L’accusa di Cicerone – Stefano De Bellis & Edgardo Fiorillo

Editore: Einaudi
Alessia Sorgato
Protocollato il 19 Settembre 2026 da Alessia Sorgato con
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Il riassunto
L’accusa di Cicerone – Stefano De Bellis & Edgardo Fiorillo

“Labem atque perniciem provinciae Siciliae“, ossia la rovina ed il flagello della provincia siciliana. Così nelle note orazioni dette Verrine, Cicerone si scaglia contro Gaio Licinio Verre, pro-pretore in Sicilia dal 73 al 71 a.C. – carica usualmente solo annuale ma prorogatagli – quando finalmente, nel 70, a Roma si riesce ad impalcare uno dei processi per corruzione più famosi della storia. L’imputato, difeso dal noto avvocato Ortalo, detto la la Ballerina perché ama abbigliarsi di tessuti finissimi ed è sempre impeccabile, attende quella che oggi definiremmo richiesta di rinvio a giudizio in una delle sue tante domus nell’urbe, e si mostra apparentemente imperturbabile tanto da continuare indefesso a farsi arrivare opere d’arte e gozzovigliare in compagnia del liberto Trimarchide, un homunculus ancor più depravato di lui. Marco Tullio Cicerone ha vissuto anch’egli in Sicilia, come questore a Lilibeo, e lì è riuscito a farsi ammirare e stimare come uomo e magistrato integerrimo. Ha solo 36 anni ma accetta di ricoprire- per la prima volta- la parte della pubblica Accusa, comprendendo che gli abusi contestati a Verre avranno un significato storico e politico immenso. L’accusato infatti si presenterà non davanti ad un tribunale ordinario, bensì alla Quaestio perpetua de repetundis, ossia una Corte apposita per la messa in stato di accusa di magistrati accusati di corruzione ma- e questa è la sfida che il protagonista accetta (non senza molti dei suoi noti mal di pancia)- composta di esponenti di quelle stesse famiglie eminenti a Roma che, di fatto, li nominavano, sceglievano, inviavano. In una parola, Verre sarebbe stato giudicato (anche) da chi lo aveva sostenuto politicamente. Ecco perché questo romanzo, che affonda le sue radici in una solida base storica e letteraria, ci appare in tutta la sua straordinaria modernità. Le pagine in cui Cicerone e Ortalo si confrontano per la scelta dei componenti della giuria, pe esempio, ricordano i migliori John Grisham sulle opzioni per l’elezione dei giurati delle corti americane.

Alla vicenda storicamente reale gli autori, giunti alla terza puntata che si snocciola tra “Il diritto dei lupi” e “La stagione delle erinni“, intrecciano la vicenda romanzata di Tito Annio Tuscolano, un immaginario ex centurione, oggi potremmo dire a capo di una squadra di sicurezza privata, che in quest’ultimo episodio si trova proprio al soldo di Verre. Deve quindi proteggere l’uomo che tutta Roma odia, in uno con i tantissimi siciliani accorsi nell’Urbe per seguire le sorti delle udienze, e che ben presto sarà epicentro di vari tentativi di eliminazione.

Chi vuole uccidere Verre? Chi è interessato a che non compaia davanti alla Corte e quindi a che non parli? I dubbi si insinuano e oscillano tra le sue vittime- depredate, umiliate, rovinate in ogni modo dal lestofante- e i suoi alleati, che dalle sue scorribande hanno certamente ricevuto vantaggi e ricchezze. Accanto a lui ritroveremo il simpaticissimo Astragalo, ex compagno di centuria, con la sua pinguedine, l’eloquio sboccato ed una inarrestabile gioia di vivere, e il giovane Lafreno, umbratile, torvo, violento senza complessi ma tenerissimo coi bambini. Sulle loro avventure ben presto si allungherà l’ombra ciclopica di un personaggio già incontrato prima, quell’immenso schiavo di nome Bute la cui stazza, unita alla disperazione, lo rendono una macchina di morte disposta a tutto pur di venir affrancato.

E il processo, come finì? La storia ci narra di una impresa pressoché epica da parte di Cicerone che, in soli 50 giorni, riuscì a costruire un’accusa solidissima composta di testimonianze, documenti, tavolette e registri (anche segreti) e che poi, in modo altrettanto famoso, la condensò in tre quarti d’ora in quella che, ancor oggi, è studiata come uno dei più fulgidi esempi di ars oratoria giuridica: la sua Actio prima in Verrem. E da qui, la condanna, la fuga, l’esilio.