Nella mente del serial killer – John Douglas
Etichettato con: True Crime
Oggi al Thriller Café ci occupiamo di un libro che, ne siamo certi, piacerà agli appassionati del True crime ed in particolare dei serial killer: si tratta di “Nella mente del serial killer“, storia di trent’anni di caccia a BTK, lo strangolatore di Wichita. L’autore è anch’egli una garanzia: è John Douglas, il primo e più celebre profiler dell’FBI, che collaborò alla caccia a BTK sin dagli anni ’80 e, una volta arrestato, ebbe modo di intervistare in esclusiva lui ed alcuni suoi familiari.
Pubblicato per la prima volta in italiano da Edizioni Clandestine nel 2008 con traduzione di Marta Draghi ed oggetto di varie ristampe, il libro si può considerare al momento l’opera più completa e dettagliata sulla storia di Btk.
Ma chi è BTK? L’acronimo sta per Bind, torture, kill (lega, tortura, uccidi). Per trent’anni, dal 1974 al 2004, è stato la temuta firma di uno dei serial killer più sfuggenti e pericolosi d’America, che in quegli anni uccise almeno dieci persone, in prevalenza donne, nella cittadina industriale di Wichita, in Kansas. All’anagrafe BTK è Dennis Rader, nato nel 1945, sposato, padre di due figli, presidente di una confraternita religiosa, frequentatore della parrocchia ed impegnato negli Scout; sa disegnare e fotografare, gli piace supervisionare, controllare, comandare altre persone, ha una propensione per l’ordine, la pulizia, il rispetto delle regole. Sebbene in qualche caso ne abbia manifestato l’intenzione, BTK non violenta sessualmente le sue vittime, ma si può comunque sostenere che i suoi delitti abbiano una connotazione sessuale: ha una smodata passione per il bondage, ama le legature con corde, nastri, strisce di stoffa, collant e ogni sorta di strumento di costrizione, ma la sua tortura è psicologica più che fisica; l’eccitazione passa per il controllo, il bisogno di manifestare la propria superiorità, di esercitare il potere su un’altra persona; egli gode nel vedere lo sguardo terrorizzato della vittima, perciò ne prolunga l’agonia per poi masturbarsi sul cadavere. Sebbene porti con sé delle armi e, in caso di necessità, non esiti ad usarle, egli provoca la morte mediante asfissia, soffocamento, strangolamento, da qui il suo soprannome di Strangolatore di Wichita da egli stesso suggerito in un comunicato alla polizia.
Il suo impulso ad uccidere non è repentino, momentaneo: è una fame sempre presente in lui, tanto che pianifica gli omicidi, sceglie le sue vittime, immagina ciò che potrebbe fare loro, passa parecchio tempo sulle scene, è – o vorrebbe essere – attento ai dettagli, alle “scenografie”. Inoltre, se nella sua dimensione “normale”, privata fa di tutto per rendersi anonimo, per non apparire, in quella di killer Rader ha un gran desiderio di fama, tanto che è egli stesso a ricomparire dopo periodi – addirittura anni – di quiete rimproverando polizia e giornali per la poca attenzione che gli dedicano e rivendicando delitti che non gli sono stati attribuiti. E nonostante tutta questa pubblicità, è riuscito a sfuggire alla polizia e ad agire indisturbato per trent’anni. È proprio questo uno degli elementi che lo rendono così speciale anche per John Douglas, l’autore di questo libro nonché il profiler dell’FBI che collaborò a più riprese con la Task Force creata per BTK.
Il libro non è una semplice biografia asettica e impersonale del killer, ma è corredato da impressioni, considerazioni e aneddoti personali dell’autore, dall’incontro-intervista che ebbe con Rader quando questi era in prigione (condannato per dieci ergastoli, evitò la pena capitale perché i delitti furono commessi prima del 1994, anno in cui questa fu introdotta in Kansas), e, la cosa più interessante, molti frammenti del diario tenuto dal killer in tutti quegli anni. La prosa di Douglas è scorrevole, non è infarcita di tecnicismi e le divagazioni, pur presenti, sono minime e connaturate al tipo di narrazione. Qualche perplessità possono destare alcune esternazioni forse troppo personali dell’autore che non si fa problemi ad esprimere giudizi ed a mostrarci tutto l’odio (pure comprensibile, ma – a parere di chi scrive – forse inopportuno in un libro) che prova per Rader e per uomini come lui. È pur vero che le stesse sono certamente dettate dall’aver lavorato a strettissimo contatto con i serial killer e le loro menti per molti anni e che, comunque, sono il corollario naturale di un libro che non ha un taglio giornalistico, biografico o documentaristico. Ad ogni modo, prescindendo dalle considerazioni personali e dal gusto di chi scrive, Nella mente del serial killer rimane comunque una lettura interessante, coinvolgente e preziosa per chi voglia saperne di più su un serial killer atipico, tanto inafferrabile quanto pericoloso.
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