Una storia complicata in Askja, nuovo capitolo della Trilogia Islandese di Ian Manook, con Kornelius Jakobsson al centro di una trama fitta di colpi di scena che si intrecciano in quello che sicuramente è uno dei migliori libri dell’autore, pur con alcune pecche.
Le riprese di un drone rivelano il corpo di una giovane donna riverso su una distesa lavica, ma quando Kornelius arriva sul posto del cadavere non c’è traccia: l’area è completamente isolata, distante da ogni centro abitato e l’unico abitante della zona è un anziano ex marinaio malato di Alzheimer dai ricordi molto confusi. Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, una collega di Kornelius è alle prese con il ritrovamento di un paio di mutandine da donna e di sangue all’interno di un cratere vulcanico. Tra un cadavere che non si trova, testimoni che scompaiono e un ritrovamento di prove che forse non sono tali, un cecchino prende di mira le jeep dei turisti: in un crescendo di azione e tensione, la chiave sta forse in delitti vecchi di 30 anni.
Secondo capitolo della Trilogia, dimensione evidentemente congeniale per Manook, Askja ci fa ritrovare un Kornelius più triste e più cupo del poliziotto che abbiamo conosciuto in Hemaey: la sua vita privata si è complicata, quella professionale subisce ancora i contraccolpi delle vicende del romanzo precedente, e la ricerca del cecchino comporta l’avvio di una diffidente collaborazione con la squadra speciale dei “Vichinghi”. Kornelius si muove con naturalezza nell’isolamento della meravigliosa Askja – tra lava, ghiacciai morenti e cieli smisurati – che sembra un’estensione dell’anima del nostro poliziotto: come nella saga di Yeruldelgger, c’è uno strettissimo legame tra l’uomo e la natura selvaggia, e come sempre l’indagine poliziesca si lega saldamente e appassionatamente alle tematiche sulla difesa dell’ambiente dagli interessi feroci del cosiddetto progresso.
I personaggi di contorno sono ben caratterizzati, la scrittura è lineare e intensa e raggiunge il massimo della sua espressività quando descrive l’ambiente naturale, che è un protagonista a sé, del quale percepiamo il richiamo mistico/mitico: la trama è intensa e articolata, come sempre nei romanzi di Manook, con storie che sembrano apparentemente indipendenti prima di convergere in un unicum coerente.
Nel complesso un romanzo molto ben scritto, e nel quale Manook ha affinato la capacità di costruzione del thriller, costruendo un gioco a incastri intenso per ritmo e situazioni.
C’è comunque qualcosa che non convince del tutto, non tanto per l’opera in sé quanto per l’arco narrativo della Trilogia Islandese, che assomiglia sempre più da vicino alla Trilogia di Yeruldelgger. Intendiamoci, Kornelius e Yeruldelgger sono due ottimi personaggi, complessi e sfaccettati, la Mongolia e l’Islanda sono due paesi estremi che Manook non solo evidentemente ama, ma capisce anche profondamente e sono una parte essenziale del successo dei suoi romanzi.
Il problema casomai è in una certa ripetitività strutturale, la sensazione di qualcosa di già letto, ma che ovviamente il terzo e conclusivo capitolo potrà smentire, e che non è necessariamente un difetto: chi ha sentito la nostalgia della trilogia della steppa troverà in questa nuova trilogia un nuovo personaggio e un nuovo mondo a cui affezionarsi attraverso romanzi di ottima fattura che – per molti aspetti – sono più interessanti e maturi della precedente trilogia. Giornalista, editore e romanziere, vive a Parigi. Ha esordito con Yeruldelgger, Morte nella steppa, primo capitolo di una trilogia con lo stesso protagonista al quale seguono Yeruldelgger, Tempi selvaggi e Yeruldelgger, La morte nomade, tutti pubblicati da Fazi Editore. Pluripremiato, Yeruldelgger è un vero e proprio fenomeno editoriale. Fazi Editore ha pubblicato anche Mato Grosso e Heimaey, primo capitolo della trilogia islandese.
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