The Hole - Hye-young Pyun

Un thriller ieratico e inesorabile, imperniato sul concetto di vuoto lasciato da buchi sentimentali, cognitivi, matrimoniali, esistenziali. The Hole della scrittrice coreana Hye-young Pyun (ed. Mondadori) è un gioiello raro del quale avrò piacere di parlarvi oggi al bancone del nostro Barman, sorseggiando un bicchiere di soyu.

Come fa la vita a ribaltarsi di colpo? A precipitare, a svanire, a ridursi a niente? E se quello era il piano che la vita aveva in serbo, lui aveva collaborato senza saperlo?

Oghi ha appena superato i quarant’anni, è un professore di cartografia coreano e vive con sua moglie in una casa anonima che ha però un piccolo giardino rigogliosissimo, curato in maniera maniacale proprio dalla moglie, che sembra aver trovato nel giardinaggio la cura per le sue ambizioni giornalistiche fallite.

Erano all’incirca due spiantati. Farsi un’assicurazione o mettere via dei soldi restava un miraggio. Il futuro era lontano e incerto. Il presente un monotono tran tran. Però erano sereni.

E questo è ciò che Oghi all’inizio ricorda della propria vita. Già, perché ora si trova in ospedale dopo un terribile incidente d’auto, paralizzato e incapace di parlare.

Dopo aver fatto lo sforzo fisico di sollevare le palpebre, se lo chiedeva spesso. E se lo sentiva chiedere frequentemente anche da altri. “Si può sapere com’è successo?” Domande così.

Oghi è terrorizzato dalle sue nuove condizioni fisiche, mentre i medici si dimostrano ottimisti e sollevati dal fatto che sia appena uscito dal coma.

La sera, prima di dormire, pregava. Pregava per l’apocalisse, per un arresto respiratorio da shock farmacologico o da un improvviso aggravamento delle condizioni cliniche. Sapendo benissimo come sarebbe andata il giorno dopo: il sole sarebbe sorto come sempre, e lui si sarebbe semplicemente svegliato.

Nonostante le cure massicce e la fisioterapia, Oghi però non sembra migliorare affatto, tanto che i medici ne dispongono il ritorno a casa, consegnandolo ad una vita di immobilità e disperazione. La suocera è l’unico parente in grado di occuparsi di lui, giacché la moglie è morta nel medesimo incidente e lui è orfano di entrambi i genitori.

Oghi comincia così a sprofondare nel buco nero della propria solitudine, frustrato dalla totale impotenza verso ciò che succede intorno a lui, in balia di una donna che via via tende ad isolarlo ancora di più dal mondo esterno.

“Parlando del fisioterapista. Gli ho detto di non venire, per il momento. Ѐ un tale logorroico! Vuole essere pagato a ore e poi si perde in chiacchiere. L’ho visto più di una volta. Spreca solo tempo. Non esiste. Dovrò cercare una persona più affidabile, che altro posso fare?”

Quando aveva mandato via la badante, aveva detto la stessa cosa. Che ne avrebbe cercata un’altra. Ma nessuna si era presentata in cerca di lavoro, e lei non aveva assunto nessun’altra.

Dopo la badante, aveva perso anche il fisioterapista. Ma non solo loro: aveva passato la vita a lavorare come un pazzo, senza sapere che avrebbe perso tutto.

Nel ripercorrere l’intera vita nella propria testa, Oghi arriverà a conclusioni angoscianti che lo condurranno inesorabilmente a concludere il bilancio della sua esistenza tragicamente.

A volte, l’essere esonerato dalle parole, l’impossibilità di comunicare se non con le palpebre e, nel caso, potersi astenere anche da quello, aveva i suoi vantaggi. Come in quel momento. Era stremato. Non ce la faceva a rincuorare qualcun altro.

Questo romanzo mi ha davvero colpita nel profondo per un paio di motivi: il primo, più immediato, per aver avuto esperienza di accudimento di un paziente prima in coma e poi immobile e impossibilitato a parlare; il secondo, aver potuto apprezzare la prosa di una scrittrice orientale così talentuosa.

Quando ho iniziato la lettura, vi confesso che, per distogliermi dai brutti ricordi personali, mi sono messa alla cerca dell’errore, ossia di un salto di trama o di una trovata incongruente rispetto alla situazione del protagonista, perché mi sembrava davvero arduo che la Pyung fosse riuscita a superare qualsiasi ostacolo narrativo.

Invece la sua prosa mi ha conquistata e tenuta incollata fino all’ultima riga (vedrete che è proprio così: l’ultima riga del romanzo è potente).

Sono andata a cercare notizie sull’Autrice, perché è la prima volta che leggevo un suo romanzo e ho trovato che le sue poetiche più riconoscibili sono l’alienazione dell’individuo a contatto con la vita moderna e una visione apocalittica delle cose umane. Detto ciò, The Hole si inserisce perfettamente nella linea narrativa accennata poc’anzi, ma aggiunge un elemento ulteriore di riflessione: quanto conosciamo i nostri familiari?

Oghi nel suo ricostruire il passato ci narra di episodi relativi alla propria famiglia abbastanza oscuri (come il suicidio della madre) o della famiglia di sua moglie (il padre cacciato dal posto di lavoro perché aveva intessuto una relazione sessuale con una collega), tutti ammantati di perbenismo coreano che, però, non stenteremmo a ricollocare in una qualsiasi famiglia occidentale.

Anche la moglie per Oghi era un mistero: le sue aspirazioni frustrati, il suo desiderio di maternità, il rapporto con la propria madre non erano per niente trasparenti neanche a lui, suo marito, l’uomo che l’amava.

Vi propongo un passo esplicativo del diaframma che esisteva tra loro, riferito al desiderio di diventare giornalista della moglie, che aveva come modello la nostra Fallaci:

Sua moglie voleva diventare giornalista. Diceva che avrebbe fatto interviste straordinarie a personaggi illustri in m odo innovativo, sullo stil di Oriana Fallaci. Aveva una sua foto nel portafoglio. Ma la Oriana Fallaci della foto non era la corrispondente di guerra che riferiva dal fronte, o che incalzava Deng Xiaoping e Kennedy. Era in tailleur Chanel e filo di perle, e in quella tenuta scomoda sedeva alla macchina da scrivere fissando il vuoto. Sembrava un servizio di “Vogue” o “Elle”. Una foto elegante e nient’altro. Lui non riusciva proprio a capire dove vedesse lo “spirito del giornalismo” di cui si riempiva la bocca, ma su una cosa non ci pioveva: quell’immagine rivelava in modo lampante le aspirazioni di sua moglie.

Nel disegnare mappe cartografiche, poi, Oghi aveva intuito che gli errori che si susseguono in quel campo portano ad una raffinazione sempre maggiore della mappa, fino a raggiungere l’accuratezza necessaria per rappresentare la realtà, mentre nella vita gli errori accumulati non portano a nessun miglioramento.

Ecco che traspare il pessimismo dell’Autrice, rafforzato dal concetto dei quarant’anni come spartiacque tra chi fallisce in maniera clamorosa e chi si adegua. “Quaranta: gli anni perfetti per ogni peccato” dice un verso del poeta coreano Heo Yeon.

Nonostante gli sforzi all’allineamento pedissequo alla società operato da Oghi, il destino, tramite la malattia, lo porta invece dritto ad un fallimento esistenziale a tutto tondo.

Per concludere, The Hole non è certo un thriller di inseguimenti e sparatorie ma un potentissimo strumento psicologico per indagare soprattutto noi stessi e le nostre aspirazioni profonde.

E comunque, se volete calarvi in uno stato di angoscia che mozza il fiato, provate per qualche minuto a non parlare e restare immobili nel letto. Provate ad essere Oghi e applaudite l’Autrice. Ah no, non potete, siete paralizzati! Altro che Misery!

Who is who?

Hye-young Pyun è una scrittrice sud-coreana, laureata in Scrittura creativa e Letteratura coreana alla Hanyang University di Seul. Ha esordito nel 2000 pubblicando racconti e il romanzo Ceneri e Rosso. Nel 2007 vinse l’Hankoo Ilbo Literary Award, seguito da numerosi altri premi. Il suo lavoro racchiude diversi temi tra cui l’alienazione alla vita moderna e la visione di un mondo apocalittico, temi che spesso sono trasposti in immagini grottesche. The Hole è il suo secondo romanzo, pubblicato nel 2017, seguito da The law of lines (2020) e da The owl cries (2023).

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The hole. Ediz. italiana
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The hole. Ediz. italiana
  • Pyun, Hye-young (Autore)

Articolo protocollato da Monica Bartolini

Monica Bartolini (Roma 1964) si afferma nel mondo della scrittura gialla con i romanzi della serie del Maresciallo Nunzio Piscopo (Interno 8 e Le geometrie dell'animo omicida, quest'ultimo finalista al Premio Tedeschi nel 2011). Nel 2010 vince il Gran Giallo Città di Cattolica per il miglior racconto italiano in ambito mystery con il racconto Cumino assassino, compreso nell'antologia 10 Piccole indagini (Delos Digital, 2020). Autrice eclettica, per I Buoni Cugini Editori pubblica nel 2016 Persistenti tracce di antichi dolori, una raffinata raccolta di racconti gialli storici che ha per filo conduttore le vicende legate al ritrovamento di alcuni reperti storici, che ancora oggi fanno bella mostra di sé nelle teche dei musei di tutto il mondo, e nel 2019 la terza investigazione del suo Maresciallo dal titolo Per interposta persona. Collabora con i siti www.thrillercafe.it e www.wlibri.com per le recensioni ed è membro dell'Associazione Piccoli Maestri - Una scuola di lettura per ragazzi e ragazze che si occupa di leggere i classici nelle scuole italiane. Bibliografia completa in www.monicabartolini.it Contatti: [email protected]

Monica Bartolini ha scritto 91 articoli: