talbotThe Rim of the Pit fu pubblicato nel 1944, per la prima volta, in paperback su “Thrilling Mystery Novel”. Il prolungato successo lo deve soprattutto a Dickson Carr, maestro indiscusso dei delitti compiuti all’interno di stanze chiuse. Carr lesse il romanzo nell’edizione del 1965 e, nella sua recensione nelle colonne della rivista “Mystery-fancier Recommends”, pur premettendo che le “explanations seem a little thin”, continuava dichiarando “That I of all people should complain of improbable solutions would be like Satan rebuking sin…” e concludeva invitando il lettore a “Don’t argue with it; read it” (“le spiegazioni sembrano un po’ sottili … che io, però, tra tutti quanti mi lamenti delle improbabili soluzioni, sarebbe come se Satana rimproverasse un peccatore … Non perdere tempo a discutere, leggilo!” – Cfr. Carr, John Dickson, “Mystery-fancier Recommends”, in Harper’s Magazine, July 1965, 103).
Nel 1981, Edward D. Hoch, per la prefazione della sua antologia “All But Impossible!”, invitò diciotto esperti, tra cui Robert Adey, Jacques Barzun, Jon L. Breen, Frederic Dannay, Howard Haycraft, Bill Pronzini, Marvin Lachman, e Douglas G. Greene, a votare le migliori storie dedicate a crimini impossibili di tutti i tempi. L’orlo dell’abisso ottenne il secondo posto, dopo il mitico John Dickson Carr, con il suo Le tre baredel 1935 (Cfr. Russell James, Great British Fictional Detectives, Remember When Pub, 2008, p.31).

TRAMA

La storia è ambientata in una villetta in montagna, in pieno inverno. Grimaud Désanat, proprietario di vasti e ricchi boschi, è morto, quattordici anni prima. Luke Latham, proprietario di segherie, nella speranza di risolvere questioni legali, legate ai diritti di sfruttamento dei boschi, organizza una seduta spiritica per chiedere, al defunto Grimaud, se è vero che non voleva cedere le proprietà, come dichiara la sua vedova.
La moglie acconsente ma sarà lei stessa a svolgere la parte della medium. Alla seduta partecipa anche Svetozar Vok, un mago cecoslovacco sotto mentite spoglie, assunto per smascherare eventuali trucchi della medium.Durante la seduta spiritica, appare effettivamente il fantasma di Grimaud Désanat, con una faccia maligna sospesa a mezz’aria, che maledice la moglie, dichiarando di avergli attribuito delle volontà non sue.
Mentre i partecipanti alla seduta rincorrono il fantasma, che svanisce lungo il corridoio del piano superiore, la medium sviene. Verificato che intorno alla casa non vi è nessuna traccia sulla neve fresca, gli ospiti della villa iniziano a pensare che forse l’apparizione di Grimaud Désanat era veramente un fantasma …

Non so con esattezza a cosa stiamo dando la caccia — osservò il professore — ma ho pensato che fosse una buona idea farci aiutare dal cane.
— Vieni, Thor. — Barbara lo prese per il collare e iniziò a guidarlo giù per il corridoio. L’enorme alano fece qualche passo e si arrestò. Meravigliata, lei cercò di trascinarlo, ma senza risultato.
— Dannazione, Thor, che ti prende? — proruppe Jeff, quindi afferrò il collare e tirò bruscamente. Il cane gemette e si trasse indietro. Poi sedette sul pavimento, alzo il muso e si mise a ululare.
Era troppo, perfino per un sistema nervoso agguerrito come quello di Barbara.
— Santo cielo, Jeff, forse la faccenda non è uno scherzo, dopotutto.
Rogan passò tra di loro e si avvicino alla porta che chiudeva il corridoio … abbassò la maniglia e spalancò il battente con un rapido movimento.
La stanza era vuota ….
Gli altri gli si affollarono dietro. La lampada di Vok rivelò che l’ambiente era una vasta camera da letto.
— Diamine! — esclamò la ragazza. — Qui non si potrebbe nascondere nemmeno una sardina.
— Sarà uscito dalla finestra — osservò Jeff, dirigendosi a quella più vicina e alzandola. Sul davanzale c era uno strato di neve intatta alto dieci centimetri.
Rogan alzò lo sportello della seconda finestra, ma anche lì la neve era intatta sul davanzale. Il giocatore si sporse e accese un fiammifero. Il vento lo spense quasi subito, ma non prima che lui avesse potuto constatare che il tetto piatto era assolutamente vergine d’impronte.

Ma i colpi scena non sono finiti: lavedova di Grimaud Désanat viene uccisa nella sua camera chiusa dall’interno. Anche in questo caso, nessuna traccia viene trovata sulla neve che ricopre il davanzale delle finestre. Ma l’omicidio più misterioso è quello che accade all’esterno, quando viene trovato il cadavere di Ogden, il socio di Letham, che pare caduto dal cielo. Intorno al cadavere, infatti, non vi è alcuna traccia sulla neve fresca …

Hake Talbot pseudonimo di Henning Nelms

Hake Talbot è lo pseudonimo di Henning Nelms, nato a Baltimora nel 1900.
Si diplomò alla George Washington University, e si laureò in legge all’University of Virginia e in Belle Arti a Yale. Svolse parecchi lavori: avvocato, marinaio, redattore, contabile, direttore di teatro. Insegnò Letteratura drammatica al Middlebury College e alla Pennsylvania State University, e diresse parecchi teatri.
Nelms fu anche un mago dilettante e scrisse alcune opere importanti dedicate all’arte prestigiatoria, come “Magic and Showmanship”. Fu membro di alcune importanti associazioni che si occupavano di magia e illusionismo.

Nelms was active in the Society of American Magicians (S. A. M.) and the International Brotherhood of Magicians (I. B. M.), two organizations that served both professionals and amateurs. While living in Washington, D. C. in the 1960s he was a member of Assembly 23 of S. A. M. and Ring 50 of the I. B. M., and regularly submitted chapter reports to the official magazines for both of these organizations. This experience no doubt served Nelms well when he wrote Magic and Showmanship: A Handbook for Conjurors (1969).

(Cfr. Steven Steinbock, Now You See It: Hake Talbot, Magic and Miracles, in Mysteries Unlocked: Essays in Honor of Douglas G. Greene, a cura di Curtis Evans, McFarland, 2014)

Con lo pseudonimo di Hake Talbot firmò due romanzi: The Hangman’s Handyman del 1942 (pubblicato in Italia da Mondadori, nel 1995, con il titolo “Terrore nell’isola”, nella collana de I Classici del Giallo), e The Rim of the Pit (1944), ormai considerati dei classici del mistero. Scrisse anche due racconti: The Other Side (1940) e The High House (1948).

Perché leggere L’orlo dell’abisso?

Henning Nelms eraun grande appassionato dei gialli di Dickson Carr e, nelle sue intenzioni, The Rim of the Pit doveva essere un romanzo ad effetto, che sorprendeva il lettore fin dalla prima pagina. Ecco l’incipit che tanto affascinò lo stesso Dickson Carr:

“I came up here to make a dead man change his mind.”
(Sono venuto quassù per indurre un morto a cambiare parere.)

The Rim of the Pit è effettivamente, come era nelle intenzioni dell’autore, un romanzo in cui un mistero si aggiunge ad un altro mistero, accumulando gli eventi prodigiosi e le spiegazioni. L’effetto è quasi barocco, soprattutto nelle spiegazioni finali, un po’ troppo complicate, soprattutto quella che spiega il delitto della camera chiusa. Più efficace la spiegazione dell’ultimo delitto, con il cadavere trovato in mezzo alla neve, senza alcuna traccia attorno. Ben presto, in ogni modo, il lettore intuisce quale sia il gioco dell’autore.

Talbot non è uno scrittore fantastico: egli insiste maniacalmente sulle apparenti impossibilità creando un surplus di sovrannaturale; questo fa sì che il lettore, paradossalmente,smetta di credere troppo presto alle sue illusioni.

(Cfr. l’approfondito e colto articolo di Stefano Serafini, Illusionismo e magia nel Golden Age mystery, in Linguæ vol. 14, n. 1 – 2015, pp. 56-57)

Il romanzo è stato spesso accusato di essere poco verosimile e che il personaggio di Rogan Kincaid non ha spessore. È tutto vero. D’altra parte The Rim of the Pitappartiene a quel genere di gialli che non descrive crimini reali, in cui l’autore si sofferma sulla psicologia dei personaggi. Il fine di Nelms è quello di costruire un mistero, un gioco fine a se stesso, che sfida il lettore a scoprire come è possibile che l’omicidio sia avvenuto in quella situazione così straordinaria, o meglio ancora impossibile. Nelmstenta, quindi, di costruire un intreccio serrato, inventando continui enigmi da risolvere,condendo il tutto con una atmosfera inquietante.
The Rim of the Pit fu scritto più di sessanta anni fa, ed è probabile che all’epoca i lettori siano stati colpiti e affascinati dalle mirabolanti invenzioni di Talbot; riletto oggi, il romanzo riesce a stento a catturare l’attenzione (finirlo non è stato facile). Il romanzo, in effetti, sembra quasi un saggio sui trucchi usati dai maghi. Svetozar Vok, il mago cecoslovacco, sembra divertirsi a descrivere i trucchi del mestiere e riempie pagine e pagine con le sue spiegazioni, che alla fine annoiano il lettore.
Henning Nelms, ispirandosi a Clayton Rawson (autore conosciuto per il famosissimo L’assassino invisibile, pubblicato in Italia da Mondadori), scrive un giallo in cui sfoggia tutta la sua esperienza nei trucchi illusionistici, ma il risultato non è all’altezza del secondo posto tra i migliori enigmi della camera chiusa. In ogni modo, The Rim of the Pitè importante nella storia del giallo, per comprendere l’evoluzione del genere e quanto la “Golden Age Mystery” fosse ricca e poliedrica, rispetto a quanto di solito si crede. The Rim of the Pit fa parte di quel sottogenere del giallo classico, in cui la trama poliziesca si intreccia ad eventi soprannaturali, che servono a creare nel lettore il dubbiose le vittime siano state uccise da spettri o da maledizioni, oppure da assassini in carne ed ossa.

All’inizio della maggior parte dei libri, noi già possiamo essere ragionevolmente sicuri di sapere quale tipo di storia stiamo leggendo; ma, fino all’ultimo capitolo Hake Talbot non ci rivela se L’orlo dell’abisso sia un romanzo dell’orrore o un giallo, e se il suo protagonista, il giocatore Rogan Kincaid, si sia pro­posto di cercare una spiegazione razionale o soprannatu­rale degli eventi arcani che affollano la storia.

(Cfr. Douglas G. Greene, Prefazione, in Hake Talbot, L’orlo dell’abisso, I classici del Giallo Mondadori, n. 644 – 1991, p.5)

Magia, illusionismo e indagine investigativa, un mix da milioni di copie

Nei misteri delle camere chiuse, l’autore è un abile illusionista che propone al lettore una sfida: il delitto è avvenuto in un luogo apparentemente inaccessibile, dove porte e finestre sono chiuse, e dove non è possibile che l’assassino abbia potuto entrare o uscire. L’autore insinua così nel lettore il dubbio che la spiegazione dei delitti sia da ricercare “nella stregoneria o nel­la magia, o forse nei morti che emergono dall’abisso per influenzare il nostro piano di esistenza” (Cfr. Douglas G. Greene, Prefazione, in Hake Talbot, L’orlo dell’abisso, I classici del Giallo Mondadori, n. 644 – 1991, p.8).
In realtà, si tratta di una specie di trucco illusionistico che alla fine verrà smascherato dal detective, che spiegherà come non si sia trattato di eventi sovrannaturali ma di una verità ben più prosaica. Con il termine i delitti della camera chiusa non si intende soltanto il tipico racconto, in cui l’omicidio avviene all’interno di una stanza ermeticamente chiusa, ma qualsiasi delitto apparentemente impossibile.

To qualify as a locked-room mystery, the crime does not have to take place in an hermetically sealed chamber. The deed must simply seem impossible — through a venue that is locked or guarded, a victim killed at close range under observation, a killer who leaves no footprints in the snow, or an impossible suspect, shielded by an unbreakable alibi. The stories often evoke the supernatural, only to be unmasked as an act of trickery, illusion or misdirection.

(Cfr. Jonathan Scott, 50 Howdunits. The ultimate Locked-Room Library, Book and Magazine Collector, Novembre 2009, n. 313, p.31)

Molti appassionati di gialli considerano il crimine impossibile e in particolar modo l’enigma della camera chiusa l’apice della mystery writer’s art. Lo scrittore gioca con i sensi del lettore, gli propone degli indizi fuorvianti proprio come il mago fa sul palcoscenico, quando attira lo sguardo degli spettatori in un punto ben preciso, così da poter effettuare il trucco senza che essi si accorgano di quanto accade sotto i loro occhi. L’unica differenza è che il gioco enigmistico, la sfida che il romanziere ingaggia con il lettore, si conclude con la spiegazione del trucco, mentre il mago mantiene il suo segreto.

Infine, il bizzarro. Quando il delitto diventa una sfida intellettuale non può avvenire in circostanze ordinarie … Occorre stupire l’immaginazione del lettore … E quale situazione è più insostenibile dal punto di vista della verosimiglianza di un delitto commesso in una camera ermeticamente chiusa dall’interno? … la camera chiusa affascina perché consente di presentare un delitto come se fosse uno spettacolo illusionistico … È la stessa attrazione per l’impossibile e per l’inspiegabile che circonda le operazioni dei grandi maghi … romanzi che volutamente fanno appello, perché il lettore entri in sintonia con essi, ad una sorta di necessaria «suspension of disbelief» … 

(Mauro Boncompagni, Tre inglesi d’America: Ellery Queen, John Dickson Carr e Rex Stout negli anni trenta, in Il giallo degli anni trenta, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 109)

Questa associazione tra magia e romanzo giallo è molto più profonda di quanto si creda. La Golden Age Mistery (tra gli anni venti e quaranta), infatti, coincide con uno dei periodi più floridi dell’arte illusionistica, in cui si espressero grandi maghi come Houdini e Maskelyne. Le origini di questo tipo di gialli risale però a molti anni prima: L. T. Meade (pseudonimo di Elizabeth Thomasina Meade Smith) con il suo A Master of Mystery (1898) fu il primo autore a combinare l’investigazione razionale con eventi soprannaturali. Ma nessuno ha esaltato il legame esistente tra illusionismo magico e indagine poliziesca più di Horatio Winslow e Leslie Quirk. Il loro capolavoro Into Thin Air (1928), uscito in Italia per le edizioni Polillo con il titolo Svanito nel nulla,”rappresenta un punto di svolta e di collegamento importante nella storia del mystery. Queste pagine … sono alquanto ambiziose: sedute spiritiche, apparizioni e sparizioni di fantasmi, digressioni sull’illusionismo, la storia della magia e le teorie di Madame Blavatsky, fino a un inspiegabile delitto della camera chiusa.” (Cfr.Stefano Serafini, Illusionismo e magia nel Golden Age mystery, in Linguæ vol. 14, n. 1 – 2015, p. 53).

L’importanza dell’atmosfera e la sospensione dell’incredulita’

I romanzi di Henning Nelms non sono facilmente classificabili. Hanno tutte le caratteristiche tipiche del romanzo horror: tradizioni occulte, leggende antiche, sedute spiritiche, maledizioni, possessioni demoniache. Ma appartengono sicuramente al genere giallo, con l’investigatore e il delitto, perché alla fine l’elemento soprannaturale viene dissipato dalla logica della ragione, incarnata dal protagonista Rogan Kincaid.

Hake Talbot’s fiction is difficult to categorize. His work shows the diverse influences of adventure writers, Robert Louis Stevenson and H. Rider Haggard; horror authors like Ann Radcliffe, Horace Walpole, Edgar Allan Poe, Mary Shelley and Bram Stoker; and the vast legion of pulp magazine fiction writers.

(Cfr. Steven Steinbock, Now You See It: Hake Talbot, Magic and Miracles, in Mysteries Unlocked: Essays in Honor of Douglas G. Greene, a cura di Curtis Evans, McFarland, 2014)

In tutti i romanzi e racconti aleggia, in ogni modo, una inquietante atmosfera gotica, creata volutamente dallo scrittore. Per Henning Nelms, infatti, conta più l’atmosfera in cui riesce ad avvolgere il lettore che la spiegazione finale del trucco. Nelmssapeva che la suspense cresce nel dubbio. Era questa una lezione che era ormai nota agli scrittori del novecento. All’inizio degli anni venti, Virginia Woolf aveva dedicato un saggio ai racconti di fantasmi di Henry James. La famosa scrittrice notava quanto fosse cambiata la sensibilità del lettore, ormai immune dallo stupore e dal terrore che gli spettri avevano sempre ispirato dal settecento in poi. I racconti di Henry James proponevano, un nuovo gotico di natura psicologica.

I fantasmi di Henry James non hanno nulla in comune con i vecchi spettri violenti: i feroci pirati grondanti sangue, i cavalli bianchi, le signore senza testa che vagano per oscuri sentieri e lande battute dal vento. Hanno le loro origini dentro di noi. Sono presenti ogni qual volta l’emozione supera le nostre capacità espressive; ogni qual volta nell’ordinario emerge l’alone dello straordinario. Le perplessità lasciate in sospeso, i terrori persistenti

(Cfr. Virginia Woolf, I racconti di fantasmi di Henry James, saggio introduttivo del volume Henry James, I racconti di fantasmi, Einaudi, 2005)

In “Giro di vite”, ad esempio, la bravura di James è stata di lasciare nel dubbio il lettore su ciò che l’istitutrice ha realmente veduto: i fantasmi stanno veramente minacciando i bambini, affidati alle sue cure, o sono solo un parto della sua mente? Il terrore nasce dentro di noi o è reale? Ancora oggi, “Giro di vite” è al centro di una accesa diatriba tra i critici.

Le scuole interpretative si suddividono essenzialmente in due gruppi: coloro che credono all’esistenza effettiva dei fantasmi e coloro che, al contrario, la negano. Il primo gruppo basa le proprie supposizioni sulla descrizione dettagliata che l’istitutrice fornisce alla signora Grose del fantasma maschile e che l’altra riconosce subito come il ritratto fedele di Peter Quint (della cui esistenza, fino ad allora, l’istitutrice era all’oscuro). Coloro che invece credono che Giro di vite tratti di un caso freudiano di isteria che comporta pure una serie di autoallucinazioni hanno abbastanza materiale cui appigliarsi giacché, per esempio, i bambini mostrano di avere più paura dell’istitutrice che non dei fantasmi.

(Cfr. Alex R. Falzon, Introduzione, in Henry Jamews, Giro di vite, Mondadori, 2013, pp. XIV-XV)

James insinua, dunque, nel lettore il dubbio sulla reale esistenza dei fantasmi. Ed è questo il fine cui tende lo stesso Henning Nelms nei suoi romanzi gialli: instillare il dubbio se i fantasmi siano veri o si tratti solo di abili trucchi. Pur partendo da premesse completamente diverse, i due scrittori vogliono ottenere il medesimo risultato: sospendere l’incredulità del lettore. È rivelatore il fatto che Nelms dedichi The Rim of the Pit allo scrittore Melville Davisson Post. Questo autore scrisse alcuni famosi romanzi dedicati all’enigma della camera chiusa, e amava creare atmosfere surreali capaci di confondere il confine tra razionale e magia. Lo stesso Nelms ammise di essere stato influenzato dall’opera di Post.

Nei suoi racconti migliori, è riuscito perfino a solle­vare dubbi sul fatto che il delitto fosse stato in effetti commesso o no: le situazioni sono talmente fantastiche da far sembrare impossibile una spiegazione coerente e razionale. Ciò nonostante, questa spiegazione Post la trova sempre, talvolta mantenendo letteralmente la su­spense fino all’ultima parola … Scrivendo, io ho cercato d’imitare questa sua qualità.”

(Citato da Douglas G. Greene, Prefazione, in Hake Talbot, L’orlo dell’abisso, I classici del Giallo Mondadori, n. 644 – 1991, pp. 10-11)

Steven Steinbock sottolinea più volte, nel suo articolo dedicato a Talbot, come lo scrittore avesse costantemente perseguito questo obiettivo nei suoi romanzi e racconti, ossia la “suspend disbelief“.

It is difficult to say whether it is plotting or atmosphere that most gives the Hake Talbot stories their unique character. I believe the two cannot be separated. As Nelms wrote in Magic and Showmanship, “Writers know that the over-all impression made by their work depends more on their ability to create an atmosphere of fantasy before they get to the magic than it does on the magic they describe.”  … Talbot uses occult writings, legends and supernatural lore in much the way a set designer uses stage props: not merely to create atmosphere, but an environment that induces readers to suspend disbelief … (E ‘difficile dire se sia più la trama o l’atmosfera che dà alle storie di Talbot il loro carattere unico. Credo che le due cose non possano essere separate. Come ha scritto Nelms nel suo “Magia e Showmanship”: “Gli scrittori sanno chel’impressione complessiva del loro lavoro dipende più dalla loro abilità di creare un’atmosfera di fantasia, prima di arrivare alla magia vera e propria, piuttosto che dalla spiegazione della magia.” … Talbot utilizza scritti occulti, leggende e tradizioni soprannaturali più o meno come una scenografo utilizza oggetti di scena: non solo per creare atmosfera, ma un ambiente che induce i lettori a sospendere l’incredulità …)

(Cfr. Steven Steinbock, Now You See It: Hake Talbot, Magic and Miracles, in Mysteries Unlocked: Essays in Honor of Douglas G. Greene, a cura di Curtis Evans, McFarland, 2014)

Chi leggerà L’orlo dell’abisso si renderà conto che, a Nelms, questo proposito di sospendere l’incredulità del lettore non è riuscita pienamente, soprattutto se il romanzo viene messo a confronto con quel capolavoro assoluto che è “Giro di vite” di Henry James.

Roger Kincaid un investigatore alternativo, un po’ Sam Spade e un po’ Indiana Jones

Il protagonista dei due unici romanzi gialli, scritti da Nelms, è Roger Kincaid, un giocatore d’azzardo, con un passato misterioso, che ama la vita avventurosa e le belle donne.
Rogan Kincaid non figura tra i più famosi detective della Golden Age. Il suo personaggio è però molto interessante, proprio perché sembra così diverso dagli altri protagonisti dei gialli dell’epoca. Kincaid non è un poliziotto, un detective privato o un investigatore dilettante e aristocratico. Non ricorda neppure i grandi Hercule Poirot, GideonFell o “Man in the Corner”. Kincaid è più vicino agli eroi pulp come Sam Spade, Gara Williams e Philip Marlowe. Si muove sulla scena senza paura, come un vero duro, e affascina le donne con il suo modo di fare. In L’orlo dell’abisso, la ragazza di turno è Sherry. Si legga questo brano tratto dall’ultima pagina del romanzo:

Rogan bussò allo sportello dello scompartimento di Sherry e sentì la voce di lei chiedere piano: — Chi è?
Lui disse il suo nome e la ragazza mormorò, in un filo di voce: — Entra.
Il giocatore aprì lo sportello e vide che dentro era totalmente buio. Sorpreso, cercò l’interruttore e lo premette. Sherry era coricata sulla cuccetta inferiore e lui le sorrise.
— Finalmente hai superato lo stadio delle mutandine di seta rosa!

Kincaid assume molteplici sfaccettature, che lo rendono complesso e poco identificabile con gli stereotipi dell’epoca, tanto da essere addirittura paragonato a Indiana Jones: “With his leather coat, tan fedora and determined expression, he resembles film hero Indiana Jones.

(Cfr. Steven Steinbock, Now You See It: Hake Talbot, Magic and Miracles, in Mysteries Unlocked: Essays in Honor of Douglas G. Greene, a cura di Curtis Evans, McFarland, 2014)

In entrambi i romanzi di cui è protagonista, Kincaid si muove sulla scena in maniera confusa, quasi non avesse la minima idea di che cosa sta succedendo. In The Rim of the Pit, ad esempio, è il mago Svetozar Vok a guidare le conversazioni e a cercare una spiegazione razionale agli strani avvenimenti di cui è stato testimone. Solo alla fine del racconto Kincaid sviscera le sue capacità investigative, rivelando come i delitti sianorealmente avvenuti.
Kincaid è soprattutto un giocatore di carte. Questa professione è importante per capire quale personaggio, Henning Nelms volesse creare. Il gioco d’azzardo è legato, infatti, alla magia, al bluff e ai trucchi con le carte. Questa abilità permette a Kincaid di conoscere le persone, di capirne con uno sguardo la psicologia, di riuscire a interpretarne gesti e reazioni.

(Per maggiori informazioni sulla figura di Roger Kincaid, di veda Steven Steinbock, Now You See It: Hake Talbot, Magic and Miracles, in Mysteries Unlocked: Essays in Honor of Douglas G. Greene, a cura di Curtis Evans, McFarland, 2014)

I brani citati sono tratti da Hake Talbot, L’orlo dell’abisso, I classici del Giallo Mondadori, n. 644 – 1991

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L'orlo dell'abisso
  • Hake Talbot (Autore)

Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: