Il giro d’Italia, che Fabrizio Carcano e le edizioni Mursia stanno compiendo con la collana Giungla gialla, torna a fare tappa a Napoli e reincontra Letizia Vicidomini, l’autrice di quel La ragazzina ragno che avevo recensito qui e che aveva mietuto tanti premi e meritatissimi successi.
Ritroviamo così i vicoli sporchi e gli scorci splendenti, il cibo di strada e i modi di dire coloriti che, ad arte, l’autrice ha sparso come spezie anche in questa seconda prova letteraria, caratterizzata dal ritorno di Andrea Martino, il commissario in pensione che alterna al giardinaggio in terrazzo ed ai compiti di nonno e nonnastro qualche saggia, misurata e felice incursione nelle indagini di cui si occupa il suo erede e successore. Questa volta le tracce da seguire sono ben due e tra esse non c’è né vi sarà mai alcun collegamento. Mentre il Conservatorio cittadino è scioccato dall’omicidio di Antonio, un giovane, talentuoso e bellissimo allievo di piano, nel cimitero dove ha sepolto il suo primogenito Andrea incontra Brunella, la baby sitter ancora disperata dalla morte di Aurora, la bimba che lei stessa ha cresciuto sino alla morte. Una scomparsa di cui la donna non si capacita, non si dà pace e di cui teme un’origine innaturale, una causa dolosa.
Al centro di queste due vicende, quindi, accomunate dal fatto di venir investigate da Andrea l’ex commissario – “una delle professioni che non si abbandona mai (perché) ha a che fare con il giusto e lo sbagliato”- troviamo altrettanti triangoli umani. Sullo sfondo della morte di Piccirillo, il musicista strafottente, egoista e approfittatore, si delinea ben presto una coppia splendida, di successo e malìa: lei- Marlena Vichi, che ne era la professoressa e l’amante e lui, il prof. Varriale, il maturo ma ancora affascinante marito. In controluce nella vicenda della piccola Aurora, e della sorellina sopravvissuta, si stacca la figura disperata del papà, già solo per vedovanza, che ha ubriacato il suo dolore tra le braccia procaci di una ex dipendente, oggi gaudentissima ma secca e ostile con la bimba rimasta.
Del melodramma ho detto abbastanza. Vi troverete musica (riassunta nella playlist diligentemente annotata alla fine del romanzo), ricette di cucina, la solidità delle coppie maturate bene assieme, l’accecamento della passione e la trasandatezza di una gioventù che si crede onnipotente, qualche riferimento di cronaca, la giusta bacchettata per le calunniatrici e qualche esempio di amicizia vera.
Questo romanzo somiglia ad una pralina che crocchia, ad un dattero coperto di cioccolato amaro. Colpisce con la durezza di pagine in cui si attarda su personaggi sgradevoli, come Antonio e come la stessa Marlena, troppo strafaiga per essere amabile, troppo perfettina fuori e bollente dentro, troppo tutto per avere un’amica sincera, che invece ha, e questo è imperdonabile. Fa storcere il naso quando evoca dejavu e dejalu, dal Sesto senso alla sindrome di Munchausen fino al solfato di tallio del caso brianzolo di casa Del Zotto. Perché ne sapevamo già e vorremmo leggere cose nuove. Ma poi ti scioglie nella dolcezza di certe descrizioni, in cui si torna umani, osservatori di soccombenze, misericordiosi di fronte al baratro che gli esseri si scavano e ti scoperchiano sotto i piedi. La passeggiata a piedi di Marlena verso il commissariato, durante le quale incontra piccoli grandi scorci di vita, piuttosto che il discorso col marito, senza guardarsi ma seduti accanto, riflessi nella specchiera, sono brani di Dammi la vita che rivelano, ancora una volta, quanto sia acuto lo sguardo di Letizia verso il mondo. Uno sguardo ora momentaneamente fanè (forza Big eyes, passa tutto!), probabilmente sostituito da un udito altrettanto attento. Ti ringraziamo per questa nuova storia, istruttiva e foriera di riflessioni, come tu sai infonderci. Ti ringrazia Pamela, la mia estetista, che quando gioca a Risiko con gli amici ascolta canzoni melodiche napoletane: non conosceva La Maschera. E ti ringrazio io. Ma … Letizia, amica mia, pagina 229 non te la perdono. Appena ti reincontro paghi pegno, è una minaccia!
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