gotico-gialloSoprannaturale e indagine poliziesca costituiscono una formula vincente da quasi 150 anni. Per comprendere la nascita e la fortuna di un genere letterario che è giunto sino a noi, bisogna tenere presente che il periodo, che va dalla fine dell’ottocento alla prima metà del novecento, fu un’epoca d’oro per le ricerche psichiche.
A seguito del celebre episodio accaduto alla dodicenne Kate Fox, il 31 marzo 1848, a  Hydesville, nello Stato di New York, che iniziò a comunicare con dei fantasmi, battendo sulla parete lettere dell’alfabeto che corrispondevano ad un determinato numero di colpi, in Europa e in America, proliferarono gli studi e le società sulla ricerca psichica: nel 1882 fu istituita a Londra la Society for Psychical Research; nel 1899 MaxDessoir coniò il termine parapsicologia; in Francia nel 1919 fu fondato l’Istituto Internazionale di Metapsichica; nel 1921 si tenne a Copenaghen il primo Congresso Internazionale di Ricerche Psichiche; nel 1925, Harry Price (1881-1948), che amava definirsi un “ghost-hunter”, aprì a Londra il famoso Laboratorio Nazionale per la Ricerca Psichica, ora aggregato all’Università di Londra, e nel 1936 pubblicò il libro Confessions of a Ghost-Hunter (Confessioni di un cacciatore di fantasmi, Castelvecchi, 2015).
Nella seconda metà del XIX secolo, le dottrine spiritiste erano al centro dei discorsi nei salotti alla moda; molti scrittori ne furono affascinati tanto da iniziare a scrivere racconti e romanzi.

Il giallo “classico” VS il detective dell’occulto

La creazione dei reparti organizzati della polizia risale alla prima metà del XIX secolo. Fondatore dei moderni corpi di polizia inglesi fu Robert Peel, nel 1829: “gli occorsero quattro anni di duro lavoro per avere ragione dei pregiudizi del suo governo, che considerava la polizia una seria minaccia alla libertà personale, senza tener conto di quanto fosse ancora più seria la minaccia di una criminalità incontrollata” (Walker, 1982, p. 195). In Francia, fu il famoso Vidoq a concepire l’idea del corpo speciale della Sureté, nel 1811, con il compito di infiltrarsi nella malavita (Walker, 1982, p. 200). Tenendo presente che il genere poliziesco si sviluppa in contemporanea con la creazione dei primi reparti di polizia e “come espressione del conflitto fra irrazionalismo e razionalismo, acuitosi nei secoli XVIII e XIX” (Del Monte, 1962, p. 14), non stupisce che, nello stesso periodo, nasca un nuovo tipo di racconto; un ibrido tra l’indagine poliziesca e la ghost story gotica, dove la struttura della detection investigativa si combina con il soprannaturale, e di cui sono protagonisti quelli che sono stati chiamati gli investigatori dell’occulto.
Il modello e capostipite degli investigatori dell’occulto o anche “psychicdoctor” è il tedesco Martin Hesselius, eroe di cinque lunghi racconti, firmati da J. S. Le Fanu (1814-1873) e poi raccolti nel volume “In a Glass Darkly” (1872). Di questa serie di racconti, il più famoso e longevo è quello di “Carmilla” che, ispirandosi a “Il Vampiro” (1819) di John William Polidori, ci presenta una storia di vampirismo al femminile. Famoso è anche Carnacki, il Cacciatore di Spettri di William Hope Hodgson(1877 – 1918), che combatte i demoni e gli spiriti con strumenti magici. Altro investigatore dell’occulto è Jules de Grandin di SeaburyGrandin Quinn (1889 – 1969), che risolve casi impossibili, in cui affronta zombi, vampiri, streghe e lupi mannari. Negli anni Venti e Trenta, i racconti con protagonisti gli “investigatori dell’occulto” riempirono le pagine dei pulp magazines, soprattutto quelle di Weird Tales, una rivista di racconti horror e fantastici, che iniziò ad essere distribuita nel marzo del 1923.
Importante è sottolineare che, in questi racconti, il detective affronta veri fantasmi ed entità malefiche (quasi sempre!). È questo uno dei motivi per cui molti importanti scrittori degli anni Venti, come Ronald Knox, S.S. Van Dine e Dorothy Sayers, decisero di prendere le distanze da questo sottogenere, teorizzando le regole del poliziesco e relegando “i detective dell’occulto … all’ambito della letteratura soprannaturale” (Ascari, 2012, p. 57). La seconda regola di Knox, ad esempio, stabilisce che: “La soluzione del delitto deve essere logica, senza ricorsi al soprannaturale” (citato in Fossati – Di Vanni, 1980, p. 13).
In realtà, gotico e soprannaturale continuarono ad essere di ispirazione per molti famosi scrittori, attraversando come fiumi sotterranei il genere poliziesco.

Questa presenza sotterranea dell’elemento esoterico in una narrativa logica come quella gialla è di lunga durata, da Edgar Wallace a John Dickson Carr, sino al giallo più letto di tutti i tempi, “Il nome della rosa”, che evoca l’Holmes de Il mastino dei Baskerville e che si impernia sulla campagna contro la “stregoneria”…

(Galli, 1990, p. IX)

Fattore fondamentale che differenzia il poliziesco tradizionale da quello dei detective dell’occulto è che, alla fine, la spiegazione degli avvenimenti è rigorosamente logica.

Conan Doyle, Agatha Christie e il gotico

Come abbiamo accennato sopra, il giallo a enigma si sviluppa “come espressione del conflitto fra irrazionalismo e razionalismo”; è il frutto del disperato bisogno di conoscenza logica dell’universo, tipico dello scientismo positivista, e contemporaneamente della pesante e angosciante eredità del gotico settecentesco: “da gotici e fantastici cunicoli il thriller penetra nel romanzo a enigma… “ (Barbolini, 1984, p. 162). Il romanzo gotico e le storie di fantasmi, intrise del positivismo ottocentesco e della nuova scienza criminologica, attraversarono il feuilleton francese e divennero il più importante ascendente del poliziesco (Cfr. Rambelli, 1979, p. 126).

Arthur Conan Doyle(1859 – 1930), uno dei padri fondatori del giallo, è un autore che inserisce spesso le sue trame poliziesche in ambientazioni gotiche e complica la vicenda con riferimenti a vampiri e fantasmi:

“… c’è un ingrediente delle storie su Sherlock Holmes che non è stato abbastanza studiato… l’aspetto gotico… le atmosfere e il milieu delle storie di Holmes e Walson sono sempre filiazioni dell’eredità gotica e del romanzo del terrore…

(Giovannini e Zatterin, 1987, p. 34).

Opere di Doyle che riprendono temi classici della letteratura gotica sono i racconti Il vampiro del Sussex e L’avventura dell’uomo carponi. E non possiamo certo dimenticare di citare il romanzo Il mastino dei Baskerville (1902), una delle pietre miliari della letteratura poliziesca di tutti i tempi, in cui Holmes svela che il mastino fantasma altro non è che un enorme cane.

Io mi alzai di scatto, afferrando con mano tremante la pistola, paralizzato alla vista della spaventosa forma che era balzata fuori da quel muro d’ombra. Era un mastino, un enorme mastino nero come il carbone, un mastino quale mai occhio umano aveva visto. Dalle fauci aperte sprizzavano fiamme, gli occhi ardevano come braci, il muso, i peli del collo e la gola erano circondati da tremolanti lingue di fuoco. Nemmeno il delirio di un pazzo avrebbe potuto immaginare qualcosa di più selvaggio, spaventoso e demoniaco di quella forma scura e quel muso feroce che irruppero davanti ai nostri occhi dal muro di nebbia.

(Conan Doyle, 2010 – traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto)

Conan Doyle era appassionato di spiritismo e chiaroveggenza (frequentava assiduamente le sedute spiritiche sperando di ricevere messaggi medianici dal figlio morto), ed era persino convinto dell’esistenza delle fate su cui scrisse un breve saggio, The Coming of the Fairies (1922 – “Il ritorno delle fate”, pubblicato in Italia da Sugarco). Il creatore di Holmes è l’autore che forse rivela in modo più evidente la “tensione tra naturale e soprannaturale che caratterizza il volgere del secolo, un periodo in cui lo sviluppo della scienza sembra condurre a un’accresciuta comprensione di ciò che l’ignoranza relegava alla superstizione” (Ascari, 2012, p. 49).
I racconti di Doyle sono la sintesi perfetta di due componenti opposte: quella irrazionale che spinge il lettore sino al confine del trascendente, e quella razionale che lo riconduce alla ragione, attraverso l’indagine del detective.

Anche la grande Agatha Christie (1890 – 1976), soprannominata la “Duchessa della morte”, si lasciò ammaliare dalle atmosfere gotiche e dal mondo dell’occulto: “Agatha Christie possedeva… una conoscenza di prima mano dell’Altro Regno. Era convinta che l’umanità fosse in bilico fra due mondi” (Lippi, 1984).
La scrittrice, nel 1933, scrisse un’antologia di racconti dedicati al soprannaturale: “The Round of Death” (pubblicata solo nel 1982 in Italia dalla Mondadori con il titolo “Il segugio della morte”). Questo amore per atmosfere inquietanti e fantasmatiche lo si trova, però, anche in alcuni romanzi polizieschi. Ne è un classico esempio “The Sittaford Mystery” (1931 – Mondadori, 1935):

“Un messaggio dagli spiriti… deve molto della sua atmosfera a Conan Dovle, non solo per l’ambientazione… ma anche per quella nota di “occulto” e di “sospensione dal reale” con cui si apre il romanzo. Tutti i racconti con Sherlock Holmes protagonista sono inizialmente inseriti in una cornice che sfiora il “magico” e il “surreale” ed è compito del detective demistificarne l’eccesso per riportare ogni cosa in linea con la norma infranta… “

(Falzon, 2011).

In Agatha Christie l’investigazione razionale è uno dei tratti fondamentali della sua produzione gialla, ma è anche indiscutibile che Ten little niggers (1939 – pubblicato per la prima volta in Italia da Mondadori nel 1946 con il titolo “…E poi non rimase nessuno”) debba molto del suo successo all’atmosfera gotica che lo attraversa dall’inizio alla fine: la tetra scenografia costituita dalla villa e dall’isola, la tempesta che infuria, l’ossessionante filastrocca che preannuncia l’arrivo della morte, l’attesa del tragico destino che incombe sui personaggi simboleggiata dalle statuine dei negri. Pur rispondendo ai dettami del mystery dell’epoca, per cui quanto di strano e inspiegabile è accaduto trova alla fine una spiegazione razionale, Ten little niggers è molto più gotico del precedente “The Sittaford Mystery”, come ha evidenziato Silvia Albertazzi:

“l’atmosfera d’incubo che pervade, sotto forma di attesa di morte, l’intero romanzo, non si dissolve con la risoluzione dell’enigma… Con ogni probabilità inconsciamente, qui la Christie si riallaccia al gotico più tradizionale, così come lo immaginava, un secolo e mezzo prima di lei, un’altra famosa creatrice di misteri razionalmente spiegabili, AnnRadcliffe… “

(Albertazzi, 1988, p. 71).

Uno dei motivi principali del successo di Ten little niggers è dovuto proprio al fatto che il romanzo esce dagli schemi tipici del giallo classico ad enigma, sfiorando il fantastico di Todorov e il gotico della Radcliffe. Aggiungerei, inoltre, che Ten little niggers utilizza con maestria il procedimento di scomporre in “mille tasselli” l’intreccio “per ritardare lo scioglimento”, tipico della narrativa gotica (Cfr. Barbolini, 1984, p. 42).

Gilbert Keith Chesterton e John Dickson Carr

L’autore che portò a vette insuperabili questo genere di indagine poliziesca fu il grande Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), creatore dei racconti di Padre Brown:

“Edgar Allan Poe scrisse racconti di puro orrore fantastico o di pura bizarrerie; Edgar Allan Poe inventò il racconto poliziesco. Ciò è altrettanto indubbio che il fatto ch’egli non combinò i due generi… Invece, Chesterton prodigò con passione e felicità simili tours de force. Ciascuno dei libri della Saga del Padre Brown presenta un mistero, propone spiegazioni di tipo demoniaco o magico e le sostituisce, alla fine, con altre che appartengono a questo mondo… “

(Borges, 2005, p. 88).

Negli anni della Golden Age mystery, quando il delitto era una sfida intellettuale, molti scrittori amavano ambientare la storia poliziesca in inquietanti dimore o rovine, in cui pareva che il mondo fosse dominato dal caos e dal soprannaturale, ma alla fine il mistero veniva risolto in modo del tutto razionale.
Un altro famoso detective che si muoveva in questo territorio ibrido, in cui indagine poliziesca ed eventi soprannaturali si intrecciavano per poi concludersi con una spiegazione razionale, era il Grande Merlini, creato dalla penna di Clayton Rawson (1906-1971). Rawson era stato, per molti anni, uno degli illusionisti più noti d’America, per poi dedicarsi alla scrittura di romanzi e racconti gialli, in cui aveva trasfuso l’esperienza di mago e illusionista. I casi in cui il Grande Merlini è coinvolto, infatti, “hanno soltanto l’apparenza di casi connessi all’occulto… si tratta di azioni criminose camuffate da fenomeni paranormali che esclusivamente un esperto della materia riesce a smascherare” (Il dizionario dei Misteri. I detective dell’impossibile, Giugno 2000, p.38).

John Dickson Carr (1906 – 1977) è ancora oggi considerato, tra gli appassionati del mystery classico, come il maestro insuperato dei gialli della “camera chiusa” e dei “delitti impossibili”. Lo scrittore americano era abilissimo nell’orchestrare i sospetti e l’atmosfera da incubo, spingendo il lettore a “sospendere l’incredulità”, facendogli credere che l’omicidio fosse stato commesso da un fantasma, un essere incorporeo o demoniaco.
La «suspension of disbelief» era un tratto fondamentale della produzione poliziesca della Golden Age mystery, soprattutto di J. D. Carr:

“… i romanzi di Carr… appartengono non meno al «fantastico» che al «giallo»; sono romanzi in cui il fantastico, spinto oltre il limite in cui il mondo si capovolge e le leggi naturali sembrano dissolversi… romanzi che volutamente fanno appello, perché il lettore entri in sintonia con essi, ad una sorta di necessaria «suspension of disbelief», lasciando che nello spazio ricettivo aperto da questa prolungata malia, nella quale chi legge è invitato a perdersi, si inserisca la narrazione con tutte le sue mosse strategiche, sino allo scioglimento finale…

(Boncompagni. 1988, p. 109).

Un esempio della “riuscita contaminazione del giallo con il nero” (Barbolini, 1984, p. 57) è il famoso romanzo “L’automa” (The CrookedHinge, 1938): Carr intinge il racconto con riferimenti al tema del doppio, all’affondamento del Titanic, all’automa di Maelzel (su cui lo stesso E.A. Poe aveva scritto un articolo, Il giocatore di scacchi di Maelzel).

Una tradizione quella del giallo-gotico che risale alla fine del XIX secolo

Chesterton e Carr, in realtà, erano i più celebrati eredi di una tradizione che risaliva a molti decenni prima, e precisamente ai racconti polizieschi raccolti in Master of Mystery (1893) di L. T. Meade (pseudonimo di Elizabeth Thomasina Meade Smith; 1844–1914): casi di delitti impossibili ed eventi soprannaturali che alla fine vengono spiegati in modo del tutto logico. L’utilizzo di una spiegazione razionale di eventi all’apparenza soprannaturali può, inoltre, essere fatta risalire agli stessi autori gotici. Ne è un esempio il “soprannaturale spiegato” di Anne Radcliffe, in cui i fantasmi e gli spiriti, alla fine, vengono smascherati e non sono altro che dei manichini o delle persone mascherate (Cfr. Barbolini – Tomasi, 1991, p.26).
Il grande scrittore di polizieschi Thomas Narcejac ha ben evidenziato come:

“poiché siamo in Inghilterra, e il sovrannaturale è comunemente riconosciuto come «l’altra faccia» della natura… il lettore non ha difficoltà a sostituire alla spiegazione naturale delle cose una loro spiegazione sovrannaturale… Non si può sottovalutare l’enorme importanza che lo spiritismo aveva presso gli anglosassoni, all’epoca in cui nacque il romanzo poliziesco… “

(Narcejac, 1976, pp. 109-110)

Questo particolare genere poliziesco fu sviluppato ulteriormente in Francia da Gaston Leroux, nei suoi romanzi pubblicati tra il 1907 e gli inizi degli anni venti. Alcuni suoi titoli sono esemplari: Il profumo della dama in nero (1908) e Il castello nero (1914). Ma è con la sua opera più famosa, Le Fantôme de l’Opéra (1910 – Il fantasma dell’Opera) che Leroux “realizza in modo paradigmatico l’intreccio di poliziesco e illusionismo, ambientando la vicenda nel luogo per eccellenza deputato alla creazione delle illusioni: il teatro… “ (Gardini, 2010, p.207). Il personaggio del Fantasma dell’Opera, responsabile di delitti inspiegabili e impossibili, figura fantasmatica e perturbante, risulterà alla fine essere Erich Weiss, un maestro del travestimento e un abilissimo illusionista; e tutto ciò che è accaduto di misterioso trova, alla fine del romanzo, una spiegazione perfettamente razionale.
Furono, però, Horatio Winslow e Leslie Quirk, con il loro capolavoro Into Thin Air (1928 – uscito in Italia per le edizioni Polillo con il titolo Svanito nel nulla) a fare scuola nel mystery dell’epoca: “pagine… alquanto ambiziose: sedute spiritiche, apparizioni e sparizioni di fantasmi, digressioni sull’illusionismo, la storia della magia e le teorie di Madame Blavatsky, fino a un inspiegabile delitto della camera chiusa.” (Serafini, 2015, p. 53).

Il giallo-gotico in Italia

Il successo di questo sottogenere poliziesco, contaminato dal fascino per il soprannaturale e il gotico, è testimoniato in Italia dalla rivista «Il Cerchio Verde», un settimanale di narrativa e cronaca poliziesca, pubblicato da Mondadori dal 1935 al 1937. Intorno alla metà del 1936, «Il Cerchio Verde» iniziò a presentare crime novel in cui all’indagine poliziesca si intrecciavano vicende affollate di fantasmi e vampiri, ambientate in atmosfere cupe e spettrali:

“sempre più spesso la fantasia macabra, la vicenda nera, l’elemento gotico e soprannaturale… L’armamento dell’horror, licantropi, vampiri, scimmioni alla moda di Poe, e gli espedienti granguignoleschi (mani tagliate, teste mozze, scheletri) costellano le pagine del «Cerchio»… Un esempio per tutti: gli arnesi della fucina gotica sono maneggiati con scaltrezza e compiacimento, nei racconti commissionatigli dalla rivista, da quel Varaldo che nei romanzi si preoccupava invece di smorzare le tinte fosche …

(Padovani, 1996).

Dickson Carr, il fantastico di Todorov e il gotico psicologico di Henry James

Dickson Carr si distinse per avere introdotto, per primo, nei suoi romanzi gialli il “fantastico”, nel senso moderno che gli ha attribuito TzvetanTodorov:

“Il fantastico… sembra avere origine in… quel momento intermedio in cui non si riesce ad accettare una spiegazione razionale oppure irrazionale dell’esistenza. In questa zona neutra, ma carica di tensione e ricca di infinite possibilità, due diverse realtà entrano in contatto confondendosi tra loro, cosicché ciò che è solitamente naturale acquista un carattere misterioso, sovrannaturale e viceversa”

(Cottone, 2009, p. 20)

In una lettera del 1946, indirizzata all’amico Frederic Dannay, Carr spiegò le sue intenzioni: “Ho cercato di inventare una formula tutta mia: chiarificare ogni evento apparentemente soprannaturale, ma lasciare alla fine un vero enigma di tipo arcano… spiegare il problema difficile, ma permettere che quello facile… rimanga soprannaturale.” (citato da Boncompagni, 2013).
Todorov cita appunto “The Burning court” di Carr (pubblicato più volte in Italia da Mondadori con il titolo “La corte delle streghe”), evidenziando come il genere fantastico e il giallo siano intrecciati così abilmente dallo scrittore, che il lettore si trova “in piena esitazione sulla soluzione da scegliere” (Todorov, 1981, pp. 54-55). Era questa una lezione che Carr aveva appreso dal gotico psicologico, di cui è massima espressione il capolavoro “Giro di vite” di Henry James.
Già, all’inizio degli anni venti, Virginia Woolf aveva dedicato un saggio ai racconti di fantasmi di Henry James. La famosa scrittrice aveva notato quanto fosse cambiata la sensibilità del lettore, ormai immune dallo stupore e dal terrore che gli spettri avevano sempre ispirato dal settecento in poi, e come i racconti di Henry James avessero proposto un nuovo gotico di natura psicologica:

“I fantasmi di Henry James non hanno nulla in comune con i vecchi spettri violenti: i feroci pirati grondanti sangue, i cavalli bianchi, le signore senza testa che vagano per oscuri sentieri e lande battute dal vento. Hanno le loro origini dentro di noi. Sono presenti ogni qual volta l’emozione supera le nostre capacità espressive; ogni qual volta nell’ordinario emerge l’alone dello straordinario… “

(Woolf, 2005).

In “Giro di vite”, la bravura di James è di lasciare nel dubbio il lettore su ciò che l’istitutrice ha realmente veduto: i fantasmi stanno veramente minacciando i bambini, affidati alle sue cure, o sono solo un parto della sua mente? Il terrore nasce dentro di noi o è reale?
Purtroppo, Dickson Carr non riuscì quasi mai a ripetere il brillante finale di “The Burning court”, citato da Todorov. Una delle accuse, infatti, cui più spesso è stata sottoposta l’opera dello scrittore americano è la complessità delle spiegazioni logiche finali, con il conseguente rischio di deludere le aspettative del lettore, dopo averlo immerso in “un gioco aperto all’infinito sul sovrannaturale” (Gardini, 2010, p. 205).

Cornell Woolrich e il perfetto mix di gotico e suspense

Per comprendere il giallo-gotico contemporaneo, non si può non tener conto di una delle figure più importanti della letteratura poliziesca: Cornell Woolrich (1903-1968), conosciuto anche con l’appellativo di “Poe del Ventesimo secolo”.
Cornell Woolrich non è, infatti, solo considerato l’inventore della moderna suspense, ma anche lo scrittore che meglio è riuscito ad rendere l’inquietante clima da incubo della grande città moderna e, contemporaneamente, ad evocare la spettrale ombra della morte che si allunga sulle sue strade, i ponti e i palazzi. I romanzi “neri” (lo sono anche i suoi titoli: La sposa era in nero, 1940; Sipario nero, 1941; L’alibi nero, 1942; L’angelo nero, 1943; L’incubo nero, 1944; Appuntamenti in nero, 1948) di Woolrich non hanno ormai più niente a che vedere con il rassicurante finale del giallo classico:

“… le sue storie di delitti, pur giungendo alla logica conclusione della scoperta dell’assassino, non esorcizzano i fantasmi. Il suspense non finisce con la dissoluzione dell’incubo, perché per Woolrich il mondo è tutto un incubo, è dominato da forze che vogliono la distruzione dell’uomo, forze contro le quali è inutile combattere, inutile perfino impegnare tutto quello che di buono può esistere nella natura umana… “

(Benvenuti e Rizzoni, 1979, p.130)

Con l’opera di Woolrich entriamo nel giallo moderno. Lo scrittore conosceva veramente i luoghi in cui ambientava i suoi romanzi e viveva una doppia vita, come i famosi personaggi di Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde) e di Wilde (Il ritratto di Dorian Gray): Cornell, pur essendo sposato, era omosessuale, e di notte si aggirava travestito da marinaio per i bassifondi della città alla ricerca di incontri clandestini.  L’opera di Woolrich continua ad essere letta e ad affascinare ancora oggi. Basti pensare che la trama di Giorno maledetto, una delle prime storie di Dylan Dog (Numero 21 – Edizioni Bonelli, 01/06/1988 – Soggetto di Tiziano Sclavi e Marcello Toninelli), è tratta daAppuntamenti in nero.
I primi romanzi di Cornell Woolrich erano ispirati all’opera di Francis Scott Fitzgerald, ma il bisogno di denaro costrinse lo scrittore a dedicarsi alla letteratura pulp. Iniziò così a scrivere i suoi capolavori, romanzi e racconti in cui il confine “tra il giallo e l’horror, tra il razionale e l’impiegabile, è molto più sottile di quanto si possa pensare” (Leone, 2000, p. 156).

James Lee Burke, autore contemporaneo che ama il gotico

Uno degli autori contemporanei che più sembra legato a questo genere di letteratura poliziesca, intrecciando in modo sapiente realtà, gotico e fantastico, è il pluripremiato scrittore americano James Lee Burke. Pur essendo romanzi raccontati in modo molto realistico, sino ad arrivare alla denuncia politica e sociale, le opere di Burke sono pervase da momenti in cui il soprannaturale sembra prendere il sopravvento sul reale (Bogue, 2006, pp. 103-114).
Nella saga dedicata a Billy Bob Holland, ad esempio, il protagonista ha lunghe conversazioni con il suo defunto compagno Texas Ranger, LQ Navarro. Nel terzo episodio della saga, dedicata a David Robicheaux, Black Cherry Blues (1993), il protagonista incontra più volte la moglie morta, che lo consola e consiglia.
Uno dei brani più famosi dell’opera di Burke, in cui il quotidiano viene oscurato dall’ombra dello straordinario, è sicuramente quello tratto dalla scena finale di L’occhio del ciclone (The Electric Mist with the Confederate Dead), quando la figlia adottiva di DaveRobicheaux trova una vecchia foto che ritrae il padre insieme al soldato confederato morto, con il quale egli ha conversato più volte, durante le indagini:

Il generale e sette dei suoi uomini posavano con la solennità e la rigidezza dei vecchi ritratti.
— Didietro — soggiunse Alafair. — Quello senza il fucile. Sei tu, Dave.
Mi guardò con espressione confusa, un invisibile punto interrogativo nel mezzo del volto.
— Non sei mica tu?

(Burke, 1999).

Burke ha spiegato, riferendosi a Shakespeare, che il solo modo per comprendere il mondo risiede nell’inconscio e quindi nei sogni: “Shakespeare disse che il potere sta nel mondo dei sogni, e io credo che avesse ragione. In qualche modo il sonno ci permette di vedere chiaramente le cose che la luce del giorno tiene nascoste” (Burke, 1998).
Questo fascino che Burke prova per incubi, sogni profetici o allucinazioni che siano, unito alle liriche raffigurazioni di paludi nebbiose e architetture gotiche abbandonate, crea la sensazione che nulla sia certo, che la realtà perda consistenza mentre il sogno sembra invadere il mondo.
Questo amore per il mondo dell’incubo e delle ambientazioni gotiche deriva a Burke da Poe, Faulkner e Tennessee Williams. Ed è interessante sottolineare come il romanzo statunitense avesse trovato la sua prima forma espressiva proprio nel genere gotico, utilizzato da molti grandi scrittori per raccontare della società e delle sue forme deviate di violenza:

… nella letteratura del Sud… il gotico diviene registro espressivo privilegiato per raccontare una regione in cui passato e presente sono intrisi di sangue: autori come William Faulkner, FlanneryO’Connor, Tennessee Williams, Truman Capote, James Dickey… e altri nostri contemporanei come Cormac McCarthy o Joe R. Lansdale …”

(Schiavini, 2012, p. 276).

Questa dimensione “altra” bene si sposa con quella della “crime novel” di Burke, caratterizzata da violenza e caos. In entrambi i casi, Burke sembra suggerire che l’universo è indecifrabile e ingestibile. I confini tra bene e male, tra realtà e incubo, sono labili e indistinti. La follia può varcare in qualsiasi momento la linea di confine, certe volte nei panni di fantasmi o allucinazioni, altre volte nella forma di violenza che sfocia nell’omicidio.
È interessante ricordare che Burke considera l’Amleto di Shakespeare non solo una grande tragedia ma anche un giallo, con il protagonista che indaga per scoprire la verità sulla morte del padre. Tenendo conto che Burke non è il solo a considerare un autentico poliziesco la vicenda dell’Amleto (Cfr. Perissinotto, 2010, p.54), io aggiungerei che, probabilmente, è il primo giallo in cui l’indagine si intreccia ad eventi soprannaturali (il fantasma del padre che chiede vendetta): “There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in yourphilosophy.” (Hamlet: atto I, scena V).

Alcuni casi italiani, Maurizio De Giovanni e Donato Carrisi

Si nota così, negli ultimi decenni, un ritorno del poliziesco alle atmosfere gotiche e al soprannaturale. Ne è sicuramente una prova la produzione di Maurizio De Giovanni, creatore di una serie di successo, quella del commissario Ricciardi, che ha il dono (o la disgrazia!) di percepire gli ultimi istanti di vita delle vittime di morte violenta.

Anche nella penombra i due cadaveri gli si presentavano nitidi. In piedi, uno di fianco all’altro, uniti per l’eternità dopo essersi appena incontrati in vita… Dalla sua sedia, a diversi metri di distanza, il commissario vedeva il largo cratere bruciato sul lato della testa del ladro e il piccolo foro di entrata del proiettile sulla tempia della guardia, il rivolo di sangue e di materia cerebrale che scorreva fino al collo; e sentiva il sommesso mormorio dell’ultimo pensiero dei due. Voi non avete turni, pensò con astio. Siete qua ogni maledetto giorno, ad ammorbare l’aria con l’inutile dolore delle vostre giovani vite buttate via.

(De Giovanni, 2009)

Il caso di Donato Carrisi è forse ancora più emblematico. Dopo quasi 150 anni, il detective dell’occulto sembra tornare di moda, anche se con evidenti differenze. E dopo lo strepitoso successo di Tiziano Sclavi con il suo fumetto Dylan Dog, Carrisi crea Marcus, un indagatore del “buio” e del Male, protagonista di due romanzi: Il tribunale delle anime (2011) e Il cacciatore del buio (2014). Marcus, prete e criminologo, fa parte dei penitenzieri, un’istituzione della Chiesa che indaga su crimini inspiegabili e inquietanti, utilizzando “il più grande archivio criminale della storiaIl Tribunale delle Anime. Era stato istituito nel XII secolo con il nome di Paenitentiaria Apostolica.” (Carrisi, 2014).
I romanzi sono ambientati in una Roma esoterica e nera, battuta da una pioggia che sembra quella del diluvio universale, tra chiese gotiche e ville isolate, archivi segreti e boschi tenebrosi, dove si celano misteri e mostruosi omicidi. Ciò che distingue le indagini di Marcus dai suoi antenati è che il Male non è più identificato con esseri malvagi rappresentati da fantasmi, licantropi o vampiri, e quindi con “stranieri” appartenenti ad altri mondi. Marcus indaga sul Male che è parte integrante della natura umana, quel Male che tutti portiamo dentro di noi.

«Vedi, Marcus, in tutte le grandi religioni monoteistiche Dio è sia buono che cattivo, benevolo e vendicatore, compassionevole e spietato. È così per gli ebrei e per i musulmani. I cristiani, invece, a un certo punto della loro storia hanno distinto Dio dal diavolo… Dio doveva essere solo buono, buono per forza. E ancora oggi paghiamo il prezzo di questa scelta, di quest’errore. Abbiamo nascosto il diavolo all’umanità, come si nasconde lo sporco sotto un tappeto. Per ottenere cosa? Abbiamo assolto Dio dai suoi peccati solo per assolvere noi stessi. È un atto di grande egoismo, non credi?»

(Carrisi, 2014)

Conclusioni di un amante del genere

Spiegare questo ritorno del soprannaturale nelle pagine dei polizieschi non è certamente facile. È evidente che il successo del genere, sia editoriale (interminabili saghe sui vampiri) che televisivo (serie dedicate all’ultraterreno e all’esoterico), ha spinto molti scrittori a prendere atto che qualcosa sta cambiando nei gusti dei lettori e ad adeguarsi.
È contemporaneamente evidente che, dai romanzi popolari dei primi decenni del novecento a quelli contemporanei, molti scrittori, pur ispirandosi alle tematiche del soprannaturale e dell’illusionismo, hanno preferito approfondire la natura psicologica della paura e del Male.
La lezione di Henry James, secondo cui i fantasmi sono dentro di noi, ha comportato una rivisitazione e una evoluzione delle tematiche tipiche del gotico e della ghost story. In molti autori contemporanei “il luogo oscuro” è dentro di noi, e il tema del doppio (il bene e il male che convivono nell’uomo) riemerge nella sua complessità psicologica e perturbante:

 “al punto che nei polizieschi contemporanei, che intrecciano sempre più il giallo e il noir, illusionismo e pazzia si trovano spesso coniugati, in un contesto in cui la violenza, e non più il divertimento alla Lupin, appare come il principio ispiratore di trame, personaggi e ambientazione. La deriva psicologica dell’illusionismo trova conferma anche nel frequente ricorso al tema del doppio, finalizzato però non alla messa in scena dell’io plurimo, alla Lupin e alla Fantòmas, bensì dell’io scisso dell’uomo moderno.”

(Gardini, 2010, p. 208).

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Articolo protocollato da Alessandro Bullo

Alessandro Bullo è nato a Venezia. Si è laureato in lettere con indirizzo artistico, mantenendosi con mestieri occasionali; dopo la laurea ha lavorato per alcuni anni presso i Beni Culturali e poi per la Questura di Venezia. Successivamente ha vissuto per quasi dieci anni a Desenzano del Garda per necessità di lavoro. Attualmente vive a Venezia e lavora come responsabile informatico per un’importante ditta italiana. Sue passioni: Venezia, il cinema noir, leggere, scrivere. Autori preferiti: Dino Buzzati, Charles Bukovski, Henry Miller. Registi preferiti: Elia Kazan e Alfred Joseph Hitchcock. È arrivato per due volte in finale al premio Tedeschi e una al premio Urania. Nel 2012 con “La laguna degli specchi” (pubblicato sotto lo pseudonimo Drosan Lulob) è stato tra i vincitori del concorso “Io scrittore”.

Alessandro Bullo ha scritto 66 articoli: