I misteri vanno risolti.
È ciò che Jack Nash, conduttore del programma televisivo The House of Secrets, ha insegnato a sua figlia Hazel. Le ha passato il tramite sin da piccola, quando le raccontò di una celebre Bibbia ritrovata nel petto di un cadavere.
Un enigma bello intricato, non è vero? Specialmente per una bambina.
Eppure è la motivazione che la spinge a “seguire” le orme del padre, in altre parole a rincorrere il brivido del mistero studiando come la morte è percepita nelle diverse culture. Un imprinting notevole, non c’è che dire, che condizionerà tutto il corso del romanzo.
Le vicende si aprono quando padre e figlia sono coinvolti in un incidente d’auto.
Lui muore sul colpo, Hazel riporta una commozione cerebrale che intacca le emozioni legate ai suoi ricordi, rendendola incapace di sentirsi umana.
A rendere inquietante il quadretto è la comparsa di Trevor Rabkin, un agente del FBI, che si presenta in ospedale facendole strane domande su suo padre.
Si scoperchia così un Vaso di Pandora, da cui Hazel attingerà a dettagli che le faranno nutrire seri dubbi su chi fosse veramente nella sua vita precedente.
Ci s’imbatte quindi in una storia complicata che si rifà alla Guerra d’Indipendenza, piena di segreti che vanno ben oltre i complotti narrati nel programma televisivo di Jack Nash. A confronto, quelli sono opera di novellini.
Riuscirà Hazel a risolvere anche questo mistero?
Dopo L’artista della fuga, un nuovo thriller dall’autore bestseller Brad Meltzer, scritto a quattro mani con Tod Goldberg.
Il thriller in questione trasuda americanità da ogni pagina, ogni rigo: sullo sfondo della Guerra d’Indipendenza, è costruito un mistero incentrato sul tradimento di Benedict Arnold nei confronti di George Washington.
Un romanzo potente, per un americano medio, che è dipanato con precisione pagina dopo pagina. Gli autori sono stati attenti a non svelare mai troppo, cosa che porta il lettore a immedesimarsi in prima persona per risolvere il mistero che è posto, un intricato intrecciarsi di storia e malavita.
Questo, unito a uno stile di scrittura fresco, punto d’incontro sintetico tra i due autori, fa in modo che il romanzo non sia pesante o noioso.
A livello narrativo, quindi, la storia fila liscia come l’olio.
L’unica pecca riscontrabile è una prossimale caratterizzazione dei personaggi: Hazel, Jack, Rabkin appaiono scialbi, senza una propria voce preponderante. Sembrano un po’ tutti assomigliarsi, non hanno un carattere forte da mostrare, una personalità di spicco, un dettaglio che possa rimanere impresso.
Persino Hazel, su cui gli autori puntano buona parte del loro punto di vista, risulta ripetitiva, eccessivamente monotona. Un personaggio che non riesce a sostenere il peso della tensione narrativa poiché non è stato costruito in maniera corretta.
Per il resto, il tema del rapporto padre-figli è preponderante.
Innanzitutto vediamo come la morte di Jack viene assimilata da Hazel e suo fratello Skip; l’una senza ricordi, l’altro che farebbe di tutto per disfarsene.
È interessante notare come le emozioni giochino un ruolo importante nell’elaborazione del lutto: senza di esse non saremmo che sacchi di carne e basta, nessuno piangerebbe per la scomparsa di un proprio caro.
Saremmo automi, macchine, robot, tutte cose cui la società moderna ci sta portando pian piano ad aspirare.
Una riflessione profonda, questa, che unita a un mistero intricato riesce a produrre un ottimo thriller!
Con qualche stimolo in più, sarebbe stato semplicemente perfetto.
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