Tutto ciò che è mio lo porto con me – William Landay

Dopo più di dieci anni da In difesa di Jacob,, William Landay è tornato con un altro grande romanzo Tutto ciò che è mio lo porto con me, edito da TimeCrime, e non vedo l’ora di parlarvene.

Abbiamo cercato di decifrare ogni tipo di teoria folle per spiegare la ragione per cui la mamma si sarebbe nascosta da noi. […] Miranda adorava questo gioco. Inventava storie elaborate sulla mamma che aveva subito una ferita alla testa che magicamente le aveva cancellato la memoria, o l’aveva convinta di essere qualche altra donna. Le piaceva immaginare la mamma in luoghi pittoreschi come Key West o la Francia meridionale. Ovunque fosse, nei sogni di Miranda, era sempre felice.

Miranda Larkin ha dieci anni quando un pomeriggio di novembre del 1975 torna a casa da scuola prima dei fratelli e non trova la mamma. Non ci sono segni di lotta o effrazione, tutte le cose sembrano al solito posto ma, col fare del buio, inizia l’angoscia per tutta la famiglia: Jane Larkin sembra si sia improvvisamente smaterializzata. Il marito Dan allerta la Polizia e giunge per il sopralluogo il detective Tom Glover. Questo è solo l’inizio di un mistero che durerà un’intera vita, tra false piste e sospetti. Gli investigatori hanno sempre sospettato del marito Dan, un noto avvocato penalista, ma nessun procuratore si è mai azzardato a formalizzare un’accusa, in assenza di prove. Dal canto suo Dan si è sempre professato innocente. In ogni caso, la vita dei tre fratelli Larkin – Alex, Jeff e Miranda – è sconvolta da quella sparizione e neanche a più di vent’anni, quando il caso avrà una svolta improvvisa, i tre sapranno da che parte schierarsi. Al fianco del padre a spada tratta, come ha sempre fatto Alex o contro, come Jeff e Miranda, nei quali si era insinuato il dubbio fin da quando il padre si era risposato con la donna con la quale tradiva la moglie?

Dan Larkin era un avvocato penalista esperto. Doveva essere stato all’erta. Doveva aver saputo di essere un sospettato, come lo era qualsiasi marito in caso di scomparsa di una donna sposata.

Ma ogni poliziotto conosce la colpa autolacerante che deriva da un caso irrisolto o mal risolto. Le domande tormentose riguardo ai ‘se’, la vergogna del fallimento personale.

William Landay, come fece ne Lo strangolatore, sfrutta un caso di cronaca molto noto negli Stati Uniti, ossia quello della scomparsa di Jane Larkin, avvenuto nel 1975, per scrivere una trama articolata e molto attrattiva: quattro parti, narrate in prima persona da i quattro personaggi principali.

Nella prima, la voce narrante è quella dello scrittore Phil Salomon, che dopo un lungo blocco di idee originali, incontra per caso il suo ex compagno di college Jeff Larkin e decide di narrare la storia della sparizione della madre di lui.

La seconda voce è quella di Jane stessa, che ci aiuta a colmare i vuoti della storia familiare e finalmente chiarisce al lettore come sono andate le cose.

La terza parte riguarda Jeff e tutto il travaglio interiore derivato dagli eventi che riportano in auge il caso e dalla posizione da prendere nei confronti del padre Dan.

La quarta e ultima, ci presenta un Dan ormai ottantunenne e malato di Alzheimer che decide per un fine vita assistito, comunicandolo a Miranda, l’unica figlia che nella fase della fragilità della malattia gli è rimasta accanto.

Quando ero ancora presente…

Dopo la mia scomparsa…

Il mio ultimo giorno di vita…

Se la struttura mi trova tecnicamente d’accordo, il fatto che Jane già a metà romanzo spieghi per fine e per segno come sono andate le cose, beh, diminuisce il valore delle altre due parti e mi lascia con l’amaro in bocca, come lettrice (aspetto che lo leggiate anche voi per discuterne insieme). Secondo me, il grande vulnus di questo romanzo è proprio in quel passaggio. Sinceramente non ne vedevo la necessità: lo avrei omesso o l’avrei scritto in modo più fuorviante, proprio per aumentare la suspence.

Il colpo di scena finale, poi, mi è sembrato semplicistico, confermandomi nel sospetto che sia stato concepito di proposito per un’altra miniserie da sei puntate come fu fatto con il romanzo precedente.

Non ritengo giusto in assoluto comparare due lavori di uno stesso scrittore, perché dietro un romanzo c’è tanto vissuto, emozioni diverse, un diverso livello acquisito di competenza linguistica e, insomma, ogni romanzo fa storia a sé, ma se analizzo solo il meccanismo tecnico del thriller, allora mi viene da affermare con sicurezza che In difesa di Jacob era meglio congeniato.

Parlando dei personaggi, tutti sono ben tratteggiati ma quello che rimane nel cuore è quello del detective Glover, che con tenacia e molta empatia nei confronti della vittima più giovane di questo dramma, ossia Miranda, mantiene viva l’attenzione della Polizia su questo caso irrisolto negli anni.

Landay stesso spende molto sul personaggio Glover, facendolo apparire come il paladino di questa lunga lotta contro le tenebre e tratteggiandogli un’anima splendente come una corazza di un guerriero di altri tempi. Farà dire a Jane stessa: È così che penso a Tom Glover quel venerdì mattina, che si spostava a occidente contro la rotazione a est della Terra: era sospeso in un punto fisso nello spazio mentre tutto il resto correva via. Perché è ciò che è successo a questo povero, dolce uomo, suppongo. È rimasto bloccato nel tempo, cercandomi, mentre il resto del mondo è andato avanti.

In effetti però, credo per deformazione professionale (Landay è stato sostituto procuratore), i personaggi legati al mondo della legge sono tutti interessanti, a partire ovviamente dal sospettato numero uno, Dan Larkin, il cui proverbiale autocontrollo nelle aule di tribunale ne attesterebbe una capacità di mentire superiore alla norma, seguito dal procuratore distrettuale, in capo al quale pende l’enorme responsabilità della decisione dell’incriminazione di Larkin.

Nessuno, e intendo nessuno, vuole che questo caso sia portato avanti più di me. Ovviamente ci sono due aspetti di cui tenere conto. Non so come ognuno di voi percepisca il ruolo di Dan Larkin in tutto questo, e onestamente non voglio saperlo. Soprattutto per voi tre figli, lui è vostro padre, e non vi domanderei mai di fare una scelta. La decisione dev’essere mia. Devo fare quello che è meglio per il caso, non ciò che è meglio per voi. Pertanto, fine del discorso.

Voglio terminare parlando del singolare titolo Tutto quello che è mio lo porto con me, che dovete immaginare come altamente significativo nell’economia del finale e che si aggancia inizialmente al fatto che Miranda ha questo motto latino tatuato sul suo avambraccio: Omnia mea mecum porto, locuzione di origine antichissima, usata fin dal III secondo a.C. dal commediografo greco Menandro e ripresa nel mondo latino sia da Seneca che da Cicerone, per lodare le doti degli uomini saggi, il cui valore va ben al di là dei beni materiali posseduti.

Meno male che Landay non ha dimenticato il Latino imparato al Boston College Law School!

William Landay è nato a Boston nel 1963, dove tutt’ora risiede con la famiglia e, prima di dedicarsi completamente alla scrittura è stato assistente procuratore distrettuale.

Il suo esordio del 2003 Morte di uno sbirro vinse il CWA New Blood Dagger. Nel 2007 pubblica Lo strangolatore, ispirato al presunto serial killer Albert DeSalvo e nel 2012 esce con In difesa di Jacob, trasposto in serie televisiva nel 2020.

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Tutto ciò che è mio lo porto con me
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Tutto ciò che è mio lo porto con me
  • Editore: Time Crime
  • Autore: William Landay , Chiara Beltrami

Articolo protocollato da Monica Bartolini

Monica Bartolini (Roma 1964) si afferma nel mondo della scrittura gialla con i romanzi della serie del Maresciallo Nunzio Piscopo (Interno 8 e Le geometrie dell'animo omicida, quest'ultimo finalista al Premio Tedeschi nel 2011). Nel 2010 vince il Gran Giallo Città di Cattolica per il miglior racconto italiano in ambito mystery con il racconto Cumino assassino, compreso nell'antologia 10 Piccole indagini (Delos Digital, 2020). Autrice eclettica, per I Buoni Cugini Editori pubblica nel 2016 Persistenti tracce di antichi dolori, una raffinata raccolta di racconti gialli storici che ha per filo conduttore le vicende legate al ritrovamento di alcuni reperti storici, che ancora oggi fanno bella mostra di sé nelle teche dei musei di tutto il mondo, e nel 2019 la terza investigazione del suo Maresciallo dal titolo Per interposta persona. Collabora con i siti www.thrillercafe.it e www.wlibri.com per le recensioni ed è membro dell'Associazione Piccoli Maestri - Una scuola di lettura per ragazzi e ragazze che si occupa di leggere i classici nelle scuole italiane. Bibliografia completa in www.monicabartolini.it Contatti: [email protected]

Monica Bartolini ha scritto 92 articoli: