Dahmer contro Dahmer, li libro di Lionel Dahmer

La sera del 21 Luglio 1991, a Milwakee, gli agenti di pattuglia Robert Rauth e Rolf Mülle vengono fermati da un uomo in apparente stato di alterazione che racconta una storia inverosimile: un altro uomo lo ha drogato in un appartamento poco distante, e in quello stesso appartamento la vittima ha visto foto di corpi smembrati e un barile dal quale viene un tremendo odore di putrefazione.

Gli agenti entrano per un controllo nell’abitazione di Jeffrey Lionel Dahmer, e questo evento darà inizio alla storia di quello che tutt’oggi è conosciuto come il Mostro di Milwakee.

Su Dahmer si è scritto di tutto, e tutti hanno scritto di Dahmer: sull’onda del successo televisivo della serie su Netflix è tornato in libreria – in una nuova edizione – il libro Dahmer contro Dahmer di Lionel Dahmer, padre di Jeffrey.

Pubblicato nel 1994 col titolo “A Father’s Story“, fu da subito un’opera controversa: da un lato, come per tutte le storie macabre, si scatenò una sorta di voyerismo che fece volare – ma meno del previsto – le vendite del libro, dall’altro Lionel Dahmer fu duramente accusato di speculare sulla vicenda del figlio, nonostante lui abbia sempre sostenuto che aveva scritto la sua storia per devolvere parte del ricavato alle famiglie delle vittime.

Quali che siano state le intenzioni di Dahmer padre, questo era e rimane un testo controverso: da un lato c’è un racconto accorato di un padre il cui figlio è ancora oggi uno dei più crudeli serial killer della storia, dall’altro si fa fatica a credere che – davvero – Lionel Dahmer non si sia reso conto, mai, che qualcosa di profondamente disturbato albergava nella mente e nella vita del figlio.

Il libro, o meglio Lionel, ripercorre la vita di Jeffrey dall’infanzia, e non è certo un’infanzia del Mulino bianco: entrambe i genitori hanno gravi problemi, e il loro matrimonio era soggetto spesso a violente crisi alle quali spesso Jeffrey assisteva. Jeffrey è un bambino strano, piuttosto piccolo, che tende a non legare con gli altri: nel suo libro Lionel Dahmer cerca una giustificazione genetica all’assenza di empatia del figlio, ma già questo costituisce una sorta di autoassoluzione che è difficile prendere come buona.

Lionel stesso aveva alcun tratti simili al figlio, era piromane con fantasie violente, e, per sua stessa ammissione ebbe sempre difficoltà ad affrontare la gente: ma il padre, nonno di Jeffrey, seppe gestire sia le difficoltà di apprendimento che i comportamenti border line del figlio.

E’ quindi possibile che Lionel non si sia accorto mai dei segnali di disturbo di Jeffrey? Che la passione per il dissezione di animali morti – da lui incoraggiata – non abbia lanciato segnali di allarme? Che l’alcoolismo adolescenziale, l’esibizionismo e l’asocialità del figlio non siano mai state affrontate, lasciando alla nonna – unica vera figura di riferimento – il tentativo non riuscito di gestire il ragazzo?

Il libro è il racconto dell’amore di un padre che non può smettere di amare il figlio, nonostante sia un assassino, e sicuramente è un punto di vista non consueto sullo stato d’animo di chi è parente non della vittima ma dell’assassino: meno convincente è l’atteggiamento naïf di chi ci dice “io non me ero accorto”, soprattutto perché quello che emerge è anche una grande assenza di figure forti e amorevoli di riferimento nella vita di Jeffrey, Lionel Dahmer non abbandonerà mai suo figlio, ma per tutto il racconto si ha l’impressione che – in fin dei conti – non gli sia mai stato veramente vicino.

Una chiave di lettura possibile è che – fin dall’inizio – la storia di Jeffrey Dahmer sia la storia di persone che non hanno voluto vedere: genitori troppo presi da sé stessi, dai propri problemi e dal perbenismo, insegnanti che non intervennero per un ragazzino alcoolizzato, l’esercito, la polizia. Come afferma Lionel, riferendosi all’arresto per esibizionismo del figlio “La sola idea che venissero alla luce, all’improvviso, fatti privati, così terribili aveva il potere di mantenermi in uno stato di assurda negazione della realtà ….. l’angoscia di essere scoperto personalmente, che la mia vita fosse messa a nudo, e l’atroce vergogna che questo avrebbe provocato in me”.

E c’è anche una chiave di lettura razzista, perché troppi ritennero di dare una possibilità o giustificare quello che si presentava come un ragazzo bianco, biondo e dagli occhi chiari: un esempio su tutti, una delle vittime venne riconsegnata dalla polizia perché si diede più credito al giovane – bianco – Dahmer piuttosto che a un ragazzo asiatico narcotizzato e sanguinante e a due testimoni afroamericane. Ma tutta la storia del Mostro di Milwakee è costellata di persone che non hanno dato il peso dovuto ad azioni per lo meno sconcertanti.

La lettura di Dahmer contro Dahmer è quindi una lettura capace di suscitare sentimenti contrastanti, ma alza comunque un velo sulla vita di uno dei più efferati serial killer vista con la prospettiva di chi più gli era vicino: l’amore di padre – per quanto distorto – è evidente in questo racconto e questo va accettato, meno credibile e accettabile è invece l’atteggiamento di autoflagellazione, che è però anche autoassoluzione, che pervade la narrazione. Quello che resta al termine di questa lettura è la sensazione di un vuoto abissale che da sempre ha circondato Jeffrey Dahmer. Non giustifica, casomai rende il tutto ancora più glaciale.

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Dahmer contro Dahmer. La storia del serial killer più efferato di tutti i tempi raccontata dalle strazianti parole del padre
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Articolo protocollato da Marina Belli

Lettrice accanita, appassionata di rugby e musica, preferisco – salvo rare eccezioni – la compagnia degli animali a quella degli umani. Consumatrice di serie TV crime e Sci Fy, scrittrice fallita di romanzi rosa per eccesso di cinismo e omicidi. Cittadina per necessità, aspiro a una vita semplice in montagna o nelle Highland scozzesi (a condizione che ci sia una buona connessione).

Marina Belli ha scritto 131 articoli: