Quando nel 1959 Seichō Matsumoto pubblicava in Giappone il suo “Vangelo nero” che oggi il nostro Thriller Cafè gentilmente ci offre io avevo solo sei anni e già ero un assiduo frequentatore della parrocchia e dei preti del mio paese, Acerenza, Acheruntia cantata dal poeta Orazio di Venosa come “caelsae nidum Acherontiae” nido d’aquila sulla roccia. Orazio che avrebbe poi invitato il mondo intero al “carpe diem” già intravedeva in Acerenza una roccaforte a quel tempo romana e poi baluardo della Chiesa cattolica in Italia meridionale grazie alla sua importante Basilica normanna dell’XI secolo voluta dal monaco benedettino Arnaldo di Cluny in Francia, un capolavoro in stile romanico normanno-gotico, costruita su un antico tempio pagano e sproporzionata con la sua grandezza rispetto al mio paese che adesso conta non più di tremila anime. Come potevo, bambino di sei anni, non essere affascinato da questa imponente Chiesa e dai preti che la abitavano con i vescovi che si avvicendavano per esser chiamati poi spesso come cardinali a Napoli. Ho passeggiato tra le sue tre navate, sono sceso nella cripta sotto l’altare anche a luci spente, e ho toccato il famoso e misterioso bastone di San Canio che si muove spontaneamente ma quando si muove preannuncia sempre guerra e terremoti. La mia passione per il mistero e la letteratura nera è nata sicuramente in quella cripta dove la leggenda pone i resti di Maria Balsa figlia di Dracula tra un dragone alato e creature demoniache custodi del Santo Graal e dei Templari di passaggio per le crociate in Terra Santa. Nella parrocchia sono andato all’asilo dalle suore, ho fatto il chierichetto e ho servito messa, Qui ho visto il primo cinema e ho avuto la fortuna di imbattermi in una strepitosa compagnia teatrale che mi ha introdotto fin da bambino al dubbio amletico e all’inconsapevole tragedia amorosa di Giulietta e Romeo.
Per questo le prime pagine del libro di Matsumoto mi hanno riportato indietro nel tempo al mio paese negli anni Cinquanta del secolo scorso perché Matsumoto pur descrivendo una storia che si svolge in una città e che città, Tokyo, la capitale del Giappone, ha la maestria di ridurre in pochi tratti quella che oggi è una metropoli a un piccolo borgo di povera gente che vive ai margini di grandi strade e grandi vie immersa in una intricata e anomala improbabile periferia come intricata e improbabile sarà la vicenda del racconto, illuminata però dalla Chiesa che si vede dappertutto e che rappresenta il simbolo al quale rifarsi sia per rinfrancare i bisogni corporali della fame e della miseria ma che ha in sé l’ardire di nutrire anche lo spirito con la professione della sua fede.
Non potete immaginare assetati avventori di Thriller Cafè l’emozione che ho provato nello sfogliare le prime pagine del nero Vangelo di Matsumoto, e non ho resistito alla voglia di farvele subito assaporare. L’esordio è manzoniano, chi di voi non ricorda “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte… ” una descrizione che da un paesaggio di grandi spazi quali la nascente città di Lecco arriva a descrivere un piccolo borgo dove “una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia” e così da Lecco a Tokyo, dall’altra parte del mondo, con circa tredicimila chilometri di distanza e un secolo che li divide, Matsumoto inizia il suo romanzo:
Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti… fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati. Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi… Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto…Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura. Poi la strada nuova finisce in quella vecchia, che curva dopo curva prosegue in mezzo a campi e boschi, e biforcandosi più volte sparisce in altre macchie di vegetazione…fino al limite dei campi e al margine dei boschi, e quando piove o tira vento gli alberi stormiscono. Ma la strada non prosegue all’infinito. Sbuca in un nero agglomerato urbano dove i lampioni sono rari, e a sera, poiché la gente chiude gli scuri molto presto, sono ancora meno le case da cui filtra un po’ di luce…La chiesa è visibile da ogni direzione per un raggio di due chilometri: è l’unico edificio che si innalza fra le case basse e rade, non più alte delle pendici dei monti circostanti. Poco lontano dalla chiesa c’è una scuola elementare… Le case si raccolgono su entrambi i lati di una strada stretta che, dalla vecchia via, si allarga leggermente come un sentiero di campagna. Molte abitazioni hanno siepi di cedro o di cipresso. Ma ecco spuntare fra le case altri boschetti, casupole di contadini e campi a separarle. Va da sé che il silenzio regna sovrano, e raramente qualcuno – quasi sempre un residente – percorre quei vicoli dove si accumulano le foglie morte. La casa in cui viveva Ebara Yasuko si trovava in questo scenario“
Un incipit molto bello senza più l’ironia manzoniana a sorreggerlo ma soltanto i chiaroscuri che ci accompagnano in una storia che ricorda molto nel titolo le copertine di colore nero dei messali, che i preti portavano sempre sottobraccio, quel nero come l’abito che indossavano e più nero della pece che si attacca alle mani e avvolge la luminosità degli animi per oscurarli e portarli nell’abisso della perdizione.
La casa editrice Adelphi ha riesumato da queste tenebre nello scorso mese di novembre, nella magistrale traduzione di Alessandro Passarella, il Vangelo nero di Matsumoto che sonnecchiava in Oriente, come il vampiro Dracula, da più di sessant’anni. Ma questo libro parla di religione e di vangeli? No! Niente affatto e niente è mai come sembra: la banalità del male riprendendo il titolo di un famoso libro di Hannah Arendt affiora dalle pagine di Matsumoto per indicarci come il crimine a volte viene commesso da persone insospettabili e normali che senza pensarci si uniformano alle indicazioni che ricevono da altri e commettono delitti senza preoccuparsi della propria responsabilità.
Personalmente mi sono avvicinato alla letteratura giapponese con Haruki Murakami e il suo famoso Norwegian Wood ma devo ammettere che Seichō Matsumoto mi ha riportato dalle nuvole musicali e surrealistiche dove Murakami mi aveva lasciato piacevolmente nelle indagini realistiche ambientate nel Giappone della seconda metà del Novecento e statemi a sentire l’amore per il giallo giapponese non ha niente a che vedere con il colore della loro pelle ma dovete sapere che la letteratura gialla in Giappone ha una voce preponderante nell’editoria di quella nazione e lo stile narrativo e psicologico di Matsumoto lo hanno reso uno dei più importanti rappresentati di questo genere letterario. Vangelo nero è un libro che ti prende subito perché parte come un racconto degli ambienti e dei paesaggi, passa poi all’introspezione psicologica dei personaggi e alla fine evidenzia la corruzione della società giapponese. Se fate delle ricerche su questo autore noterete che tutti lo definiscono il Simenon giapponese, ma io dico perché non definirlo anche il Manzoni, il Maupassant o il Dostoevskij giapponese, forse sarebbe più appropriato visto che proprio in questo Vangelo nero studia le profondità della psiche umana, affronta il conflitto tra bene e male, si concentra sulla fede e sulle sue storture? Seichō Matsumoto (1909-1992) ha un suo personalissimo stile, muore a 82 anni di cancro, dopo aver scritto più di 300 romanzi, e tanti racconti che lo hanno reso famoso in tutto il mondo e che spero anche in Italia possa avere il successo che merita.
Tutta la storia si svolge nella Tokyo del dopoguerra, un paese che è stato sconfitto e ha subito la bomba atomica, una città che oggi conosciamo per la sua alta qualità della vita, le sue grandi infrastrutture e il fascino dei suoi contrasti, tra modernità e antiche tradizioni, le audaci architetture e la gentilezza della coltivazione dei bonsai e dei giardini zen, la figura dei samurai e il sacrificio dei kamikaze, la cura del corpo con lo shiatsu e la cura dell’anima e dello spirito nella filosofia zen del buddismo. Il Giappone di Matsumoto è invece quello che dopo le mire imperialistiche della Seconda Guerra Mondiale alleato della Germania nazista è stato punito da Enola Gay il bombardiere americano che sganciò le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki il cui nome è associato alle note e al ritmo travolgente della omonima canzone pacifista in ricordo dei 250.000 morti. Negli anni Cinquanta Tokyo e i suoi sobborghi sono molto simili ai paesi meridionali e ai borghi italiani del dopoguerra, c’è la fame e la miseria ma anche la voglia di ricostruire e di rinascere a nuova vita. In questo compito la religione cattolica diventa preponderante e la Chiesa e la parrocchia assumono in questo contesto una egemonia forte della distribuzione di cibo e vestiario alla popolazione pur essendo una religione minoritaria in Giappone. Fin qui niente di particolare, i preti che vivono nella comunità religiosa di San Guglielmo devono portare la parola di Cristo fra i popoli, sono monaci, monaci basiliani che si ispirano alla regola di San Basilio (nato nel 330 e morto nel 379). La regola di San Basilio indica uno stile di vita monastica improntata alla collaborazione con le comunità vicine e prevede che i monaci possano essere anche sacerdoti e si prendano cura dei poveri ma questi preti osservano formalmente la regola ma nella sostanza fanno tutt’altro. Il problema poteva essere questo: come esprimere la fede cattolica all’interno della cultura giapponese, invece la corruzione dilagante invade anche la comunità che doveva essere esempio di virtù e di rettitudine. Tutti gli insegnamenti di San Guglielmo da Vercelli vengono calpestati e disconosciuti e se avete tempo e voglia San Guglielmo lo potete ritrovare almeno nello spirito vicino ad Avellino nell’abbazia di Montevergine nel cuore dell’Irpinia, a solo un’ora di auto da Napoli dove il Santo fonda una comunità mista di monache di clausura e monaci in cui a comandare udite udite era una donna, la Badessa, mentre i monaci si occupavano della parte amministrativa e del servizio liturgico. In Vangelo nero la donna invece è subalterna, subisce il dominio fisico e psicologico dei preti.
Si parte quindi dal tentativo di evangelizzare il Giappone, di portare il cattolicesimo in una civiltà e una cultura diametralmente opposta alla nostra facendo leva sui bisogni di una popolazione stremata dalla guerra che ha bisogno di cibo e di beni materiali e pur di averli accetta anche i beni spirituali che il cristianesimo vuole imporre. Matsumoto in fondo ha solo rubato uno scenario a un fatto di cronaca realmente accaduto e che l’autore puntualmente esamina e cerca di sviscerare senza sbagliare i tempi dell’indagine così come aveva fatto in “Tokyo express” romanzo di esordio del 1958 basandosi sulla puntualità del treno come mezzo di locomozione cosa che un giapponese può fare e un italiano soltanto sognare.
L’argomento è apparentemente la religione cattolica e il vangelo, l’evangelizzazione del Giappone e i tentativi di traduzione in giapponese della Bibbia che avviene in modo privato e ambiguo nella casa nascosta nel bosco di Ebara Yasuko, dove si nascondono insidie che vanno oltre il mistero della fede e della incredibile trinità cattolica mai svelata e mai compresa a pieno. Yasuko vive con quattro enormi cani, pastori tedeschi, e qui si reca spesso padre René Villiers della vicina Chiesa di San Guglielmo per tradurre a quattro mani la Bibbia in giapponese. Resterete di stucco di fronte al male e alla cattiveria che diventeranno materia di pettegolezzi della gente del vicinato quando candidamente si scopre che da più di dieci anni gli addetti allo spurgo di deiezioni e liquami non sono mai andati nella casa di Yasuko priva di sistemi fognanti e tutti ci chiediamo ma come si trasforma questa materia abominevole e disgustosa, prefigurativa e allegorica del male oscuro, di qualcosa di indicibile e che si sta formando lentamente e inesorabilmente? Ma come direbbe l’imperatore Vespasiano “Denaro non olet” e invece il pestilenziale olezzo del peccato e del delitto è nell’aria e alla fine la cronaca nera porta in prima pagina il ritrovamento di una ragazza sulla riva di un fiume vicino alla casa di Yazuko, è il corpo inerte di una donna di ventisette anni Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, che muore a metà del racconto per essersi rifiutata di assumere le vesti di insospettabile corriere della droga. Ma che cosa fanno fisicamente padre Villiers e Yasuko? Traducono l’Antico e il Nuovo Testamento o esplorano anche i segreti più reconditi del piacere e del corpo umano? La chiesa cristiana che si erge indomita in questo villaggio e che devolve beni materiali alla popolazione incute rispetto, fede e devozione, i suoi sacerdoti, non solo padre Villiers ma anche il padre provinciale Ferdinand Martin, Paolo Marconi, tesoriere dell’ordine, Alberto Pisano tipografo, Michel Amiet che insegnava nella scuola ed Enrico Bramante hanno tutti un compito e un’occupazione nello svolgimento del loro magistero. Invece a poco a poco la casa di Yasuko che divide in sostanza il proprio talamo con padre Villiers e nel contempo si diletta a tradurre la Bibbia diventa un centro di smistamento del mercato nero postbellico, di merce varia preziosa e introvabile come lo zucchero bianco e i vestiti usati, “i beni di soccorso LARA – Licensed Agencies for Relief in Asia –, un’associazione americana composta da gruppi religiosi, scolastici e previdenziali riunitisi per dare sollievo all’indigenza del Giappone. Le derrate comprendevano latte, farina, burro, marmellata, cibi in scatola, scarpe, indumenti e vitamine“. Un mercato lucroso avallato proprio da questa combriccola di preti che con il machiavellico alibi di procurarsi denaro per costruire nuove chiese e diffondere il verbo di Cristo finiscono per trasformare il commercio dello zucchero bianco nello smercio dell’altra bianca polverina magica che è l’eroina. Una vera e propria associazione a delinquere. Quando l’unico religioso degno di tale nome, padre Joseph, è pronto a denunciare questi loschi affari il suo trasferimento è immediato, viene inviato in Corea e al suo posto viene preso il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque) che segue subito le orme di questa congrega di malfattori. Anche lui tra una messa e l’altra frequenta alcune donne fino a trovarne una che ama spudoratamente e alla fine uccide. Sorprendentemente l’assassino che è palesemente Tolbecque non viene arrestato e addirittura grazie alla copertura della chiesa e dei politici giapponesi delle alte sfere corrotti riesce a prendere un aereo e a tornare indisturbato nel suo paese.
La vicenda si svolge a partire secondo il calendario giapponese dal ventiseiesimo anno Showa che corrisponde al 1951 secondo il calendario gregoriano. Per calcolarlo, si sottrae 1 dal primo anno dell’era Showa (1926) e si aggiunge 26: Showa è periodo storico giapponese (1926-1989) corrispondente al regno dell’imperatore Hirohito che comprende l’espansionismo militare, la Seconda guerra mondiale, poi la ricostruzione, la crescita economica e modernizzazione del Giappone negli anni del dopoguerra e che in giapponese si traduce come “periodo di pace illuminata”
Il problema del Giappone è nella sua forma di governo che è ancora oggi una monarchia costituzionale nella quale l’imperatore regna ma non governa, incarnando l’unità nazionale e la religione cattolica ha dovuto fare i conti con il rapporto tra la fede nel Cristo Signore e la lealtà e ubbidienza dei giapponesi all’imperatore. I giapponesi non amano un solo Dio ma seguono “Shinto” la “Via degli dei“. Lo shintoismo è una religione indigena del Giappone, seguita dalla maggioranza della popolazione e basata sulla venerazione degli spiriti naturali o divinità chiamati kami, mentre la religione cattolica è una minoranza con circa mezzo milione di fedeli, in parte immigrati.
Come ci spiega nella nota finale di appendice al libro il traduttore Passarella… ci troviamo di fronte a un caso di “howcatchem” un giallo che all’inizio dell’opera e spesso durante il suo svolgimento rivela subito l’identità del colpevole e il crimine che commette… invece di concentrarsi su chi ha commesso il crimine la trama segue le indagini che le forze dell’ordine eseguono per dimostrare la colpevolezza del criminale, bisogna trovare le prove che porteranno il criminale in carcere, dobbiamo capire come e perché il delitto è stato commesso. L’indagine condotta da un cronista di nome Sano e dal poliziotto Fujisawa Rokurō è proprio disarmante, la polizia è affiancata nelle indagini da un giornalista di cronaca nera che porta avanti, in parallelo, ricerche e analisi che sembrano sfuggire agli stessi agenti e alla fine è il giornalista che risolve il caso.
I lettori conoscono l’assassino ma gli investigatori non lo prendono, insistono sulla ricerca delle targhe delle automobili usate dai preti ma fanno fatica a individuare il luogo dove queste auto si recano e alla fine quando individuano il posto dove i crimini si consumano l’assassino è già volato via. Non c’è un personaggio principale ma tanti personaggi, c’è un assassino materiale ma il delitto è un crimine collettivo, gli assassini sono molteplici come molteplici sono i complici. Il personaggio principale può essere il male ma più che il male la corruzione che è la regola in questo Giappone del dopoguerra soprattutto in questa chiesa, in questa combriccola di preti che più che uniti da un afflato religioso sembrano uniti in un’associazione a delinquere, coesi dal male, dalla ricerca sfrenata del sesso, dagli amplessi nelle case o addirittura nelle macchine e negli anfratti dei boschi di nascosto. Dall’inizio alla fine del libro siamo immersi in questa perdizione religiosa e materiale e ci sembra quasi che tutto accada nel senso più normale del termine, anche noi non riusciamo a uscire da questo circolo vizioso della corruzione del male se cari lettori dimentichiamo la morale e simpatizziamo per questi amanti sacrileghi che non resistono alla voglia e al desiderio e si vedono a tutte le ore e a volte speriamo tanto che non vengano scoperti. Ma poi come tutte le cose avvincenti e ai limiti dell’umana comprensione la delusione ci coglie all’improvviso quando l’amore si trasfigura in morte, la vecchia storia occidentale di eros e thanatos, e l’amante uccide l’amata, ma non è un femminicidio come lo intendiamo noi adesso, è soltanto banalmente l’uccisione di una donna che si è rifiutata di fare da corriere al commercio della droga. In tutto questo se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo che ci rassereni l’animo e ci porti sulle ali della speranza in un mondo migliore l’eroina del racconto non è la polverina bianca che ha portato tante persone alla perdizione, l’eroina del racconto è lei, la donna che Tolbecque ha amato e che adesso giace senza vita ai bordi del fiume, presenza ingombrante nella coscienza di questi preti ma anche nella nostra coscienza che si era illusa nella visione di un amore incredibile che non poteva mai finire così!
Recensione di Michele Mennuni.
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