Recensire è un’attività intellettuale meravigliosa, il tentativo di un lettore di condensare in poche righe i contenuti, le sensazioni, le atmosfere create dall’autore. È una sfida lessicale ardua nel delicato equilibrio tra incuriosire e relazionare, tra invogliare e riassumere.

Nessuno studia da recensore e nessuno ci campa, ora più che mai, in epoche in cui tutti scrivono e pochi leggono.

Ho in programma di recensire l’ultimo romanzo di Matthias Graziani da almeno due settimane. Un record per me, soprattutto se comparato al fatto che ho impiegato due soli giorni a leggerlo. La voce del crepaccio sta girovagando con me, nelle mie peripezie di donna “in corriera”, sui tram e in treno e l’ho scampato a fatica all’eresia iconoclasta del trasloco di casa. Lo sfoglio, rileggo qualche pagina, prendo appunti. E non scrivo.

Ora siamo qui, in attesa di udienza, nell’atrio del tribunale di Busto Arsizio, a tentare di trasmigrare con la fantasia dalla visuale di toghe e faldoni al mondo scabro e ostile dove il romanzo è ambientato.

Matthias mi ha aiutato, con qualche vocale nei giorni scorsi. Voleva scrivere una storia dura – mi ha lasciato detto con un timbro di voce molto fresco, giovanile-  in un paese quasi sempre in ombra, all’arrivo delle prime nevi. Un posto tranquillo squassato dal giungere di un essere spaventoso, un assassino partorito dalla montagna che vive nel ventre della roccia e porta sul volto il pelo scuoiato dal muso di una rupicapra. Quel Gletschmann la cui maschera orripilante sfila a carnevale in Alto Adige.

Al centro della vicenda ci sono Julian, un bambino speciale, che “sente” il Catinaccio parlargli e crede di essere matto, e il suo viaggio iniziatico attraverso foreste e villaggi abitati da hexe e sciamane delle erbe, tra leggende, tradizioni e horror, citando la saliga e i Dirlinger, in mezzo a indiani drogati come nel vecchio West e ragazzini curiosi sul ciglio della disillusione.

Graziani affianca a Julian un altro personaggio potente, tagliato nel legno come una statuetta, la guardia forestale Karl Kastner che lo accompagnerà, assieme a Lara, la poliziotta lesbica al confino, e gli altri componenti di quella squadra di recupero che evoca gli Hateful Eight di Tarantino (o Quel che resta del peccato, rectius) a cercare i suoi amici rapiti.

Leggere questa storia dà la sensazione di indossare della lana cruda senza sotto nulla, riscaldati nel vento gelido ma continuamente pizzicati da evocazioni, immagini violente, vittime inermi e storie ingiuste, come ne L’uomo delle castagne o nei Segreti di wind river, per darvi due esempi televisivi abbastanza illuminanti. Ma L’uomo del crepaccio è altro, è molto di più: Mathias mi ha citato gli slasher movies e certi personaggi come Michael Myers (dal franchise di Halloween) e Jason della saga di Venerdì 13, ha negato quei richiami al western che ci avevo intravisto io e ha celebrato con assoluta convinzione la circostanza, che voleva enfatizzare, che una storia come questa potesse essere ambientata solo lì. Creatività e allusività in questo romanzo, ma soprattutto senso e omaggio al territorio, che mette il bollino Giungla Gialla su una zona finora inesplorata: benvenuti in Tirolo!

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La voce del crepaccio: Il Gletschmann si risveglia con la prima neve. È un assassino inarrestabile, partorito dal ventre più profondo delle Dolomiti
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