rapporti con la letteratura sarebbero impossibili e il ruolo dell’arte stessa diventerebbe marginale e forse irrilevante nell’esperienza umana. Questa sospensione dell’incredulità è «volontaria»: infatti scegliamo liberamente di aprire un libro e di leggerlo come testo letterario, seguendo delle convenzioni che ci sono state insegnate.

    (Nemesio, 2014, pp. 671-680)

    La Camera Chiusa dopo la Golden Age, dagli anni 40 agli anni 60

    Tra gli anni Quaranta e Sessanta, gli scrittori continuarono a scrivere gialli dedicati ai delitti della camera chiusa, ma la qualità e la quantità diminuirono di decennio in decennio. Dopo la Seconda guerra mondiale, il poliziesco, spinto dai venti impetuosi dell’Hard-boiled americano prende strade diverse, abbandonando le antiche e isolate dimore, per spingersi verso gli ampi e corrotti spazi urbani delle città americane. C’è poi stato sicuramente “un evidente calo dei talenti naturali (non è un caso che l’apogeo della camera chiusa coincida con l’apogeo del romanzo poliziesco, durante la Golden Age) infine, il fatto che probabilmente le soluzioni ai problemi di camera chiusa non sono infinite ed è difficile ormai trovarne alcune talmente nuove ed originali …” (Boncompagni, 1986, p. 185).
    Il delitto impossibile e il giallo a enigma conoscono una vera e propria crisi, ma autori come Ellery Queen e John Dickson Carr continuano a scriverli e ad avere lettori. Allo stesso modo, anche il delitto della camera chiusa, dopo la fine della Golden Age, continuò a trovare scrittori e lettori, nonostante, sin dal 1941, Howard Haycraft avesse avvertito gli autori di polizieschi che solo un genio avrebbe potuto creare qualcosa di veramente nuovo ed entusiasmante.

    In his brilliant history of the mystery genre, Murder for Pleasure (1941), Howard Haycraft warned writers of detective fiction to stay away from the locked-room puzzle becauseonly a genius can investit with novelty or interest today. It should be pointed out that, however well-intentioned the admonition, nearly half the stories in this volume were written after the publication date of that cornerstone history and appreciation of the literature of crime.

    (Penzler, 2014)

    talbotVanno, in ogni modo, almeno citate alcune opere:

    • The Rim of the Pit (L’orlo dell’abisso, 1944), capolavoro di Hake Talbot;
    • The Crooked Wreath di Christianna Brand (1946 – Uno della famiglia, pubblicato da Polillo), in cui l’anziano Sir Richard viene trovato morto in una dépendance della villa, circondata da un tappeto di rose e da una striscia di sabbia, entrambi intatti (qui su Amazon);
    • From Another World (1948 – Da un’altro mondo), un geniale racconto di Clayton Rawson. Solo un anno dopo, nel 1949, Clayton Rawson vinse il premio indetto dalla Ellery Queen ‘s Mystery Magazine per il miglior racconto poliziesco, con Off the Face of the Earth (Il mago Merlini e l’extraterrestre, in Delitti in camera chiusa, speciale del Giallo Mondadori, 2003). Il racconto è frutto della sfida tra Clayton Rawson e Dickson Carr. Pare che, durante un loro incontro, Carr avesse rivelato all’amico che, tra i molteplici intrecci dedicati al mistero della camera chiusa, non fosse mai riuscito a trovare una soluzione alla sparizione di un uomo, dentro una cabina telefonica, sotto costante sorveglianza. Rawson raccolse la sfida e scrisse il meraviglioso Off the Face of the Earth. (qui su Amazon)
    • Swan Song (1947, Il canto del cigno, pubblicato nel 2004 nella collana Classici del Giallo – numero 1016) di Edmund Crispin;
    • Seeds of Murder (1955, A mille miglia nel cielo) di John F. Suter, in cui la camera chiusa è un missile che ruota intorno alla terra con un solo uomo a bordo. Ad un certo punto, l’astronauta grida «Non sparare!» e si ode uno sparo;
    • Off with his Head (1956, Rito macabro) di Ngaio Marsh. È probabilmente la camera chiusa più famosa della scrittrice neozelandese. In realtà l’omicidio avviene all’aperto, durante una rappresentazione teatrale, davanti a più di cinquanta persone che non si accorgono di nulla. Si tratta quindi di un delitto impossibile che non rispetta tutti i canoni tipici dell’enigma della camera chiusa (Cfr. Pietro De Palma, Ngaio Marsh: Rito macabro)
    • The X Street Murders (1962, I delitti di X street) di Joseph Commings. Un avvincente racconto in cui un uomo viene ucciso, nel suo ufficio privato, da una pistola chiusa in una busta completamente sigillata: “Non c’erano buchi o strappi. Odell iniziò a lacerare il lembo della busta. Una voluta di fumo bluastro salì nell’aria immobile” (Commings, 2007, pp. 243-244). Le indagini successive confermeranno che è stata proprio quella pistola a sparare e a uccidere.

    Michael Cook ha sostenuto recentemente che il mistero della camera chiusa continua a gettare la sua ombra sul poliziesco, tanto che esso non è solo un sottogenere di esso ma la sua vera essenza.

    As long as the detective story retains its emblematic narrative, or even vestiges of it; as long as it wrestles with puzzles and mysteries, whether the outcome brings consolation or not; as long as its imagery speaks of enclosure and self-reflexivity; and as long as it engages with themes which draw attention to its innate structure, the locked room mystery will be not merely a form of the detective story but its very essence.

    (Cook, 2011, p. 172)

    L’enigma della camera chiusa e il poliziesco contemporaneo

    In realtà, negli ultimi decenni, le trame dei romanzi polizieschi si sono evolute e sono cambiati gli ambienti e i modi in cui lo scrittore propone il delitto della camera chiusa. Nelle opere contemporanee, il tema della camera chiusa non è più al centro della trama, come nei classici della Golden Age, ma è spesso inserito in modo geniale all’interno della storia.
    È il caso, ad esempio, de Il silenzio degli innocenti (1988) di Thomas Harris. Il romanzo di Harris è celebre per molti motivi, il personaggio del cattivo di Hannibal, lo studio psicologico dei protagonisti, la storia avvincente e innovativa per l’epoca. Il silenzio degli innocenti contiene anche una delle camere chiuse più geniali degli ultimi decenni. Harris, descrivendo la fuga di Hannibal, da una sala completamente sigillata e circondata da decine di poliziotti, che si conclude nell’ambulanza, attualizza con intelligenza l’enigma della camera chiusa e lo inserisce in una scena cruciale del suo thriller. Harris, però, rivela subito il modo in cui Hannibal riesce ad evadere, mentre nei gialli classici il modo in cui l’assassino esce dal luogo chiuso viene svelato solo nel finale.

    Un altro enigma della camera chiusa geniale e semplice, allo stesso tempo, è quello inventato da Martin Cruz Smith (l’autore di Gorky Park, 1981), nel suo bellissimo thriller Lupo mangia cane (Wolve Eat Dogs, 2004 – qui su Amazon). Smith, a differenza di Harris, si ispira al giallo classico e il primo capitolo è dedicato al sospetto suicidio all’interno di quello che è considerato l’appartamento più sicuro di tutta Mosca (Smith, 2005). Smith utilizza lo schema tipico del racconto a rovescio, ossia con la descrizione del delitto all’inizio della narrazione, seguito dall’indagine del detective che cerca di ricostruire come e da chi il delitto è stato commesso. La morte sospetta di Ivanov Pasha avviene in un appartamento a cui può accedere solo lui, con un codice segreto. Il palazzo è sorvegliato da telecamere e all’appartamento si arriva solo tramite ascensore. Smith modernizza con intelligenza questo tipo particolare di omicidio e crea un’intensa curiosità nel lettore, lasciando intuire che il sale lasciato nell’armadio è un indizio molto importante per la risoluzione del rompicapo. È bene sottolineare, però, come Smith ci avvinca con l’enigma del delitto impossibile, ma subito dopo ci immerga magistralmente nell’atmosfera drammatica delle zone contaminate di Chernobyl e nell’esistenza dei suoi disperati abitanti.

    camera-chiusaUn altro enigma della camera chiusa lo troviamo in uno dei capolavori della coppia scandinava Maj Sjowall e Per Wahloo, La camera chiusa (1972, Detslutnarummetqui su Amazon). MajSjöwall e Per Wahlöö, dal 1965 al 1975, scrissero dieci romanzi: il «Decalogo dell’Ispettore Martin Beck». In La camera chiusa, un anziano indigente viene trovato morto dentro un monolocale chiuso dall’interno; una pallottola gli ha perforato il cuore ma non vi è traccia dell’arma. La trama è complessa e ben delineata e il romanzo è uno stupendo esempio di come dovrebbe essere scritto un poliziesco.
    Maj Sjöwall e Per Wahlöö, però, offrono molto di più: i due autori, impegnati socialmente e politicamente, scavano oltre la superficie ordinata e pulita delle città del Nord Europa, denunciando la corruzione del capitalismo svedese. L’indagine si trasforma in una vera e propria cronaca sulla povertà, la solitudine e la criminalità. Andrea Camilleri ha ben evidenziato la novità di questi due scrittori: “mi sfiorò il sospetto che i due andassero collocati tra i padri fondatori del romanzo poliziesco contemporaneo … dove l’indagine poliziesca è solo un aspetto di un’indagine più ampia che investe tutta intera la società.” (Camilleri, 2013). Il medesimo concetto si ritrova nella nota finale al romanzo di Håkan Nesser: “la descrizione nuda e cruda di una Svezia destinata verso un’avaria totale … Nulla funziona. Tutte le persone che detengono il potere sono corrotte, la sanità pubblica è sull’orlo del collasso … tutto è andato a rotoli e i cittadini che non sono riusciti a suicidarsi o a scappare all’estero diventeranno gli schiavi del nuovo potere.”
    È sufficiente leggere la descrizione della stanza chiusa in cui viene trovato il cadavere dell’anziano, per comprendere quanto siamo lontani dalla scrittura distaccata e distinta dei gialli della Goden Age, dove i cadaveri venivano trovati in stupende biblioteche, antichi manieri, ville isolate o ricchi saloni.

    Andò nel cucinotto. La finestra era in condizioni ancora peggiori di quella della camera, ma lì le fessure erano state otturate con del nastro adesivo. Tutto nell’appartamento sembrava logoro, non solo la tappezzeria e l’intonaco, ma anche le scarse masserizie. Martin Beck avvertì un senso di infinita tristezza nel guardarsi in giro.

    (Sjöwall e Wahlöö, Palermo, 2013)

    Martin Cruz Smith e i coniugi Maj Sjöwall e Per Wahlöö utilizzano, quindi, l’enigma della camera chiusa solo come parte di un disegno narrativo molto più complesso, non costruiscono il romanzo su di esso. La brillante trama poliziesca serve ad avvincere il lettore: è considerata il mezzo ideale per condurlo nella mediocrità del quotidiano, nell’avidità corrosiva del sistema, nell’inferno della malvagità umana.
    halterNon tutti gli scrittori contemporanei, però, si servono dell’enigma della camera chiusa per altri fini, molti continuano a considerarlo un genere a se stante e ad omaggiarlo. Un autore contemporaneo, che si ispira fedelmente ai grandi maestri del delitto impossibile della Golden Age, è lo scrittore francese Paul Halter, che ha scritto molteplici varianti delle Camere Chiuse. Da molti è considerato l’erede ideale di Dickson Carr e Clayton Rawson. A 139 pas de la mort è considerato il suo capolavoro. In una casa abbandonata, con le finestre sbarrate e la porta dell’ingresso chiusa dall’interno, dove pavimenti e oggetti sono coperti da uno spesso strato di polvere, un cadavere è stato messo a sedere su una poltrona. La polvere intorno non è segnata da alcuna impronta. Halter inserì nel romanzo anche una Looked-room lecture (conferenza sulla camera chiusa). Ma ancora più importante è forse la difesa del giallo classico rispetto al poliziesco contemporaneo, simile a quella inserita da Dickson Carr nel romanzo Le tre bare (difesa del mystery vecchia maniera rispetto all’hard-boiled).

    Gli imprudenti che non si piegano alle nuove regole vengono emarginati, la loro “eccentricità” passa per un’assurda e inimmaginabile provocazione. Ai nostri giorni sono le descrizioni dell’anatomia femminile a fare cassetta, o peggio si utilizzano i gialli per sbolognare ogni genere di messaggio sedicentementeumanitario o ideologico. Le trame attuali non presentano che poliziotti corrotti e criminali, innocenti vittime della società, in una sorta di mondo al contrario. E se la società è il colpevole, non ce colpevole da scoprire. Così ci si perde nell’utopia … Ma non divaghiamo, cosa stavo dicendo? Sì, parlavamo dell’immaginazione di alcuni dei nostri migliori giallisti. Dicevo dunque che per interessare i lettori, erano, per così dire, costretti a essere geniali, un genio che i criminali della realtà hanno molto di rado.

    (Halter, 1998, pp. 184-185)

    Non possiamo non inserire almeno un romanzo italiano in questa serie infinita di camere chiuse. Recente è la pubblicazione de Lo specchio nero (2015, Guanda) di Gianluca Morozzi. Il protagonista, Walter Pioggia, si sveglia in un monolocale di Bologna, accanto a una sconosciuta nuda e morta. La stanza è chiusa a chiave dall’interno. Poco dopo, Walter scopre anche il cadavere di un uomo chiuso nel bagno. Anche in questo caso, il topos del delitto della camera chiusa, pur essendo inserito all’inizio del romanzo, non è al centro dell’indagine, se di indagine si può parlare. Lo specchio nero, infatti, è un romanzo complesso che si muove tra ricordi d’infanzia, immaginazione e realtà. Morozzi ci offre, con questa sua ultima fatica, una rielaborazione molto personale e innovativa del giallo classico. Da leggere l’intelligente e credibile soluzione finale (DOPPIA!), ulteriore dimostrazione che “il delitto della camera chiusa” non è ancora morto.

    I delitti della camera chiusa e i fumetti

    dylan-dogLa longevità dell’enigma della camera chiusa è poi testimoniato dal suo successo anche nel campo dei fumetti. Ecco un elenco di fumetti famosi, le cui storie si basano su un assassinio commesso all’interno di una camera chiusa.

    • Ghost Hotel, albo n. 146 di Dylan Dog: una donna viene trovata insieme al marito morto in una stanza chiusa dall’interno.
    • Il mistero della camera chiusa, albo n. 72 della serie Legs Weaver. Durante un importante convegno, cui sono presenti i cinque investigatori più famosi del mondo, il patron dell’iniziativa, Sir John Carr, viene trovato morto in una stanza chiusa dall’interno. Un vero e proprio omaggio al mitico Dickson Carr.
    • Il mistero della camera chiusa, albo n. 2, seconda serie 1965, di Diabolik. Michele Weber viene trovato strangolato nello studio della sua splendida villa. La porta è chiusa a chiave dall’interno e ci sono grosse sbarre alla finestra.
    • Diversi episodi di Detective Conan (un manga di Gosho Aoyama iniziato in Giappone nel 1994) sono incentrati sul mistero della camera chiusa.

    Le conferenze sulle Camere chiuse o Looked-room lecture

    cappello_cilindroNel 1935 Carr pubblicò quello che è considerato da molti il miglior romanzo poliziesco dedicato all’enigma della camera chiusa, “The Hollow Man” (1935 – “Le tre bare”), che contiene anche una lunga conferenza sulle principali tecniche utilizzate per commettere crimini impossibili dentro una stanza chiusa. Troviamo elencati sette casi, tra cui quello fortuito o l’incidente che organizza la scena del delitto in modo tale da sembrare un omicidio; un apparente omicidio che in realtà è un suicidio; il delitto è stato commesso tramite qualche ingegnoso congegno meccanico; l’assassino abile illusionista ha usato trucchi ottici e travestimenti o ventriloquismo per ingannare i testimoni; un discrepanza temporale tra l’ora dell’omicidio e il suo ritrovamento.

    Oltre a The Hollow Man, esistono altri polizieschi in cui sono state inserite delle conferenze famose:

    • The Big Bow Mystery (1892 – Il Grande Mistero di Bow, I Classici del Giallo Mondadori, N.606 del 1990,) di Israel Zangwill, che contiene quella che è considerata la prima conferenza in assoluto. Nel romanzo di Zangwill, però, vengono vagliate varie ipotesi su come sia avvenuto il delitto e quindi non si tratta di una vera e propria conferenza.
    • Death from a Top Hat (1938 – Morte dal cappello a cilindro, Mondadori, I Classici del Giallo N.417 del 1983) di Clayton Rawson. Secondo alcuni critici, la Looked-room lecture di Rawson è molto più completa di quella di Carr. Purtroppo, nell’edizione italiana tradotta da Mondadori, inspiegabilmente manca la celebre dissertazione.

    Pietro De Palma, uno dei più profondi conoscitori dell’opera di Carr in Italia e anche all’estero, ha letto la versione originale della dissertazione di Death from a Top Hat e scritto un articolo sull’argomento. Egli riassume la lunga Looked-room lecture, concludendo che esistono due classi diverse di Camere Chiuse:

    … la classe A che comprende quelle Camere effettivamente chiuse ma da cui nessun assassino è scappato perché nessun assassino davvero vi stava dentro, e la classe B che è quella cui appartengono Camere che solo apparentemente sembrano effettivamente chiuse e da cui ci sono più sottili metodi di fuga.

    (Pietro De Palma, Dissertando di Camere Chiuse:John Dickson Carr Vs Clayton Rawson)

    Più recentemente, nel 1994, Paul Halter pubblicava A 139 Pas de la Mort (A 139 passi dalla morte, Giallo Mondadori 2603 del 1998), in cui è inserita una breve conferenza sulle camere chiuse. Il protagonista, il criminologo Alan Twist, divide le camere chiuse in due grandi categorie, molto simili a quelle individuate da Clayton Rawsonnel già citato Death from a Top Hat.

    La prima comprende quelle che in realtà non lo sono affatto. Vale a dire che la camera è chiusa, ma il mistero non sta nell’apparente miracolo dell’assassino che è passato attraverso i muri, perché semplicemente quest’ultimo non esiste. È il caso della vittima che per ragioni sue personali camuffa il suo suicidio da assassinio. La persona mortalmente ferita che, mentre sta già agonizzando, chiude la porta per discolpare il suo assassino … La seconda categoria comprende i casi in cui l’assassino si è effettivamente introdotto nella stanza del delitto e ne è poi uscito, per incredibile che possa sembrare. La chiamerò “camera chiusa pura”, pura dal punto di vista dei puristi, perché in realtà il luogo del delitto non è realmente inaccessibile. Ma non sofistichiamo troppo …

    (Halter, 1998, p. 186)

    Robert Adey, nella sua monumentale (e introvabile!) opera dedicata alla locked room (Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography, London, Ferret Fantasy, 1979; Crossover Press, Minneapolis, 1991), elenca una ventina di modi generici per uccidere qualcuno dentro una stanza chiusa: il suicidio, mezzi meccanici, animali, armi esterne o interne, morte posticipata, chiavi o serrature manomesse, cardini di porte e finestre smontati e rimontati; vetri rotti o tolti e poi rimontati, acrobazie varie, passaggi segreti (uso ben poco accettato dai grandi giallisti), trucchi di prestidigitazione, droghe e veleni vari, uso di gas, armi di ghiaccio.
    È evidente che al lettore contemporaneo tutti questi metodi complessi e teatrali, architettati per uccidere una persona, possano sembrare poco pratici e realistici. Lo stesso Dickson Carr si pose il problema e cercò di darvi una spiegazione logica, tramite uno dei suoi personaggi più famosi, Henry Merrivale. Le disertazioni di Merrivale sono contenute in due romanzi: The White Priory Murders (1934 – Assassinio nell’abbazia) e The Peacock Feather Murders (1937 – Il mistero delle penne di pavone).
    In The White Priory Murders, Carr spiega alcuni dei motivi per cui l’assassino ricorre a un delitto così macchinoso: far credere ad un suicidio; inscenare una situazione che faccia credere ai presenti che sono stati i fantasmi; il caso ha mischiato le carte messe sul tavolo dall’assassino. Nel successivo The Peacock Feather Murders, Merrivale aggiunge un quarto motivo, l’assassino crea una situazione impossibile così che legalmente non può essere condannato dalla legge, perché la polizia non riesce a capire come ha fatto. Se la pubblica accusa non può spiegare come è stato commesso il delitto, l’assassino dovrà essere assolto per forza: “…un quarto motivo, il più astuto … creare una situazione davvero impossibile, … una stanza chiusa, un cadavere che giace nella neve intatta… se la pubblica accusa non può spiegare come è stato commesso il delitto, l’assassino dovrà essere assolto per forza …” (Dickson, 1985, pp. 185-186).

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Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: