Una ragazza pensa di finirla con Jake, il suo ragazzo: lui in fondo le piace, ma dentro di sé avverte la consapevolezza che in qualche modo è arrivato il momento di finirla lì. Eppure, nonostante questo, ha accettato di accompagnarlo a trovare i suoi, che vivono in una vecchia casa di campagna malridotta. Quando, al ritorno da una cena a tratti surreale e durante una bufera di neve, Jake deciderà per un impulso di entrare in una scuola – forse abbandonata, forse la sua vecchia scuola – e scomparire, per la ragazza si apre una ricerca che diventa presto una discesa vorticosa in un luogo oscuro dello spirito.
Singolare e affascinante romanzo d’esordio, Sto pensando di finirla qui è un’opera complessa e intellettuale che ha bisogno di una lettura attenta e di tempo di elaborazione per essere compresa fino in fondo, e alla fine l’impressione complessiva che lascia è quella di un certo disagio, seppure nell’accezione positiva del termine.
La storia inizia con un lungo viaggio in auto, attraverso un’America anonima appena intravista dai finestrini, lungo una strada monotona ai bordi della quale si alternano fienili malmessi e campagna piatta: è un viaggio che si presta a una lunga conversazione a due, nella quale Jake – svagato e brillante intellettuale – alterna sciocchezze a domande filosofiche profonde e ricordi d’infanzia. E’ questa un’ampia parte del romanzo, forse a una prima lettura al limite del noioso, ma che in realtà è funzionale a creare proprio quell’esatta percezione di deliberato understatement percorso da una corrente sotterranea di costante lieve disagio, un po’ come un disturbo nella visuale periferica. Tutto sembra normale, quasi piatto, eppure qualcosa sembra sfuggire, come un fastidioso e sottile rumore di fondo del quale non si riesce a isolare l’origine.
Superata questa parte iniziale on the road, il romanzo prende bruscamente una piega decisamente più disturbante fino al finale vorticoso al limite del delirio nel momento i due ragazzi arrivano alla vecchia casa di famiglia. E da qui in avanzi ciò che era appena percepito si fa molto più reale, quasi allucinatorio.
Difficile definire questo romanzo con un paio di aggettivi: Sto pensando di finirla qui colpisce per motivi probabilmente diversi dalle intenzioni dell’autore. La trama è sicuramente originale, inaspettata, ma il lettore attento si accorgerà al termine del romanzo che Iain Reid ha seminato nelle pagine molti indizi che possono far intuire la verità prima della chiusura vera e propria. E nonostante questo, si prova ammirazione per qualcuno che ha messo sulla carta un’idea apparentemente semplice ma in realtà inesplorata, mettendo nero su bianco un punto di vista inusuale.
Ciò che invece colpisce in modo inaspettato è la capacità di raccontare con grandissima intensità, rendendole originali, situazioni già raccontate mille volte: la triste fattoria dei genitori di Jake, con i suoi agnelli morti e i recinti vuoti, la cena piena di momenti assurdi, la gelateria illuminata nel mezzo di una tormenta di neve che vortica nel buio. E infine la ricerca di Jake dentro la scuola buia, con quel rumore di passi strascicati che segue la ragazza: un crescendo di tensione che attinge alle più profonde paure dell’essere umano, seminata con le storie cupe dell’infanzia e cresciuta con i racconti di Poe e Lovercraft (ma anche con una buona dose del miglior American Horror Story). Qui sta la grande forza del romanzo: un talento per i dettagli e la capacità di mettere in gioco suggestioni psichedeliche e immagini alla Edward Hopper, dove la solitudine dell’American way è quasi tangibile. Sembra quindi particolarmente indovinata la scelta di Netflix che ha acquistato i diritti per un film mettendo alla regia il premio oscar Oscar Charlie Kaufman, che ha al suo attivo sceneggiature come “Essere John Malkovic” o “Confessioni di una mente pericolosa”.
Sto pensando di finirla qui è un bel romanzo? Probabilmente sì, ma non un romanzo facile: è una storia di profonde solitudini, che scava nel profondo, che parla di morte. E’ una storia che disturba, e che probabilmente richiede una seconda lettura. Però è una storia che riesce a non essere banale in un panorama editoriale piuttosto saturo: non una cosa da poco, e che merita attenzione.
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