L’ultimo processo – Scott Turow
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Se si può dire che Erle Stanley Gardner, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, abbia inventato il legal thriller, oggi è forse Scott Turow, insieme a John Grisham, l’esponente più noto del genere nel panorama contemporaneo.
Con “L’ultimo processo”, edito da Mondadori, Turow prende commiato da uno dei suoi personaggi più noti, l’avvocato Sandy Stern. Stern fa la sua comparsa già nel primo romanzo dello scrittore e avvocato statunitense: “Presunto innocente”.
Fu proprio quel libro, nel 1987, a consacrare Turow come autore di fama internazionale, grazie anche alla brillante e fortunata trasposizione cinematografica del 1990, per la regia di Alan J. Pakula, con Harrison Ford come protagonista, nel ruolo di Rozat Sabich.
In “Presunto innocente” infatti Sandy Stern gioca un ruolo molto significativo, ma di seconda fila. Ne “L’ultimo processo” invece, si prende il centro della scena, con il suo stile elegante e deciso. Potremmo dire che, in particolare in questo sua ultima fatica, Turow rivisiti leggermente il canovaccio del legal thriller rendendolo quasi, per così dire, un courtroom thriller, tutto incentrato su ciò che accade in tribunale.
Nel caso di Perry Mason, o dei vari protagonisti immaginati da Grisham, l’aspetto legale e dibattimentale è importante, ma rappresenta in genere un punto d’arrivo, effettivo o magari soltanto adombrato, dell’azione investigativa dei protagonisti. Si arriva in scena, per così dire, avendo avuto modo di esplorare in lungo e in largo il backstage, il dietro le quinte della vicenda.
“L’ultimo processo” invece mette il lettore nella condizione di essere uno dei membri della giuria, con l’indubbio privilegio di poter assistere anche ai colloqui tra giudice e avvocati, in cui si discute ad esempio l’ammissibilità di alcune prove. Il tutto però, sempre all’interno del tribunale come luogo fisico, e, più in generale, del processo, come ambiente.
Il caso è molto complesso: Kiril Pafko, premio Nobel per la medicina, è accusato di aver consapevolmente nascosto alcuni effetti collaterali di un nuovo farmaco di sua invenzione, il g-Livia, emersi dopo una lunga sperimentazione, per trarne non soltanto maggior gloria, ma anche un profitto economico, a seguito della vendita di azioni della propria società, che lo produce.
Anche in questo caso, Turow si distacca dall’andamento classico del legal thriller: Stern, pur legato a Pafko da un indissolubile vincolo di gratitudine (il medico gli ha salvato la vita, e proprio grazie al g-Livia) non è affatto sicuro che il suo cliente, che il suo amico sia innocente. Questo in particolare per l’accusa di insider trading, che pare sostenuta da prove difficilmente attaccabili.
Per lunghi tratti del romanzo, non è facile per Sandy e per la sua squadra tenere in equilibrio legalità e giustizia. Tuttavia, l’avvocato Stern non è soltanto straordinariamente abile, è appassionato. Pur nella sua ultima comparsa, piegato dal peso degli anni, non ha placato la sua sete di verità, che anzi si risveglia più forte che mai proprio dopo la conclusione del processo.
Si può dire infatti che l’investigazione, in questo caso, non preceda il processo, ma quasi lo affianchi e, per alcuni aspetti, addirittura lo segua. Una volta sgombrato il campo dal giudizio legale infatti, Sandy, sostenuto in questo dalla giovane e bizzarra nipote Pinky, ha bisogno di vederci chiaro, almeno un po’.
Ha bisogno di capire se ha davvero conosciuto Kiril Pafko, o ha osservato soltanto ciò che l’amico ha voluto rivelargli di sé. Il finale agrodolce svela sorprendenti risposte e suggerisce nuove, delicate domande.
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