Le avvelenatrici – Silvana La Spina

Editore: Neri Pozza
Redazione
Protocollato il 27 Settembre 2026 da Redazione con
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Il riassunto
Le avvelenatrici – Silvana La Spina

Oggi a Thriller Café parliamo di “Le avvelenatrici“, edito da Neri Pozza. L’autrice è Silvana La Spina, che ha radici siciliane per parte di padre e che da svariati anni divide la sua vita tra due città tanto distanti quanto complesse: Milano e Catania. Ed è proprio la Sicilia a essere presente nella maggior parte della sua produzione letteraria. Mi sembra doveroso menzionare altre importanti pubblicazioni dell’autrice, sempre edite da Neri Pozza, quali “L’uomo del Viceré“, “Angelica” e “L’ombra dei Beati Paoli“. Ricordiamo anche che nel 1993 Silvana La Spina ha vinto il Premio Chiara con “Scirocco“.

“La Morte circola sempre, e in qualunque veste. Per lei infatti non c’è festa, non c’è tregua… e non c’è nemmeno stagione.”

Palermo, dicembre 1783.

La notizia della morte per avvelenamento di fra’ Gerlando, avvenuta all’interno del convento di San Francesco, desta grande scalpore: era infatti una figura carismatica, amata dal popolo e soprattutto dalla nobiltà cittadina, che vedeva in lui un confidente e un confessore. Ma la Morte continua a mietere vittime, come in ordine prefissato, in un crescendo di superstizione ancestrale pronta a vedere ovunque il demoniaco. La ricerca della verità spetta a Maurizio Belmonte, capo della gendarmeria: un’indagine che va oltre i suoi doveri d’ufficio perché lo coinvolge negli affetti più intimi, trasformandosi in una corsa contro il tempo. E anche in “Le avvelenatrici” la Trinacria torna a farsi sentire con prepotenza: un romanzo che trova la sua ambientazione in una Palermo di fine Settecento, dove convivono Illuminismo e superstizione e nel quale credenze popolari, religione e potere finiscono spesso per intrecciarsi. Infatti “Le avvelenatrici“, la cui lettura scorre via veloce, non è soltanto un thriller, o meglio un mystery d’epoca, ma un vero e proprio scontro ideologico e culturale: da una parte l’Illuminismo e il rigore razionale incarnati da Belmonte e dallo stesso Viceré Domenico Caracciolo, considerati entrambi «mangiapreti»; dall’altra, una Palermo al tempo stesso plebea e aristocratica, soffocata dalle credenze popolari, dalla superstizione e dalla paura dei malefici, o addirittura dalla ricerca di questi ultimi.

“Le avvelenatrici” è un romanzo che coinvolge tutti e cinque i sensi e profuma di Sicilia, esattamente come ci si aspetta dalle corde di Silvana La Spina. Con un’abile ricostruzione l’autrice immerge il lettore in una Palermo vibrante e piena di contraddizioni, dove miseria e sfarzo convivono spalla a spalla. Io, da siciliano, mi sono immerso nel vocìo della Vucciria di quel tempo, tra gli odori intensi delle merci sui banchi e i profumi dei cibi che aleggiano nell’aria natalizia. A fare da sottofondo musicale c’è la nenia degli zampognari, guidati dal cieco mastro Mimmo insieme al suo piccolo aiutante Aspanu: un’atmosfera apparentemente festosa in cui la scrittrice ci trascina al centro della scena, dimostrando una notevole maestria anche nella descrizione delle opere d’arte.

Infine, gli inserti in un dialetto antico e forbito — con termini ancora vivi nella memoria locale, come «suggitto» o «svacantare» — si innestano con armonia in uno stile narrativo unico e profondamente riconoscibile. Nel racconto viene efficacemente descritta una nobiltà che storce il naso nei confronti di chi non considera alla pari. È il caso di Sofia Schulz, fidanzata di Belmonte, che non viene accettata dall’alta società sia perché priva di titoli nobiliari sia per la sua attività. Viene infatti definita «la pittora dei morti», in quanto chiamata a realizzare ritratti delle persone appena defunte. Dall’altra parte poi vediamo un’aristocrazia che si rivolge alla cartomante Nunzia Maletto, detta «’a vecchia», per «farsi leggere la ventura». È il caso della marchesa Viola Inzerillo, vedova, che, per fare innamorare nuovamente di sé il suo ex fidanzato Belmonte, oggi fidanzato con Sofia, è costretta a percorrere vie ed edifici maleodoranti per raggiungere l’abitazione della veggente, luoghi che fino a quel momento aveva sempre «schifato», pur di ottenere «i suoi giovamenti» e le sue «mavarie».

È un romanzo che parla anche di riscatto, che ritroviamo sviluppato in particolar modo nei personaggi del giovane gendarme Genco e in Maurizio, barone di Belmonte, detto «l’uomo del Viceré». Il primo riesce ad affrancarsi da quella che l’autrice definisce «una consorteria di miserabili composta da fanciulli abbandonati che per sopravvivere sono costretti a rubare». Il secondo si riscatta da una società che lo ha esiliato per un’onta legata alle colpe del padre, una macchia che lo ha perseguitato. Infatti, oggi entra a pieno titolo quale capo della Capitaneria a Palazzo Steri, carcere al tempo dell’Inquisizione che il padre stesso aveva tristemente conosciuto. Una narrativa che scava nella parte più oscura dell’essere umano, ove si mescolano odio, rancore, bisogno di vendetta. Un’arma silenziosa, che non lascia scampo: uno strumento di sterminio per soddisfare il sentimento di rivincita per i torti subiti e il desiderio di onnipotenza.

«L’odio è un sentimento, ma la morte un vizio. E che, una volta preso, quel vizio non si dimentica.»

Una voce fuori campo accompagna il lettore per buona parte del percorso. Attorno a Maurizio Belmonte ho trovato tanti altri personaggi, per nulla stereotipati, che mi hanno convinto ed emozionato: uomini e donne intriganti, spesso avvolti da un alone di mistero sapientemente dipinto da Silvana La Spina, che, come già detto, mescola la lingua italiana a quella siciliana, in un linguaggio perfettamente comprensibile e ricco di sottili sfumature.

Che dire, ho divorato il libro in pochissimi giorni: non riuscivo a fermarmi. Il suo ritmo, sempre più accelerato, mi impediva di staccarmi dalle pagine. Una lettura magnetica, che assorbe completamente chi legge. Un lieto fine solo a metà, ma questa è la vita: Il Male, si sa, non si ferma mai. Cambia soltanto aspetto e forma e non mancano mai i suoi adoratori. Chissà che non possa esserci un seguito, dato che alcune situazioni del racconto non sono state risolte completamente. Consiglio questo thriller perché contiene storia, noir ed esoterismo: tre elementi che, mescolati con grande abilità, rendono la lettura coinvolgente e originale.

Recensione di Gaetano Balsamo.