Anna – Roberto – Achille – Elena – Federica – Lorenzo – Lucio sono i sette protagonisti di Stato di famiglia, l’ultima fatica letteraria di Alessandro Zannoni pubblicata con Arkadia editore per la collana SideKar.

Sono sette storie di ordinaria follia, di disagio familiare sfociato in tragedia, ma non è questa la particolarità dell’opera; il lettore è oramai talmente avvezzo a una letteratura quotidiana da telegiornale o rotocalco che non si stupisce più. E non è neanche lo stile personale, asciutto e sincopato e diretto del scritto che affascina il lettore. La qualità sorprendente di questa raccolta di racconti è la forma, del tutto nuova e funzionale alle storie che se non fossero state scritte in questo modo, non avrebbero potuto stupire, accattivare e soprattutto, far riflettere il lettore.

Ognuno dei sette racconti, intitolati con il nome del suo protagonista, è “montato” ad arte, e tutti insieme fanno un film. “Montato” da uno scrittore, come avrebbe fatto un regista di cinema d’avanguardia. “Montato” su carta anziché su pellicola.  Ecco perché dico che ho visto il film di Zannoni e non ho letto un libro. E credo che l’intento sperimentale dello scrittore fosse proprio questo. Ho, infatti, respirato le atmosfere del grande cinema di Lee Chang-dong, di Serebrennikov e soprattutto di Gaspar Noè, dove spesso il montaggio ha una tecnica di cronologia inversa. Sequenziale, ma al contrario. Ogni racconto inizia appunto dalla fine, o meglio, dal pugno a sangue freddo tirato con forza nello stomaco del lettore e procede tornando indietro di ore dello stesso tragico giorno, e poi ancora indietro di qualche altra ora fino all’inizio della sofferenza dalla quale scaturisce il male. Una sequenza di prevedibili contenuti, che già s’intuisce dopo aver letto i primi due o tre racconti, ma proprio perché è stata “montata” ad arte, riesce a stupire e attenzionare sul dramma folle e violento di una tragedia familiare abusata da un’indifferente ordinarietà comunicativa. Grazie a questo “montaggio”, il libro di Zannoni acquista un grande interesse e il suo messaggio generazionale pessimista e forte, si scopre dentro un congegno meccanico caricato a molla, dove l’apparenza del tutto bello, giusto e perfettino è solo una farsa che esploderà. Farsa comune a tanti, a tutti, e forse pure a me che la leggo senza sapere se è partito il conto alla rovescia del mio dispositivo a orologeria che mi distruggerà. Questo perché il male è primitivo, è insito nell’uomo e alberga latente pronto a prendere la sua forma.

Nei racconti c’è il problema del male senza alcuna soluzione, e Zannoni questo lo sa bene perché fa percorrere solo un’unica strada ai suoi personaggi, intrappolati nella comune realtà organizzata, contrapposta alla feroce bestialità possessiva dell’uomo (vedi il racconto di Achille). Una strada da percorrere che conduce solo alla morte quale annullamento degli ideali posseduti e diventati al contempo irraggiungibili e persi per sempre.

I protagonisti dei racconti sono prigionieri che non possono e non vogliono vedere oltre le loro rassicuranti ombre standardizzate e attaccano la verità. Non sono più in grado di interagire con la realtà stessa da loro voluta e creata, prigionieri del desiderio omologato che una volta perso, hanno come unica conseguenza quella di trasformarsi in vittime, reagendo libere di fare del male. Zannoni fa scoprire ai sette personaggi dei suoi racconti, la realtà delle cose che li circondano, ma non discute sulla natura stessa della realtà o sugli effetti che ne scaturiscono, mostra solo che la possessione di una certezza personale infranta, ha effetti sulla realtà esterna e quindi la percezione dell’oggetto del desiderio è la percezione di una semplice copia, una semplice riproduzione mentale del vero oggetto della realtà esterna, oramai perso anch’esso.

La prosa asciutta di Zannoni deflagra semplicemente in un pathos narrativo a ritroso alla ricerca della causa. Ma, come detto in precedenza, non un commento, neanche uno solo, o una semplice opinione. I conti per questo deve farli il lettore. Deve riflettere su quanto lucida violenza unisce e divide la società dall’istinto e l’evocazione di immagini feroci e di suoni, metallicamente tribali come il Tu-tump nel racconto di Anna, sono la sintesi audiovisiva di un’opera basata sulla necessità del male come unica folle risposta individuale alla cessazione dei propri bisogni. Non è violenza gratuita. È una violenza emotiva e indispensabile per far riflettere sui concetti di normalità e universalità dell’essere, attraverso il “montaggio” di racconti letti come un film, facendo sentire lo stesso lettore come un automa del male.

I miei complimenti ad Alessandro Zannoni scrittore italiano LIBERO e ricco di talento che sa mettersi in gioco e sperimentare; ed anche alle sorelle Ivana e Mariela Peritore direttrici della collana SideKar per Arkadia editore.

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Stato di famiglia
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Stato di famiglia
  • Alessandro Zannoni
  • Editore: Arkadia